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La Luna negli abissi

Per un trentina di anni, prima ancora di «Aliens» e poi di «Abyss», James Cameron si è divertito a trasportarci in mondi alieni e immaginati dalla sua fantasia. Lunedì mattina ne ha visitato uno personalmente, calandosi a bordo di un sottomarino verde a forma di siluro che lui stesso ha contribuito a disegnare, sul fondale della Fossa delle Marianne, il punto più basso della Terra: 11 mila metri sotto la superficie del mare, l’Everest alla rovescia più duemila metri.

«È stato un viaggio incredibile», ha dichiarato appena riemerso dal Deepsea Challenger, a bordo di Octopus, il mega-yacht dell’amico Paul Allen (co-fondatore della Microsoft) usato come nave-appoggio. «Un posto molto lunare, molto desolato. Ho avuto una sensazione di totale isolamento dal resto dell’umanità, come se nello spazio di un giorno fossi andato e tornato da un altro pianeta». E che cosa ha visto? Il narratore dentro di lui ha trovato ispirazione per nuove storie? «Vogliamo credere che laggiù ci sono calamari giganteschi e mostri marini, ma non ho visto niente di più grande che gamberi lunghi di tre centimetri. Pensavo che la vita si sarebbe adattata alla profondità, ma non ne ho visto traccia».

Cameron non è il primo essere umano che esplora le Marianne. Nel 1960 vi discesero Don Walsh, un ex-capitano della Marina americana, e Jacques Piccard, un ingegnere svizzero, a bordo del batiscafo Trieste. Rimasero sul fondo una ventina di minuti, ma riuscirono a vedere poco o niente per il fango sollevato dai motori. Cameron è il primo ad arrivarci da solo, a bordo di un batiscafo a forma di siluro di 12 tonnellate che ha resistito a una pressione mille volte superiore a quella della superficie terrestre.

Ci è rimasto poco più di due ore, concedendosi anche il lusso di dimenticare per un po’ i monitor e gli schermi della plancia di comando e le quattro telecamere ad alta definizione che, come si addice al regista di «Avatar», erano naturalmente in 3D. «Mi sono fermato e mi sono detto: sono qui, in fondo all’Oceano, nel posto più profondo della Terra. E oltre che un grande senso di isolamento, ho sentito quanto ero piccolo, in questo vasto posto sconosciuto e inesplorato».

Per portare a termine la missione scientifica, condotta in collaborazione con il «National Geographic», Cameron intendeva raccogliere campioni di roccia e di sedimenti, alla ricerca di specie esotiche che potrebbero aiutarci a capire non solo la vita marina ma anche quella extraterrestre. Ma poco dopo avere raccolto i primi campioni, il braccio idraulico non ha più funzionato, unico neo in un’impresa in cui tutto il resto è andato alla perfezione. E che adesso fa di Cameron un pioniere non solo del cinema ma dell’esplorazione.

«Quando hanno chiuso il boccaporto avevo le farfalle nello stomaco», confessa il regista. «Ma poi l’eccitazione e l’adrenalina prendono il sopravvento. In un minuto o due sei nel buio più totale e il sottomarino diventa freddo. E ti metti a pensare come un astronauta. Devo fare questo e quest’altro e non combinare pasticci».

Che a compiere questa impresa sia stato proprio Cameron non è così sorprendente. Cresciuto nell’Ontario, in Canada, lontano dagli oceani, sin da bambino rimase affascinato dai documentari di Jacques Cousteau. A 16 anni aveva il suo diploma di sub, nel 1995, due anni prima di girare il film, andò a esplorare i resti del Titanic a quattromila metri sotto la superficie del mare al largo della Newfoundland. Ci è tornato altre 32 volte e ha condotto altrettanti viaggi di esplorazione marina, a volte con compagni, altre da solo. Il mare è la sua passione, una frontiera ai suoi occhi molto più interessante di quella extraterrestre. «Non riesco a pensare a un altrove più lontano», sostiene. E se ieri non è riuscito a raccogliere i campioni come previsto, non è un problema: «Significa che devo tornarci e prenderne altri dice – questo è solo l’inizio». Poi ha lasciato Octopus, è salito a bordo di un elicottero e poi di un jet diretto a Londra, dove assisterà alla prima di «Titanic» in versione 3D.

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