Come cambia la storia dell’umanità, vista dalla parte delle vongole. Questi molluschi hanno unamemoria di ferro o, meglio, il loro guscio di carbonato di calcio è un impeccabile archivio climatico che svela molte informazioni sui trionfi e sulle cadute della civiltà: l’ha scoperto William Patterson, geologo dell’università canadese di Saskatchewan, studiando i depositi in un’isola, la Melville Island, dove si dice certo di poter andare indietro nel tempo fino alle nostre origini e più ancora, a 370 milioni di anni fa, prima che qualunque umano calpestasse la Terra. La sua tecnica – battezzata «micromilling» – analizza gli isotopi dell’ossigeno intrappolati neimicrostrati delle valve e riesce a strappare, generazione dopo generazione, un report pressoché quotidiano delle variazioni di temperatura. Non c’è dubbio che, quando si parla di caldo e di freddo, nessuno sia più pignolo di una vongola. E così aspettiamoci tante sorprese. L’ultima deduzione di Patterson incrina il mito dei vichinghi esploratori. E’ vero che si sono spinti in Groelandia e poi a Terranova, sfidando l’Atlantico almeno 4 secoli prima di Colombo, ma hanno subito più di una disavventura: pochi decenni dopo lo sbarco in Islanda, le loro colonie rischiarono di essere spazzate via, quando un periodo di gelo li colpì d’improvviso intorno al 970. Le temperature estive calarono di almeno 5 gradi centigradi, mandando ko i raccolti e condannando navigatori e contadini a una fame nera. Questo è un caso – direbbe il celebre archeologo e paleoclimatologo americano Brian Fagan – che dimostra due aspetti: il clima e le sue oscillazioni (molto più frequenti nei secoli e nei millenni di quanto si pensi) sono uno degli aspetti più importanti eppure trascurati della Storia e, secondo, quei periodici sconvolgimenti hanno modellato tanto gli eventi macroscopici
quanto le invisibili mutazioni del Dna. Se oggi il clima ci ossessiona (e infatti a ogni summit internazionale scatta il riflesso condizionato della speranza e della delusione), sono proprio le turbolenze del passato – sottolineano molti studiosi – che potrebbero contenere lezioni preziose per il futuro: chi crede che il «global warming» sia la prima emergenza globale che l’umanità deve affrontare si sbaglia di grosso. Brendan Buckley, dendroclimatologo della Columbia University, sostiene per esempio che la caduta della civiltà di Angkor sia legata a una successione ravvicinata – tra XIV e XV secolo – di periodi di gravissima siccità. Dalle invasioni barbariche in Europa allo sbriciolarsi dei regni Maya, si moltiplicano le contro-storie che vanno a caccia di indizi negli anelli degli alberi o nelle carote dei ghiacci, in un «grande gioco» di caldo e freddo, di secco e umido, ma l’episodio che eccita di più gli animi data 74 mila anni fa, nel Paleolitico medio, quando sul pianeta c’erano 3 specie in competizione: oltre a noi Sapiens, impegnati nell’epica migrazione fuori dall’Africa, i «giganti» europei, vale a dire i Neanderthal, e gli «hobbit», vale a dire gli appartenenti al tipo Floresiensis, che popolavano l’Indonesia. Gli scavi condotti in una cava indiana dell’Andhra Pradesh hanno scatenato la discussione: la più spaventosa eruzione degli ultimi 2 milioni di anni – quella del Monte Toba nell’isola di Sumatra – ha davvero portato uomini e ominidi sull’orlo dell’estinzione? Di sicuro (o quasi) c’è che l’esplosione del super-vulcano fu 5 mila volte più violenta di quella record, 30 anni fa, del Sant’Elena negli Usa, facendo esondare oltre 2500 km cubici di magma, il che significa due volte la massa dell’Everest. Quanto alle emissioni – gas e ceneri – si trattò di un volume immane, 100 volte superiore a quello generato un ventennio fa dal Pinatubo nelle Filippine: saturando l’atmosfera – ipotizzano alcune simulazioni – la Terra sarebbe piombata in un inverno nucleare. Come definirlo altrimenti, se le temperature crollarono di 10˚? I catastrofisti come Alan Robock della Rutgers University sostengono che il cataclisma scatenò un paio di decenni di freddo e oscurità. Per i nostri antenati e i loro concorrenti dev’essere stata un’esperienza sconvolgente, tanto da alterare il corso dell’evoluzione: il «genetic bottleneck» – l’uniformità genetica dell’umanità – sarebbe la prova che i sopravvissuti furono pochissimi, appena poche migliaia. Sono loro gli Adamo ed Eva da cui discendiamo tutti. Gli ottimisti ribaltano lo scenario. Mike Petraglia della University of Oxford è convinto che l’eruzione sparse il caos solo tra la prima ondata di immigranti in Asia, favorendo invece quella successiva: lo rivelerebbe anche l’analisi di amigdale e punte di freccia. In fatto di capacità di adattamento l’intelligenza degli antenati risulta superiore alle aspettative. Apocalisse o no? Il mistero, almomento, resta. E così restano senza risposta gli interrogativi sulle possibili super-eruzioni del futuro e sulle loro conseguenze: tra i luoghi più probabili ci sono Yellowstone nel Wyoming, il Lake Taupo in Nuova Zelanda e i Campi Flegrei in Italia. Come reagirebbe ilmondo iper-tecnologico?
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Credo che un evento simile debba accadere il prima possibile. Soltanto così finalmente l’umanità potrà subire l’intervento della seleziona naturale e vedere qual è la migliore specie che riesce a sopravvivere, ovviamente senza tecnologia. Anche se dubito qualcuno possa sopravvivervi, dato che ormai ne siamo tutti ampiamente schiavi.
Io sinceramente le preferisco in bianco con un bel piatto di spaghetti al dente…..!!!!!!