CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

PORTALE DI DIVULGAZIONE E INFORMAZIONE UFOLOGICA, MISTERI SPAZIALI, STORICI E PALEONTOLOGICI

Archivi Mensili: gennaio 2011

In Download il nuovo numero di Tracce D’ Eternità

E’ in download in nuovo numero di Tracce D’ Eternità, rivista gratuita dell’ amico Simone Barcelli. Cliccando sull’immagine della pagina d’apertura potrete sfogliare la rivista gratuitamente. Inoltre in questo numero, come nel precedente, è dedicata una sezione anche al CUT, in particolare all’articolo di Nicola Antonante, dal titolo “Progetto Roswell”.

Qui invece il link al download: MegaUpload

La doppia personalità del DNA

Il DNA ha un alter ego che solitamente resta nascosto, ma che ogni tanto si fa vivo e per breve tempo ne distorce i blocchi costitutivi conferendogli una forma differente. L’inaspettata scoperta è stata fatta da ricercatori dell’Università del Michigan e dell’Università della California a Irvine, che firmano un articolo pubblicato in anteprima on line da Nature.

Era già noto che il DNA può piegarsi e torcersi a volte in modo singolare, ma nonostante tutto le sue basi restano accoppiate nel modo descritto da James Watson e Francis Crick nel 1953. Grazie a un raffinamento della tecnica di risonanza magnetica, il gruppo diretto da Al-Hashimi è stato però in grado di osservare forme transitorie alternative in cui alcuni “pioli” della spirale classica si separano e riassemblano in strutture stabili differenti dai classici accoppiamenti di basi di Watson-Crick.

“E’ come se si prendesse metà di un gradino di una scala e si girasse in basso la parte che sta in su. In questo modo si può ancora mettere insieme le due metà del gradino ma a questo punto non si ha più un coppia di basi di Watson-Crick, ma quella che a volte è chiamata coppia di Hoogsteen.”

Queste coppie di basi erano già state osservate in doppi filamenti di DNA, ma solo quando la molecola era legata a proteine o farmaci, o quando il DNA era danneggiato. Lo studio mostra invece che anche in circostanze normali, senza influssi esterni, alcune sezioni del DNA tendono a volte a deformarsi in una struttura alternativa, detta stato eccitato.

Dato che le interazioni fra DNA e proteine sono dirette sia dalla sequenza i basi sia dallo stato di flessione della molecola, secondo i ricercatori questi stati eccitati rappresentano un nuovo livello di informazione: “Abbiamo mostrato che la doppia elica del DNA esiste in una forma alternativa, per l’uno per cento del tempo, e che questa forma alternativa è funzionale. Complessivamente questi dati suggeriscono che ci siano più livelli di informazione immagazzinati nel codice genetico”, ha detto Hashim M. Al-Hashimi.

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Homo Sapiens, in Arabia 125 mila anni fa

Via dall’Africa, molto prima del previsto. La lunga marcia dell’uomo moderno dalla sua “culla” alla conquista del mondo potrebbe essere iniziata prima di 125 mila anni fa. A questo periodo risalgono infatti una serie di reperti archeologici rinvenuti nella penisola arabica da un gruppo internazionale di ricercatori. Utensili riferibili ai nostri diretti avi, che retrodatano notevolmente l’uscita dal continente africano di Homo sapiens, suggerendo che l’uomo moderno possa aver raggiunto la parte orientale della penisola arabica direttamente dal continente africano, piuttosto che lungo altre traiettorie come la valle del Nilo o il vicino Oriente. E ben prima di quanto finora ipotizzato, intorno cioè a 60mila anni fa, lungo il Mediterraneo o la costa arabica.

La prova che cambia le carte in tavola, testimoniando la presenza dell’uomo moderno nella penisola arabica in epoca così remota, è un antichissimo kit di manufatti rinvenuto dal team di scienziati guidato da Hans-Peter Uerpmann dell’università Eberhard Karts di Tubinga e da Simon Armitage di Royal Holloway, University of London in Surrey, nel sito archelogico di Jebel Faya, negli Emirati Arabi Uniti, descritto in uno studio pubblicato su Science. Asce a mano bifacciali, punte, raschiatoi e perforatori: utensili primitivi datati, attraverso la tecnica della luminescenza, fra i 125 ed i 100mila anni fa. Che permettono di gettare uno sguardo su un passato affascinante ma molto difficile da ricostruire. Si tratta di utensili relativamente arcaici, simili per livello tecnologico a quello raggiunto dai nostri progenitori nell’Africa orientale, ma ben lontani dal grado di sofisticazione emerso invece successivamente in Medio Oriente. Segno, secondo i ricercatori, che i nostri avi non avevano bisogno di grandi innovazioni tecnologiche per sostenere la loro diffusione.

“E’ una nuova tessera che si aggiunge per ricomporre un puzzle particolarmente complesso”, spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo all’Università La Sapienza di Roma, che proprio delle origini di Homo sapiens si è occupato, insieme ad Alessandro Vienna in “Uomini e Ambienti”, 2009, edito da il Mulino. “Fino ad oggi si pensava ad una uscita della nostra specie dall’Africa più tarda. Questo ritrovamento aggiunge un dato nuovo a sostegno dell’ipotesi di un passaggio dal corridoio costiero meridionale già ben prima di 100 mila anni fa”, continua.

Una scoperta che, secondo i ricercatori, porta a rivedere il modo in cui l’uomo moderno, evolutosi nell’Africa sub-sahariana 200mila anni fa e successivamente mossosi verso Asia ed Europa, è divenuto una specie globale. La datazione del viaggio che ha portato Homo sapiens a lasciare l’Africa è oggetto di dibattito, così come le possibili traiettorie che lo hanno portato a diffondersi nel mondo. Uerpmann e colleghi hanno trovato riscontri alla loro teoria di una migrazione remota e “diretta” verso la penisola arabica analizzando i dati climatici: prima di 100-125mila anni fa il clima era particolarmente favorevole perché lo stretto di Bab al-Mandab, che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa, fosse di dimensioni ridotte e facilmente attraversabile. “Durante la fase di regressione marina, nel periodo della penultima glaciazione, attraversare lo stretto doveva risultare più facile e sappiamo già che Homo sapiens non era spaventato all’idea di percorrere bracci di mare. Senza contare che il basso livello dei mari potrebbe anche aver permesso un passaggio praticamente via terra”, dice ancora Manzi. In quell’epoca, sottolineano gli scienziati, la penisola arabica era molto più umida rispetto ad oggi e ricoperta di vegetazione, laghi e fiumi. Un paesaggio che avrebbe permesso all’uomo moderno di arrivare nella penisola arabica e da qui, in India e poi fino in Australia.

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Sud Africa: appello per declassificare documenti UFO

Sull’esempio di Nuova Zelanda e Inghilterra, e in parte dell’Argentina, anche gli ufologi sudafricani chiedono che le autorità, politiche e militari, pubblichino documenti eventualmente in loro possesso sull’argomento UFO. A dichiararlo al sito News24 è Christo Louw, un’autorità nel paese sulla tematica di avvistamenti e attività legate al mondo dell’ufologia. Basti pensare che il suo sito, da quasi quindici anni, analizza gli “UFO sightings” nel suo paese con uno scrupolo e una professionalità estrema.

Quello di Christo Louw è solo l’ultimo di una lunga serie di appelli eccellenti nel mondo dell’ufologia internazionale. L’argomento della declassificazione dei files relativi agli avvistamenti di UFO è particolamente delicato. A dicembre si era nutrita una speranza dietro un annuncio, più o meno mal interpretato, da parte di Wikileaks. Un’attesa che continua in quanto il sito di Assange non ha ancora mostrato ciò che realmente detiene sulla tematica.

Tuttavia dopo i recenti annunci da Nuova Zelanda e Argentina, seppur di contenuto diverso, in molti sperano che si possa innescare un effetto a catena.

Non che la divulgazione di news sugli UFO sia modesta, anzi. In questo inizio di 2011 la quantità di informazioni appare piuttosto elevata. In termini realistici il vero obiettivo di molti ufologi consiste nell’apprendere, oltre che la conferma dell’esistenza di alieni o meno, le informazioni dalla prospettiva dei governi per incrociarle con quelle già di dominio pubblico. La sensazione di molti esperti è che le autorità di vari paesi non abbiano un quadro preciso e definito sulla tematica UFO. Nel corso degli anni, tuttavia, hanno potuto maturare una visuale privilegiata sul fenomeno. Un conto è osservare un video presente su YouTube inserito da un testimone occasionale, altro è poter leggere un rapporto riservato da parte di un pilota di caccia su un ipotetico avvistamento. Mica poco.

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Colpa dei vulcani la grande estinzione di massa del Permiano

La grande estinzione di massa che circa 250 milioni di anni fa spazzò via il 95 per cento dele forme di vita marine e il 70 per cento di quelle che vivevano sulle terre emerse sarebbe stata una conseguenza di una serie di imponenti eruzioni vulcaniche che avrebbero riversato prima in atmosfera e quindi negli oceani imponenti quantitativi di ceneri carboniose. Lo sostiene uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Calgary, in Canada, pubblicato su Nature Geoscience.

I ricercatori hanno infatti scoperto nelle rocce dell’attuale regione artica del Canada significativi strati di ceneri di carbone proprio in corrispondenza delle stratificazioni geologiche risalenti a quell’epoca. “Questa potrebbe essere, letteralmente, la ‘pistola fumante’ che spiega l’ultima estinzione del Permiano”, dice Steve Grasby, uno degli autori della ricerca.

“Il nostro lavoro è il primo a portare prove dirette di massicce eruzioni vulcaniche, le più imponenti di cui si abbia testimonianza, con una imponente emissione di polveri di carbone combusto, così da supportare con un dati diretti il modello che ipotizza un intenso effetto serra.”

A quell’epoca sulla Terra vi era una enorme massa continentale, il supercontinente di Pangea, che ospitava un’ampia varietà di ambienti abitati da anfibi primitivi, dai primi rettili e dai sinapsidi, il gruppo da cui avrebbero in seguito avuto origine i mammiferi.

I vulcani all’origine della catastrofe erano quelli della formazione nota come Siberian Traps, un’area che attualmente ha il suo centro nella città siberiana di Tura e si estende fino a Yakutsk, Noril’sk e Irkutsk per circa due milioni di chilometri quadrati complessivi, all’incirca la superficie dell’Europa.

“Le ceneri, osservano gli autori, devono aver ancor più aggravato la situazione già preceria di un pianeta alle prese con il riscaldamento. Anche perché queste ceneri erano altamente tossiche e la loro diffusione su terre e mari può avere significativamente contribuito a questa catastrofica estinzione”, ha concluso Hamed Sanei, anch’egli co-autore dello studio.

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Hubble: Universo sempre più antico

È stata trovata dal telescopio spaziale Hubble la galassia più lontana scoperta fino ad ora. Dopo la scoperta dell’oggetto celeste più distante, un gruppo di astronomi ha annunciato di aver individuato quella che, potenzialmente, potrebbe essere la più lontana galassia mai vista prima.

Agli occhi degli studiosi appare come una macchia di luce molto piccola, che esisteva quando l’universo aveva solo 480 milioni di anni. Antichissima, dunque. La sua luce è giunta sino a noi dopo un cammino pari a 13,2 miliardi di anni luce, diventando così il campione di lunga distanza per misurare l’espansione dell’universo.

Se l’ipotesi degli studiosi venisse confermata, la scoperta comporterebbe enormi conseguenze e sulla datazione dell’universo e sulla velocità di crescita di stelle e galassie. Una cosa è certa: le prime stelle si formarono circa 200 milioni o 300 milioni di anni dopo il Big Bang. Successivamente, il tasso di fecondità dell’universo è cresciuto sempre di più, fino a raggiungere il picco 2,5 miliardi di anni dopo.

“Questo è chiaramente il periodo in cui le galassie si stavano evolvendo rapidamente”, hanno spiegato gli astronomi J. Rychard Bouwens e Garth Illingworth dell’University of California (Santa Cruz).

C’è ancora tanto da scoprire. Secondo Bouwens, infatti, quello che grazie ad Hubble è stato scoperto non è che la punta di un iceberg. Si attende il lancio del nuovo e più potente telescopio Webb, che dovrebbe volare nello spazio entro i prossimi dieci anni.

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Bogotà: UFO uccide 2000 pesci

Bogotà, Colombia. I residenti del villaggio di El Llanito, villaggio sotto la giurisdizione della città di Barrancabermeja, affermano d’aver avvistato un UFO lo scorso venerdì. Il passaggio dell’ UFO, avvistato in tutta la regione, avrebbe causato la morte di circa 2000 pesci. Secondo Magaly Gutierrez, capo di una organizzazione comunitaria, il fenomeno è durato circa 20 secondi ed è stato visto da molte persone. Subito dopo l’avvistamento, i pesci hanno iniziato a venire a galla privi di vita, ma a differenza di alcuni casi in cui sono stati ritrovati privi di ossigeno, questa volta la causa del decesso sarebbe da attribuire a delle bruciature presenti sulle squame. Le autorità ambientali di Barrancabermeja stanno analizzando alcuni campioni per verificare la causa del decesso degli animali.

Fonte: LinkTraduzione ed adattamento a cura del CUT.

Due soli nel cielo, la Terra illuminata come mille anni fa

La Terra illuminata e riscaldata da «due soli». Ma soltanto per poche settimane. La causa? L’esplosione di una delle stelle più brillanti del cielo notturno, visibile a occhio nudo e galattica. La notizia arriva dall’Australia, dal fisico Brad Carter della prestigiosa università del Queensland, e secondo il Daily Telegraph, il quotidiano del Regno Unito, «potrebbe succedere a breve». Anche nell’ormai inflazionato e pieno di catastrofi «2012».

La candidata a «scoppiare» è Betelgeuse, una supergigante rossa di classe spettrale M1-2 Iab, ovvero una stella in una fase già piuttosto avanzata della sua evoluzione. Nella costellazione di Orione, guardando in alto a sinistra è quella rossastra. L’altra in basso a destra, Rigel, è color bianco-blu. Non è vicinissima, ma neanche così lontana da non poterla vedere a occhio nudo: si trova a 640 anni luce dalla Terra. Con lo scoppio si «trasformerà» in supernova, un’esplosione estremamente energetica che costituisce lo stadio finale dell’evoluzione delle stelle massicce.

«Che esploda come supernova è sicuro, ma sapere quando accadrà è una sciocchezza», chiarisce Piero Benvenuti, professore di astrofisica all’Università di Padova e presidente dell’Inaf (istituto nazionale di astrofisica) fino al 2007. Cosa succede? «Si esaurisce la sorgente, il combustibile nucleare che si trova all’interno della stella. Questa collassa e i materiali che la compongono vengono proiettati verso l’esterno creando una sfera di fuoco che si allarga a una velocità di 5, 10 mila chilometri al secondo». Nel caso di una stella come Betelgeuse, «relativamente vicina – spiega Benvenuti -, l’evento sarebbe visibile anche di giorno. Ma sarebbe davvero difficile definirlo come “secondo sole”. Esiste comunque una grande distanza. Basta pensare che la luce del sole arriva sul nostro pianeta in 8 minuti, mentre, quella di Betelgeuse, adesso e quando sarà supernova, ci metterà 640 anni. Dal punto di vista scientifico è una grande opportunità di studio. È raro vedere un’esplosione galattica».

Videro brillare una stella gigante di giorno i cinesi nel 1054: «Era nella nostra galassia, nella costellazione del Granchio – ricorda il professore -. Nel 1572 il danese Tycho Brahe ne osservò una e nel 1604 Giovanni Keplero e Galileo Galilei ne videro un’altra a occhio nudo». Dove finisce la materia stellare? «Un’enorme quantità di neutrini – continua – passa a velocità della luce in tutte le direzioni, arriva sulla Terra senza trovare ostacoli. E gli elementi chimici interni alla stella vengono espulsi, ma nel caso della stella Betelgeuse non ci raggiungeranno mai perché viaggiano a una velocità inferiore della luce. Arriveranno radiazioni energetiche, raggi gamma, X e ultravioletti. Ma prima di toccare la superfice della terra verranno assorbiti dall’atmosfera». Al di là della scienza e dell’astronomia. Una volta di più una fa notizia la data 2012: «Diffondere terrore – conclude Benvenuti – è un modo criminale di divulgare la scienza».

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Sleman, cerchio nel campo di riso: Ufo in Indonesia?

Nel week-end a Sleman, nella regione di Yogyakarta, in Indonesia, è apparso un cerchio in un campo di riso. La larghezza è di circa 70 metri: le piante di riso sono geometricamente appiattite disegnando una sorta di intricato fiore, mentre attorno alle figure create la vegetazione non è stata toccata. Migliaia di curiosi stanno affollando la zona e ovviamente c’è chi pensa che il cerchio sia una traccia di un Ufo.

[Altre foto del crop circle nel link in fonte, ndr]

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Un universo di buchi neri molto ben nascosti

Osservato ai raggi X, l’intero cielo appare luminoso. Anche a grande distanza dalle sorgenti brillanti, la radiazione X proveniente da oltre la nostra galassia fornisce un bagliore costante da ogni direzione e gli astronomi sospettano da lungo tempo che i maggiori contributi a questo fondo di raggi X fossero i buchi neri che inghiottono le polveri posti al centro delle galassie attive. Il paradosso è che poche di queste sorgenti erano finora state rivelate direttamente. Un gruppo internazionale di ricerca ha ora utilizzato i dati del satellite Swift della NASA per confermare l’esistenza di una popolazione in gran parte non osservata di galassie con un buco nero attivo al loro centro. Le loro emissioni a raggi X sono così pesantemente assorbite che se ne conoscono solo una decina. Queste rappresenterebbero, secondo le attuali conoscenze, solo la punta dell’iceberg, rappresentando solo un quinto di tutte le galassie attive. “Questi buchi neri molto nascosti sono tutti intorno a noi”, ha spiegato Neil Gehrels, principal investigator di Swift del Goddard Space Flight Center della NASA di Greenbelt, nel Maryland e coautore del nuovo studio, il cui resoconto è apparso sulla rivista Astrophysical Journal. “Ma prima di Swift, semplicemente erano troppo deboli e troppo scure per poter essere osservate.” A partire dal 2004, il Burst Alert Telescope (BAT) di Swift ha mappato l’intero cielo nello spettro degli X “duri”, con energie tra 15.000 e 200.000 elettronvolt, migliaia di volte l’energia della luce visibile. Costruito gradualmente anno dopo anno, questo survey è ora il più ampio, sensibile e completo censimento a queste energie, che include centinaia di galassie attive fino a una distanza di 650 milioni di anni luce. Da questo campione, i ricercatori hanno eliminato le sorgenti distanti dal piano della nostra galassia più di 15 gradi e quelle che mostravano un getto di particelle energetiche, per un insieme di 199 galassie. Sebbene esistano molte differenti tipi di galassie attive, gli astronomi spiegano le differenti proprietà osservate sulla base dell’angolo della direzione di vista: vediamo le più brillanti di fronte a noi, e via via che che l’angolo aumenta, l’anello di gas e polveri circostante assorbe le emissioni del buco nero, rendendole difficilmente rilevabili.
“Queste galassie attive estremamente oscure sono molto deboli e difficili da trovare: sul campione di 199 sorgenti, ne abbiamo rilevate solo nove”, ha spiegato Davide Burlon, ricercatore del Max-Planck-Institut per la fisica extraterrestre di Monaco di Baviera e primo autore dello studio. “Con Swift abbiamo ora quantificato esattamente quante galassie attive vi siano intorno a noi” ha concluso Marco Ajello dello SLAC National Accelerator Laboratory di Menlo Park, in California. “Il loro numero è ampio ed è in accordo con i modelli secondo cui sono responsabili della maggior parte del fondo a raggi X”. “Se i numeri rimangono costanti anche a grandi distanze, che corrispondono a un universo molto giovane, allora esiste un numero sufficiente di buchi neri supermassicci che rendono conto del fondo di raggi X”.

Fonte: Link

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