CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

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Archivi Categorie: ANOMALIE DELLA STORIA

C14: la Piramide della Luna ha 10 Mila anni!

E’ quello che riferisce il Dottor Osmanagic ad una conferenza tenutasi a Slavonski Brod riguardo le piramidi in Bosnia. « E’ stato il più grande progetto archeologico del 2010 con più di 500 volontari e 45 archeologi professionisti provenienti da tutti i paesi europei (Italia, Spagna, Francia, Ungheria, Croazia, Malesia..) ». L’archeologo ha sottolineato come negli scorsi sette anni abbiano totalizzato 340000 ore di lavoro e già questo anno sono arrivati 700 volontari da tutti i continenti. « La gente vuole far parte di questo progetto, vuole scoprire la prima piramide europea e la più grande piramide del mondo », continua il ricercatore, che ormai ha presentato molte prove e l’esistenza della piramide non può essere più negata. « Nel corso del 2005 e del 2006 siamo stati pesantemente attaccati, ma oggi non si sente più nessuno negare l’evidenza. » Tutte le squadre di esperti confermano la presenza di una piramide, ma ora ha bisogno di scoprire chi l’ha costruita e quando, per fermare una volta per tutte gli attacchi al progetto. « L’ establishment culturale, invece, mantiene ancora un certo senso di non curanza verso quello che facciamo. » ha dichiarato Osmanagic. Nel corso dei lavori è stato raccolto del materiale organico proveniente dalle piramidi in modo da poter determinare l’età delle stesse. « In uno degli scavi effettuati nella Piramide della Luna abbiamo trovato del materiale adesivo di natura organica, e l’abbiamo inviata a Gliwicame (in Polonia) per effettuare il test della datazione al radiocarbonio, presso l’istituto di Tecnologia di Slesia. L’età è stata calcolata di circa 10,35 mila anni. Questo cambia la nostra visione dell’ Europa e dell’età delle prime civiltà avanzate. »

Fonte: Jutarnji.hr
Traduzione ed adattamento a cura del CUT. Ringraziamo il Dott. Nenad Djurdjevic per la segnalazione.

“L’Ufo di Roswell? Tutto un complotto”

I dischi volanti dell’Area 51 e del New Mexico in un libro di Annie Jacobsen. Con una tesi interessante…

Noi (la redazione di giornalettismo.com, ndr) ne avevamo parlato qui, e oggi anche la Stampa, in un articolo a firma di Fabio Martini, si occupa del libro di Annie Jacobsen, Area 51 e dell’area di Roswell nel New Mexico.

« Le autorità militari dissero che si erano sbagliate, che quel che avevano raccolto erano solo i resti di un pallone sonda, ma ormai la frittata era fatta, le voci erano accreditate e da quell’8 luglio 1947 non hanno mai smesso di proliferare a dismisura. Le più insistenti riguardano il recupero dei cadaveri di piloti extraterrestri e le relative autopsie o persino la cattura di «alieni» vivi. Qui non vogliamo ricapitolare questa storia infinita, ma solo segnalare che si è aggiunto l’ennesimo capitolo, inquietante e anche con dei risvolti degni di un film horror. Ne parla il libro «Area 51» dell’americana Annie Jacobsen. L’Area 51 non va confusa con la base militare di Roswell, è invece un’altra struttura collocata nel vicino Stato del Nevada, ma è connessa con Roswell, perché risulta essere la destinazione finale dei resti del presunto Ufo. Quest’Area 51 è da sempre nel mirino dei dietrologi e dei cospirazionisti, perché le autorità americane la circondano di un ostinato e ridicolo silenzio, rifiutandosi non solo di dire che cosa venga fatto lì dentro, ma persino di ammettere che questa base esista, nonostante le sue dimensioni imponenti (26 mila chilometri quadrati). »

Queste le “precisazioni” della Jacobsen, con il complotto nascosto di Stalin:

« Nel libro della Jacobsen molte cose su Roswell vengono confermate: una specie di disco volante è davvero precipitato nel 1947, e dai rottami sono stati davvero recuperati dei piccoli cadaveri simil-E.T. (anzi, forse c’erano corpi ancora vivi, per poco). Però la faccenda non ha a che fare con gli extraterrestri ma con la guerra fredda Usa-Urss. L’antefatto è in Germania. Alla fine della Seconda guerra mondiale i tedeschi sfornavano un’idea aeronautica e missilistica dopo l’altra, alla ricerca dell’arma segreta in grado di farli vincere per miracolo. Morto Hitler, i sovietici misero le mani sui progetti dei fratelli Horten, due brillanti piloti e inventori nazisti che stavano realizzando un caccia tutto-ala, che a vederlo sembrava proprio un disco volante. Secondo la Jacobsen, il dittatore sovietico Stalin non pensò di sviluppare questo progetto per fini militari seri (il trabiccolo gli sembrava inutilizzabile), ma decise di sfruttarlo nella guerra psicologica. In che modo? Costruendone qualche esemplare da contrabbandare negli Stati Uniti come disco volante, per creare confusione e paura fra la gente ma anche fra i leader politici emilitari. L’idea era di saturare le difese aeree americane (radar e caccia intercettori), inducendo gli Usa a sprecarle alla ricerca di nemici inesistenti; così l’America si sarebbe trovata un po’ meno pronta se fosse scoppiata la guerra vera con l’Urss. »

Insomma, era tutto un piano segreto:

« Secondo il libro «Area 51», quello che precipitò vicino alla base di Roswell fu un aereodisco volante di progettoHorten realizzato dai sovietici. Era telecomandato, perché a bordo aveva sì delle persone, però incapaci di pilotarlo: secondo le raccapriccianti informazioni raccolte dalla Jacobsen, sul velivolo c’erano due ragazzini di 13 anni, truccati per somigliare a degli extraterrestri: erano probabilmente deformi dalla nascita, ma in più erano stati sottoposti a orrendi trattamenti medico- chirurgici tipo dottor Mengele, e per l’effetto combinato delle due cose si presentavano macrocefali, con gli occhi enormi, le membra sottili e deformi. Secondo il libro, il trucco era così realistico che gli americani, di fronte al relitto dell’aereo e ai cadaverini raccolti e sezionati, per breve tempo ci cascarono, e temettero davvero di essere minacciati da «alieni». Poi capirono (in fretta) come stavano le cose. Ma anziché strombazzarlo ai quattro venti, conservarono il segreto e provarono, a loro volta, a fabbricare nell’Area 51 dei falsi Ufo e falsi E.T., per fare trucchi vari contro i sovietici o contro altri nemici. Sarebbe questa la vera ragione di 60 anni (e oltre) di «cover up» e disinformazione, a detta della Jacobsen. Ma se invece a fare disinformazione (screditando gli Ufo) fosse lei? »

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Una bufala l’immagine di Cristo nei codici giordani ?

I codici che sarebbero stati trovati in Giordania, dati per risalenti al primo secolo avanti Cristo e contenenti anche un’immagine del Cristo e resoconti sulla sua vita e la sua morte “sono una bufala, un falso prodotto in Giordania meno di 50 anni fa”. E la presunta immagine di Cristo, incisa su una copertina bronzea “potrebbe essere soltanto una specie di demone”. A bocciare cosi’, senza esitazione, parlando con l’ADNKRONOS, la ‘scoperta’ dei 70 codici individuati nel villaggio giordano di Saham, al confine tra Siria, Israele e Giordania, e’ lo scrittore cattolico Vittorio Messori, autore tra l’altro dell’intervista a Giovanni Paolo II, ‘Varcare la soglia della speranza’.

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L’uomo: il primo OGM

Claudio Bandi

Claudio Bandi

L’Homo Sapiens è a tutti gli effetti un Ogm, un Organismo geneticamente modificato. Non si è sottoposto a chissà quali bizzarri interventi di ingegneria genetica, ma ha incrociato il suo genoma lentamente, lungo la storia, con batteri, virus e microorganismi; parassiti che l’hanno accompagnato nel lungo viaggio evolutivo. Una vasta fauna che ha abitato, in diverse epoche, le cellule umane e talvolta vi ha lasciato il segno: geni «alieni» si sono trasferiti e fissati nel Dna, quando conferivano un vantaggio alla nostra specie. Studiosi italiani e da diversi Paesi hanno festeggiato il 12 febbraio la ricorrenza della nascita di Charles Darwin a «Evolution Day 2011», il simposio del Museo di storia naturale di Milano dedicato, quest’anno, al tema delle migrazioni e agli effetti che i viaggi dell’uomo, diventato specie «cosmopolita invasiva», hanno avuto sulla propria evoluzione e su quella di altre specie. Un «archeologo» del Dna potrebbe mostrarci come i destini di uomini e microbi, patogeni e non, abbiano vicendevolmente influenzato e riprogrammato il proprio «libretto d’istruzioni». L’evento – e l’esempio più curioso – lo spiega Claudio Bandi, professore di parassitologia e malattie parassitarie dell’Università degli studi di Milano. E fa riferimento alle febbri malariche diffuse fino alla metà del secolo scorso anche in Italia, dalla Sardegna al Polesine: «La diffusione di alcuni tipi di anemia deve la sua origine all’antica battaglia tra l’uomo e il plasmodio della malaria». E spiega: «Chi era portatore del gene dell’anemia falciforme, un patologia che conferisce agli eritrociti un aspetto a mezzaluna, era contemporaneamente immune alla malaria, giacché il plasmodio non riesce ad attecchire nei globuli rossi “a falce”». Gli individui affetti da questa malattia, sopravvivendo alla malaria, avevano quindi più possibilità di fare prole, trasferendo però il carattere di «anemico» alla progenie. Risultato: la diffusione dell’anemia «mediterranea» e di altre forme. Ecco come un parassita, nel recente passato, ha influenzato l’evoluzione, privilegiando specifiche popolazioni umane. Adesso, invece, andiamo molto più indietro nella storia, in particolare «a quando la vita era semplice – continua Bandi – e i nostri progenitori, unicellulari, dividevano l’habitat
con batteri come il “free-living mitochondrial ancestor”». Una convivenza utile ad entrambi gli organismi, ai tempi in cui si affacciavano sulla Terra i primi viventi che svolgevano la fotosintesi e l’atmosfera cominciava a saturarsi di un nuovo e corrosivo gas, l’ossigeno: «Per proteggersi i nostri progenitori unicellulari, che vivevano in condizioni di anaerobiosi, si “allearono” con questo “free-living mitochondrial ancestor”, specializzato nel cibarsi di ossigeno per produrre energia e consumando un gas letale per altri batteri». Si instaurarono così diverse forme di «sintrofia» tra gli organismi: ciò che per una forma di vita era scarto – ad esempio l’ossigeno liberato dalle alghe fotosintetiche – diventò «comburente» per l’altra. Da forme di associazione sintrofica si passò a vere simbiosi. Fu così che i nostri progenitori inglobarono il «mitochondrial ancestor», costituendo di fatto una nuova forma di vita con due Dna diversi. Questa alleanza sè conservata: oggi la «centrale energetica» delle cellule umane è proprio il mitocondrio, «assunto» come organello citoplasmatico, ma con un Dna tutto suo. Tanto è vero che i metabolismi energetici individuali – quindi la capacità di sopportare la fatica – dipendono tanto dal Dna nucleare quanto e soprattutto dal Dna mitocontriale. Toni Gabaldón, esperto di genomica comparativa al «Centre for Genomic Regulation» di Barcellona, ha derivato la composizione genetica del «freeliving mitochondrial ancestor», ritrovando geni di questo ipotetico antenato nel nucleo delle cellule umane: «È la prova – dice Bandi – che il Dna di tutti gli organismi cellulari ha una origine chimerica, data dalla somma di Dna di diversa provenienza». Altri studi sui lieviti riportano schemi grafici di un Dna a forma di torta, laddove ogni spicchio rappresenta la porzione acquisita da batteri e parassiti lungo la storia. «Mentre negli insetti – conclude il parassitologo – il trasferimento di geni da parassiti è relativamente agevole e avviene tuttora, nell’uomo il fenomeno è più raro ed è rallentato allorché siamo diventati mammiferi. Tuttavia, considerata la sua complessa storia evolutiva, è indubbio considerare l’Homo Sapiens a tutti gli effetti una vera e propria chimera». Il trasferimento di geni tra specie, seppure fondamentale nella strutturazione del moderno Dna umano, è oggi un fenomeno praticamente scomparso. Non fosse così i comitati anti-Ogm avrebbero validi argomenti a sostenere le fobie nei confronti di questi cibi-chimere. Non è andata così bene, invece, ai diavoli della Tasmania, tutt’oggi decimati da un tumore trasmissibile: «A causa del crollo della popolazione – spiega Bandi – la variabilità genetica in questi animali è molto bassa, tant’è vero che cellule tumorali possono trasmettersi da un diavoletto all’altro tramite un morso senza che il sistema immunitario le distingua e le attacchi». Diverso il destino evolutivo dell’ uomo, invece, che ha sviluppato un sistema di rigetto nei confronti delle cellule estranee, fenomeno che rende complessi i trapianti di organi, ma che allo stesso tempo ci protegge dall’ acquisizione di elementi che possono essere non solo evolutivamente vantaggiosi, ma anche pericolosi.

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Da riscrivere la storia antica della nostra specie?

È da riscrivere la storia filogenetica della nostra specie? Forse, almeno per quanto riguarda quella che è stata definita dagli antropologi nell’ultimo decennio. È quanto sostengono sulla rivista Nature Bernard Wood, direttore del Center for the Advanced Study of Hominid Paleobiology della George Washington University e Terry Harrison, direttore del Center for the Study of Human Origins della New York University.

Lo studio “The evolutionary context of the first hominins”, riconsidera le relazioni evolutive tra i fossili denominati Orrorin, Sahelanthropus e Ardipithecus, che sono stati datati a diversi milioni di anni fa e che rappresenterebbero i più antichi antenati dell’uomo.

Gli autori in sostanza sono scettici sulle interpretazioni date ai fossili e sostengono la necessità di considerare più sfumature nell’approccio alla classificazione dei fossili. È troppo semplicistico, secondo gli autori, supporre che tutti i fossili siano antenati di creature attualmente presenti sulla Terra e sottolineano anche come gli scienziati che hanno trovato e descritto i fossili non abbiano tenuto conto di eventuali omoplasie – ovvero di caratteristiche comuni a specie non imparentate – frutto di convergenze evolutive.

Per esempio, se si accetta l’ipotesi che Ardipithecus sia un antenato dell’uomo, occorre assumere che l’omoplasia non sia presente nella nostra linea filogenetica, ma sia comune in quelle più vicine a essa.

La comunità scientifica ha stabilito da lungo tempo che la linea di discendenza umana ha cominciato a divergere da quella dello scimpanzé da sei a otto milioni di anni fa. È infatti agevole distinguere tra fossili di scimpanzé moderni ed esseri umani moderni.

Tuttavia, è più difficile differenziare tra le due specie se si esaminano i fossili più vicini al loro comune antenato, come nel caso di Orrorin, Sahelanthropus e Ardipithecus.

Nel loro studio, Wood and Harrison sottolineano come l’affidarsi in modo acritico a poche somiglianze tra fossili di scimmie antropomorfe ed esseri umani possa portare a conclusioni scorrette sulle possibili relazioni evolutive. Ramapithecus, una specie di scimmia fossile trovata nel Sud Est Asiatico, negli anni Sessanta e Settanta fu erroneamente ritenuto uno dei primi antenati dell’uomo, ma successivamente si è appurato che si trattava di uno stretto parente dell’orangutan.

Allo stesso modo, Oreopithecus bambolii, un fossile di scimmia trovato in Italia, mostra somiglianze con i primi antenati umani, tra cui alcune caratteristiche dello scheletro che suggeriscono che avesse già sviluppato un adattamento all’andatura bipede. Tuttavia, osservano ancora gli autori, si sa abbastanza della sua anatomia per mostrare che si tratta di una scimmia fossile e solo lontanamente imparentata con gli esseri umani, che ha acquisito molte caratteristiche “umane” in parallelo.

Wood e Harrison sottolineano come i piccoli canini di Ardipithecus e di Sahelanthropus siano forse le prove più convincenti a supporto dell’ipotesi che si tratti dei primi antenati dell’uomo. Tuttavia, la riduzione dei canini non è esclusiva della nostra linea evolutiva, ma è un processo che si è verificato in modo indipendente in molte linee di scimmie fossili (Oreopithecus, Ouranopithecus e Gigantopithecus) presumibilmente per effetto di un simile cambiamento nell’alimentazione.

“Non stiamo affermando che questi fossili non possano essere di antenati dell’uomo”, hanno spiegato i ricercatori. “Semplicemente riteniamo che tale conclusione debba essere adeguatamente dimostrata, dal momento che esisitono numerose interpretazioni alternative”.

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Uomo eretto 3 milioni di anni prima dell’Homo erectus

L’Homo erectus visse tra 1,7 e 0,5 milioni di anni fa ed era considerato come il primo a camminare su due piedi. Tuttavia, una scoperta rivoluziona l’intera storia dell’uomo: i primi ominidi capaci di stare su due gambe e camminare in posizione eretta sono più antichi di uno o due milioni di anni. Ad alzarsi per la prima volta è stato infatti un Australopithecus afarensis, vissuto tra 3,7 e 2,9 milioni di anni fa, lo stesso periodo in cui viene datata Lucy, la donna primitiva il cui scheletro quasi completo emerse dalle stesse polveri etiopiche nel 1974. La sua età, 3,2 milioni di anni, coincide con la datazione del piede arcuato appena scoperto. La scoperta di questa nuova datazione dell’uomo su due gambe deriva dal ritrovamente, in Etiopia, di un piede a forma di arco, risalente a 3,2 milioni di anni fa, in grado di spingere il corpo in avanti durante la deambulazione

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Datato il misterioso manoscritto di Voynich

Il manoscritto di Voynich – noto anche come “il manoscritto più misterioso della storia” perché scritto con un sistema crittografico che ha resistito a qualsiasi tentativo di interpretarlo – è stato datato con il radiocarbonio da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Arizona.

A prima vista il manoscritto – ricco di illustrazioni che rappresentano piante sconosciute, mappe celesti e figure umane che sembrano bagnarsi in una fontana della giovinezza – non pare differire da molti altri antichi testi, se non fosse che sembra scritto in una lingua sconosciuta con lettere alquanto strane che hanno sempre affascinato storici, crittologi e, ovviamente, i patiti del mistero.

L’uso di tecniche crittografiche che si sanno essere state impiegate nel Medioevo e nel Rinascimento non ha però permesso di decifrarne il contenuto e anche il ricorso ad analisi con il computer ha dato lo stesso esito inconcludente. Per questo l’ipotesi più accreditata sulla sua origine è che esso sia stato redatto per truffare l’imperatore Rodolfo II, grande collezionista di testi alchemici e di ogni sorta di oggettistica da Wunderkammer.

Attualmente conservato presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, fu scoperto a Villa Mondragone nel 1912 da un commerciante di libri antichi, Wilfrid Voynich, fra un gruppo di volumi messi in vendita dalla Compagnia di Gesù che ne era proprietaria.

Ottenuto il permesso di asportare quattro piccoli campioni (un millimetro per sei) dai margini di altrettante differenti pagine, i ricercatori hanno proceduto alla datazione al radiocarbonio, che ha riservato una sorpresa: il manoscritto risale a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438, e quindi è ben più antico di quanto finora ritenuto.

Questo risultato rischia quindi di mettere in crisi la spiegazione finora accertata circa l’origine del manoscritto, anche se non definitivamente: “Sarebbe bello se potessimo datare al radiocarbonio gli inchiostri, ma attualmente è estremamente difficile farlo. Sono presenti sulla superficie solo in tracce e il contenuto in carbonio è di solito estremamente basso. Inoltre alcuni inchiostri sono di origine inorganica e non contengono carbonio”, spiega Greg Hodgins, che ha diretto la ricerca. “Sappiamo che i colori sono coerenti con quelli disponibili nel Rinascimento, ma non ci permettono di propendere per una soluzione o l’altra.”

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Bosnia: Una piramide in una raffigurazione del 13° Secolo

Riportiamo, come ci segnala il ricercatore Nenad Djurdjevic, la presenza di una piramide in un dipinto del 13° secolo:

Il dipinto, come da titolo, risale al 13° secolo e raffigura l’incoronazione di un Re bosniaco, con, sullo sfondo, una grande piramide. La piramide era scoperta nel 13° secolo, oppure nel medioevo semplicemente la gente aveva la mente più aperta? Nel link in fonte potrete trovare un articolo d’accompagnamento ad una puntata della trasmissione spagnola “Cuarto Milenio” dove vi è uno speciale, appunto, sulle piramidi in Bosnia.

Fonte: Link

Ps: il CUT ringrazia il ricercatore Nenad Djurdjevic per i suoi costanti aggiornamenti riguardo questo scottante tema.

La nostra Luna abbonda di acqua

Sulla Luna c’è un’enorme quantità di acqua, o meglio di gruppi ossidrilici legati all’interno di un minerale lunare – l’apatite – riportato Terra con una delle missioni Apollo. È quanto si legge sull’ultimo numero di Nature in un articolo firmato da ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) e dell’Università del Tennessee.

Finora era opinione comune che la Luna fosse priva di materiali idratati, e invece non è così”, ha commentato Robert P. Sharp professore di Geologia e di geochimica del Caltech, e coautore del lavoro.

Il campione di roccia basaltica oggetto della scoperta è stato raccolto nel corso della missione lunare Apollo 14 del 1971 e l’idea di effettuare questo particolare tipo di analisi è stata di Larry Taylor, professore dell’Università del Tennessee a Knoxville, che ha anche provveduto a inviare il campione al Caltech.

Presso l’istituto californiano il cristallo di apatite è stato analizzato per cercare tracce di idrogeno, zolfo e cloro utilizzando una microsonda ionica in grado di analizzare i grani di minerali più piccoli dello spessore di un capello umano.le analisi con questa tecnica hanno così dimostrato che, per quanto riguarda il contenuto di idrogeno, zolfo e cloro, l’apatite lunare è indistinguibile dallo stesso tipo di minerale raccolto sulla Terra.

Sulle quantità di composto presenti sulla Luna ovviamente non ci sono certezze ma solo stime approssimative. In primo luogo la percentuale in peso è assai bassa, pari a circa 1600 parti per milione, ovvero lo 0,16 per cento. Inoltre, l’apatite studiata non è affatto abbondante sulla Luna.

Nonostante ciò, la scoperta è ritenuta importate per migliorare la comprensione della composizione del suolo lunare e dei processi che hanno portato alla sua formazione.

“Questi risultati implicano che i processi geologici sulla Luna sono in grado di produrre almeno un composto idratato”, ha concluso Eiler. “Recenti osservazioni spettroscopiche della Luna hanno mostrato che l’idrogeno è presente sulla sua superficie, anche in forma di acqua ghiacciata. Ma in tal caso l’idrogeno avrebbe potuto arrivare dalle comete o con il vento solare. Questi ultimi risultati mostrano invece che l’idrogeno è lì fino dalle epoche primordiali della storia del nostro satellite.”

Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1344136

La civiltà mesopotamica si originò in Armenia

Scoperte uniche rivelate a seguito di scavi a Shengavit (4000-3000 aC) confermano che l’Armenia è la patria della metallurgia, l’arte orafa, la vinificazione e l’allevamento di cavalli. Un gruppo di archeologi studiando l’antica città ha concluso che 4000-3000 aC  l’Armenia era uno stato altamente sviluppato con esclusiva cultura. Gli scavi sono stati effettuati da una spedizione archeologica armeno-americana. Il direttore del Scientific and Research Institute of Historical and Cultural Heritage del Ministero della Cultura Simonyan ha detto che per esempio, le perline di vetro scoperte sul territorio della Shengavit sono di una qualità superiore a quella dei campioni in Egitto. Nel frattempo, la quantità di ossa di cavalli rivelate sul territorio ha superato tutte le aspettative dei ricercatori. Rispetto a questa, il paleozoologo tedesco Hans Peter Wertman ha dichiarato che non ha osservato una tale quantità di cavalli in tutta l’Oriente antico. “Un gran numero di strumenti in pietra sono stati trovati nei locali di lavoro. Mentre le prove di produzione del rame scoperte dimostrano che una produzione sistematizzata di ferro era presente in Armenia “, ha detto Simonyan, aggiungendo che molte sorprese ancora ci attendono. Da parte sua, Mitchell S. Rothman, professore di Antropologia e Archeologia e fondatore del Dipartimento di Antropologia presso Widener University di Chester, in Pennsylvania, ha detto che tutte le scoperte dimostrano che circa 6.000 anni fa la cultura del Shengavit si diffuse nel mondo antico .”Tutto ciò che era conosciuto in Mesopotamia veniva dall’Armenia. L’Armenia è il frammento assente nei mosaici in costruzione dell’intera civiltà del mondo antico. Shengavit ha integrato le catene mancanti, che avevamo dovuto affrontare mentre studiavamo l’antica cultura della Mesopotamia “, ha concluso Rothman.  
  
Fonte (in inglese) http://www.panarmenian.net/eng/society/news/50844/

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