CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE rassegna di Ufologia ed argomenti connessi Email: centroufologicotaranto@gmail.com

Ottobre 21, 2009

Giganti: le prove storiche della loro esistenza

Archiviato in: ANOMALIE DELLA STORIA, MISTERI, OOPART — centroufologicotaranto @ 10:35 am

libroProponiamo di seguito un intervista effettuata dalla redazione di OOPART.it al ricercatore indipendente Daniele Piras, autore del libro “Giganti, le prove storiche di un antica esistenza in Sardegna e nel mondo”:

Come è nata l’idea di questo libro?
Conoscevo già da tempo le antiche cronache sui Giganti, specie quelle documentate dai testi sacri e dagli storici del passato, ma quando ho avuto modo di sentire persone viventi in Sardegna che denunciavano la sparizione dei reperti ho ritenuto utile raggrupparle in modo tale da rendere possibile una loro analisi comparata nonché un confronto con le testimonianze più antiche.

Per quale scopo secondo lei la scienza o meglio il mondo accademico e così restio a riconoscere la veridicità di queste scoperte?
L’impatto su quanto è stato scritto finora sarebbe tale da comportare la riscrittura di molte pagine dei testi canonici, specialmente quelle riguardanti la paleoantropologia e l’evoluzione dell’uomo. Per questo motivo si preferisce ignorare certe verità o metterle a tacere.

Come si giustifica la presenza di tante prove distribuite nel mondo, in quale continente si ha la frequenza maggiore di ritrovamenti?
La quantità ed eterogeneità di prove e testimonianze è certamente un indice della veridicità dell’argomento e della sua validità storica, ma non credo ci sia stato un continente con una maggiore concentrazione di ritrovamenti, quanto aree nelle quali sono state registrate più testimonianze che sono potute giungere sino a noi attraverso le fonti scritte.

L’antica iconografica riporta spesso immagini di figure di altezza singolare rispetto alle altre inserite nel contesto, notoriamente si tratta di divinità faraoni, Re etc… E’ possibile che questi fossero invece dei Giganti?
E’ vero che talvolta re e i faraoni potevano essere raffigurati più grandi rispetto alle figure circostanti per simboleggiare una loro maggiore importanza o statura sociale, ma alcuni casi possono trarre in inganno. Si pensi alla tavoletta mesopotamica WA91001 da me pubblicata nel libro, la quale ritrae un Anunnaki seduto sul trono accanto a uomini comuni; non si può ritenere che le dimensioni del re fossero simboliche in quanto è risaputo che gli Anunnaki fossero Giganti.

E’ mai venuto a contatto con reperti la cui fattura è attribuibile ai Giganti oppure ossa o scheletri?
Una volta ho ricevuto alcuni denti di grandi dimensioni che ho inviato all’Estero per le analisi del DNA, ma non ne ho avuto più notizia. Altre volte mi hanno fatto vedere dei reperti ossei convincenti ma, purtroppo, non si sono fidati di cedermeli per farli analizzare. Mi auguro che un libro controcorrente come il mio possa spronare chi ha qualcosa da mostrare a renderla disponibile e a collaborare.

Ha notizie di analisi fatte su frammenti ossei attribuiti ai Giganti in cui si è riscontrato la presenza di DNA definibile umano?
Purtroppo no, ma ho notizia di molti ritrovamenti di corpi la cui forma era talmente palese da non richiedere alcun esame del DNA, per lo meno al fine di confermarne l’origine umana. Coloro che sostengono di aver visto gli scheletri interi qui in Sardegna affermano che non v’era alcun dubbio sul fatto che fossero umani e, molte volte, i corpi erano accompagnati da un corredo funebre. So che il famoso Smithsonian Institute ha occultato a più riprese reperti umani abnormi trovati in America, ma non sono al corrente se siano state condotte delle analisi.

Quali spiegazioni si potrebbero dare alla presenza di sei dita e di una doppia fila di denti?
Credo fossero caratteristiche morfologiche peculiari di alcune razze di Giganti, specialmente quelle antidiluviane. Le testimonianze a riguardo non si trovano solo nella Bibbia ma anche nelle tavolette mesopotamiche, trovando conferma in alcuni corpi che sono stati trovati in epoca moderna.

Viste le rilevanti diversità di altezza delle testimonianze, secondo lei appartengono tutti allo stesso ceppo?
Io credo che le differenze di statura possano essere spiegate efficacemente dalla teoria dell’involuzione dell’Uomo che ho sostenuto e documentato nel mio libro avvalendomi di antiche fonti indiane, ebraiche, egizie e caldee. Questa tesi si accorda bene sia con il gigantismo animale e vegetale riconosciuti dalla Scienza sia con il fatto che più i megaliti sono antichi più sono grandi.

Quali sono secondo lei le principali strutture architettoniche che meglio rappresentano questa civiltà e che tecnologie secondo lei avevano sviluppato?
Quelle più colossali come Baalbeck, Cuzco, Stonehenge e addirittura le Piramidi, che secondo me sono costruzioni che precedono il Diluvio avvenuto circa 11.500 anni fa, sono indubbiamente le più rilevanti. Quanto alle tecnologie ritengo possibile che in altre ère l’uomo godesse di uno sviluppo tecnologico invidiabile, ma i cataclismi che si ripetono ciclicamente in lunghissimi archi di tempo ne abbiano cancellato le tracce (ooparts a parte, ovviamente). 

Come è possibile che alcune strutture costruttive attribuite ai giganti non abbiamo caratteristiche funzionali all’utilizzo degli stessi ingressi e corridoi interni vedute esterne etc…?
Secondo le antiche cronache gli ultimi Giganti sopravissuti al cataclisma furono impiegati dalla popolazione nella costruzione di strutture megalitiche come i nuraghi, i quali erano comunque destinati a persone comuni e non ai loro costruttori. Le torri di maggiori dimensioni, quelle più antiche, potevano ospitare comunque persone di maggiore statura ed è anche vero che l’altezza di molti architravi può trarre in inganno per via della sedimentazione che depositata in prossimità degli ingressi li rende più bassi.

Alcuni affermano che in realtà i resti di giganti apparentemente umani appartengono ai Gigantopithecus, è secondo lei possibile la seguente tesi?
Talvolta è possibile, soprattutto nel caso delle impronte fossili nella roccia come quelle trovate dal Dr. Rex Gilroy in Australia. Tuttavia, la maggior parte delle testimonianze si riferisce chiaramente a fattezze umane tali da escludere ogni possibilità d’errore.

Ottobre 14, 2009

La “Sacra Sindone” è un falso. C’è la prova

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ITALY SHROUD OF TURIN«Siamo riusciti finalmente a dimostrare che era fattibile con gli strumenti dell’epoca». Lo dichiara Luigi Garlaschelli, docente di chimica organica all’Università di Pavia e autore dell’esperimento che, in pochi giorni, ha riprodotto una copia della Sacra Sindone identica all’originale utilizzando strumenti e materiali disponibili nel 1300. La copia verrà esposta, per la prima volta al pubblico, durante il convegno con cui il Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, celebra i suoi vent’anni. «L’implausibilità della Sindone – spiega lo studioso – è stata già affermata da molti, e per varie ragioni. Una tessitura mai usata nel primo secolo, il modo in cui si sarebbe dovuto ricoprire il cadavere, contrario agli usi ebraici del tempo, la resa chiaramente artistica dei capelli, delle colature di sangue, degli arti, la mancanza delle deformazioni geometriche che ci aspetteremmo da un’impronta lasciata da un corpo umano su un telo avvolto. E soprattutto il fatto che la Sindone comparve in Francia solo verso il 1357». Riguardo a ciò che voleva dimostrare con l’esperimento Garlaschelli afferma che «ha torto chi continua a sostenere che non può essere stata fatta da mano umana, che è stata prodotta miracolosamente, oppure che ci sarebbe voluto un tale flusso di neutroni, una scarica di un milione di volt, cioè un miracolo. Già vari indizi provavano che è medievale, e la datazione col C 14 ha già confermato che fu fatta attorno al 1300». «Chi crede continuerà a crederci. Fra gli esperti sindonologi credenti saranno oggi 100 in tutto il mondo: non si arrenderanno neanche adesso. La Chiesa – conclude – ufficialmente non prende posizione sull’autenticità».

Fonte: http://www.leggonline.it/articolo.php?id=29788

Nota Redazione CUT (Centro Ufologico Taranto): le prove della falsità della Sindone sono state esposte da Luigi Garlaschelli il giorno 10 ottobre 2009  nel corso del XI° Convegno Nazionale del CICAP tenutosi a Abano Terme (PD)

Luglio 1, 2009

Gli antichi Egizi conoscevano il “rettangolo aureo”

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6E64674571E182F459C0566151AGli antichi egizi conoscevano il cosiddetto “rettangolo aureo”, una figura geometrica basata su precise proporzioni che, secondo molti studiosi, è alla base delle concezioni artistiche delle civiltà mediterranee, non soltanto nelle arti figurative, come architettura e scultura, ma anche nella musica.

E’ quanto sostiene il ricercatore Vasile Droj, dopo l’analisi di una figura esistente nella tomba di Senmut, architetto egizio della 18esima dinastia, che si trova a una trentina di chilometri da Luxor.

Nella stessa tomba è presente anche un graffito che mostra la costellazione di Orione in rapporto con le tre piramidi di Gizah. Questo conferma, secondo Droj, che gli agizi basavano il loro concetto dei rapporti fra terra e cielo su ragionamenti fondati su precisi concetti geometrici e matematici. Sarebbe questa la prima precisa conferma archeologica di tali connessioni.

Sul soffitto “astronomico” della tomba di Senmut, il rettangolo che contiene le tre stelle della cintura di Orione è contenuto in un rettangolo più grande, che messo in relazione col primo, mostra esatte connessioni geometriche. Il rettangolo piccolo è posto in un punto “strategico”, incrocio di diverse diagonali, che porta alla creazione del rettangolo detto “aureo” in cui i lati hanno misure rispondenti a una precisa proporzione geometrica, detta appunto “proporzione aurea”.

I rapporti fra i lati generano una serie di numeri, fra cui la radice quadrata di 2, che è un numero irrazionale. Questo porta a credere che gli egizi conoscessero già questa classe di numeri, che poi furono riscoperti dai pitagorici (e celati dal segreto perche si pensava sconvolgessero l’ordine del mondo).

Questa serie di numeri, dice ancora Droj, è il fulcro del “sistema operativo” su cui si basa tutta l’arte egizia, in particolare l’architettura. Per questo, il rettangolo aureo venne scelto come emblema supremo dei faraoni già dall’epoca predinastica, prima del 3000 avanti Cristo. Sotto la forma dei cosiddetti ’serekh’, cartigli rettangolari in cui era tracciato il nome del faraone, nascondevano una serie di teoremi geometrici. Come se ogni faraone immortalasse col suo nome un teorema e la relativa soluzione. Alla dea Iside venne riservato l’onore di “impersonare” il rettangolo, ed era raffigurata con sul capo una sua rappresentazione.

La conoscenza della proporzione aurea, diffusa in tutte le culture classiche (le proporzioni del Partenone rispettano il rettangolo aureo) si perse poi col tempo, per rispuntare nel  Rinascimento. Leonardo raffigurò la Gioconda seguendo le regole canoniche del rettangolo aureo.

Fonte  http://www.apcom.net

Maggio 13, 2009

Le cose peggiori della vita si verificano ogni 12 anni

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sci_so9Non è un segreto che la vita si sviluppa in base ad un certo ciclo. Gli eventi del presente spesso sono copia di quelli del passato. Ripetizioni periodiche, che difficilmente possono essere spiegate dal punto di vista della logica comune, possono verificarsi sia in tutta la storia della civiltà e sia nella vita di singole persone.

Un confronto tra le storie di Roma e Mosca (la città è conosciuta come la Terza Roma) può servire come un notevole esempio di tale stupefacente coincidenza per lo sviluppo della nostra civiltà. Gaio Giulio Cesare è stato il primo uomo a cui è stato dato il titolo dell ‘ “imperatore”.Lo stesso può essere detto a proposito di Pietro il Grande, che divenne il primo imperatore della storia della Russia.

Cesare ha introdotto il suo calendario giuliano nell’anno 46 aC. Il Nuovo Anno del calendario giuliano inizia il 1 ° gennaio. Pietro I ha  firmato un decreto del 1 dicembre 1699, a segnare l’inizio del Nuovo Anno il 1 ° gennaio. La decisione di Cesare di istituire una sede per il suo esercito e istituire la posizione del responsabile ingegneristico è stata ripetuta sotto Pietro I quando fondò il quartier generale del Corpo degli Ingegneri in Russia.

Un classico esempio di incredibili coincidenze si può vedere nel destino di due celebri presidenti americani – Abraham Lincoln e John F. Kennedy. Il primo è stato eletto nel 1860, mentre il secondo 100 anni più tardi, nel 1960. Sia Lincoln e Kennedy sono stati democratici, ciascuno di essi ha lottato per la parità di diritti dei bianchi e la razza nera. Entrambi sono stati uccisi per le loro politiche.

Il poeta russo Velimir Khlebnikov ha detto che aveva avuto una visione che gli ha permesso di identificare un certo ciclo di sviluppo della Russia. Egli ha riferito che la Russia avrebbe subito dei cataclismi ogni 12 anni. L’anno della prima rivoluzione russa – 1905 – è stato preso come punto di partenza del ciclo di Khlebnikov.

La sua visione è stata dimostrata nei fatti reali. L’anno 1917 la rivoluzione socialista; l’anno 1929 collettivizzazione e la carestia; 1941 l’inizio della Grande Guerra Patriottica;  1953 la morte di Stalin, che divenne uno shock nazionale; 1965  la fine di Krusciov negli Anni del Disgelo; 1977  l’adozione della nuova Costituzione; 1989 la caduta del muro di Berlino, che ha segnato l’inizio del crollo dell’Unione Sovietica.

Molti scienziati cercano di spiegare il fenomeno delle coincidenze con complicate teorie, anche se molti altri dicono che queste cose sono al di là di ogni spiegazione.

Il biofisico Alexander Chizhevsky ha scoperto che tutte le nazioni che vivono sulla Terra sono sotto periodiche esplosioni di attività e di aggressione. La sua teoria è basata sul ciclo dell’attività solare. Il suo periodo di attività – undici anni – è molto vicino a tutto il ciclo del calendario orientale, secondo cui la storia si ripete ogni 12 anni.

Misteriose coincidenze si verificano anche nello spazio. Gli archivi degli ufologi evidenziano, per esempio, che gli UFOs appaiono regolarmente – un giorno, una settimana, un mese o un anno più tardi, dopo la prima apparizione. Ecco un breve elenco dei più noti incontri UFO: 1913 Toronto, Canada; 1950 Kolyma, URSS; 1972 Australia; 1977  Nuova Guinea; 1977 Spagna; 1986  Staraya Poltava, Russia; 1996 – Izmir, Turchia.

Fonte (in inglese) http://newsfromrussia.com/society/anomal/12-05-2009/107541-coincidence-0

Maggio 11, 2009

Piramide a Giava con scritta libica

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pyrjavaUn’iscrizione in pietra in una scrittura sconosciuta fu scavata da Sir Stanford Haffles nel 1815 in una piramide, sulle pendici del monte Lavu. La scrittura è stata da me identificata come libica e la lingua come antico Maori, apparentemente identica alla lingua maura delle steli del Nord Africa, in scrittura libica. A differenza delle iscrizioni africane, a Giava le consonanti recano puntini che indicano le vocali, secondo l’uso del moderno amharico. La stele è datata all’anno 616 dell’era di Antioco (304 d.C.).

I valori consonantici dei caratteri della scrittura libica sono stati determinati da de Sauley (1849) e Chabot (1918) in correlazione ai segni corrispondenti di nomi propri che apparivano in iscrizioni bilingui punico–libiche o latino–libiche. Le vocali non furono riconosciute. La lingua del testo libico rimase conosciuta e fu ritnuta numidico, ossia una lingua ritenuta imparentata al ceppo berbero (Friedrich, 1957), benché una sola parola fosse stata trovata a sostegno di tale asserzione.

La recente ricognizione dei caratteri libici in un’iscrizione egizia sull’isola di Pitcairn mi ha spinto ad investigare sulle iscrizioni libiche, con l’immediato risultato che i caratteri a “lettere quadrate”, sino ad ora misteriosi, delle steli di Giava, furono riconosciuti come una variante orientale della scrittura libica.

Quando i valori fonetici determinati da de Sauley e Chabot vengono inseriti nelle iscrizioni di Giava, il testo che risulta è immediatamente riconoscibile come una forma primitiva di polinesiano, e corrisponde a quanto già riferito per altre steli di Giava scritte in antico alfabeto semitico (Fell, 1973).

Per questa lingua ho proposto il nome di “antico Maori”, ed ho dimostrato che si tratta d’una forma dialettale dell’egiziano parlato in età tolemaica. Come riferisco altrove, le stesse iscrizioni libiche e nord–africane, scritte in lingua libica, si rivelano essere come “antico Maori”. Il contenuto di tali testi aderisce strettamente ai testi paralleli in latino e in punico trovati sulle steli bilingui. La stele qui riportata è, naturalmente, monolingue.

L’iscrizione qui riportata mostra con chiarezza che i polinesiani di Giava, nel sec. IV d.C., seguivano la religione persiana, ossia adoravano il Re Sole sotto il nome egizio di Ra, e tra i loro oggetti di culto avevano l’angelo di Mitra chiamato Manaia, alato e con la testa d’uccello.

Pubblicherò in seguito altri particolari, qui riferisco unicamente sull’epigrafe, la sua traduzione e note etimologiche.

Il Testo: vedi foto collegata alla news

Traduzione

1. Questa sacra piramide di Ra i Parsi hanno eretto sul pendio di Hiwa per

2. Il culto di Mitra e Manaia, “Adora i raggi solari e da’ loro voce”.

3. All’alba nel giorno di metà inverno l’ombra tocca la testa della tartaruga

4. A destra, verso sud, e a metà estate tocca

5. L’ombra la tartaruga sul lato nord. In queste date quando il sole sorge

6.gli anziani devono curare il fuoco sul braciere e gli anziani devono pregare

e cantare l’inno del giorno di metà inverno.

Anno 616 (304 d.C.)

Note sulla fraseologia

LavuLa tartaruga del sud è una larga pietra a forma di tartaruga, posta sul lato destro della base del gradone che sale alla piramide sulla faccia occidentale. La tartaruga del nord sta sul lato sinistro. Tali immagini sono indicate nella relazione degli scavi di Raffles (1844).

La frase tra virgolette nella seconda riga della traduzione ricorre anche nell’iscrizione dell’isola di Pitcairn, dove è citata come presa dalle scritture (vedi articolo, Fell 1974).

L’ombra cui si riferisce l’iscrizione era probabilmente gettata da un obelisco collocato in cima alla piramide. Potrebbe trattarsi del fallo alto due metri caduto e rotto in due pezzi, scavato da Raffles.

Le parole della prima riga e la relativa rozzezza delle lettere della stele, rispetto all’architettura sofisticata, danno l’impressione che i coloni maori di Giava avessero appreso la tecnica della piramide dalla conquista di territori già occupati dai Persiani, o in alternativa costruttori persiani (Parsi) possono essere stati impiegati dalla colonia maori.

In questo sito comunque, come in tutta Giava, non rimangono iscrizioni in antico persiano. Vari aspetti del profilo delle tre terrazze della piramide suggeriscono che questo sito di tempio fosse il prototipo sul quale si modellarono l’heiau e l’ahu della Polinesia.

Riferimenti

J.B. Chabot (1918), Punica, Journal Asiatique, II serie, 11(1), 249–302.

H.B. Fell (1973), Egypto–Polynesian Alphabete, 1, Semitic Series of Java and Sulawesi, Egypto–Polynesian Studies (Cambridge, M.C.Z.).

H.B. Fell (1973b), Phonetic Mutation in Egypto–Polynesian Languages, ibidem, 37–51.

H.B. Fell (1974), An Egyptian Shipweck at Pitcairn Island, ESOP, 1, 1–3.

J. Friedrich (1957), Extinct Languages, New York, Philosoph. Lang.

Th.S. Raffles 1844), Antiquarian, Architectural and Landscape Illustrations to the History of Java, London, Bohn.

F. de Sauley (1849), Observations sur l’Alphabet tifinag, Journal Asiatique, 247–264.

Articolo scritto da Barry Fell

Fonte: http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=243

Febbraio 9, 2009

Le “porte magnetiche” del primo imperatore cinese

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qinshihuangdi3Dal 1974 il Primo Imperatore della Cina Qin Shi Huang ha raggiunto a modo suo l’immortalità, con un’eco mondiale di fama e popolarità, dopo la scoperta del suo mausoleo sotterraneo, contenente oltre 6.000 statue di guerrieri di terracotta (si dice che siano oltre 8.000).

Qin Shihuang ordinò a 700.000 uomini di costruirgli una piramide a Lin–t’ong, tra Hnan e Si–ngan. Egli cercò l’immortalità sotto una piramide di terra compressa, alta più di cento metri (oggi dimezzata dall’erosione), con i lati lunghi mezzo chilometro.

Dopo avere accumulato nella piramide grandi tesori, fu deciso di seppellire in essa anche gli architetti e gli operai, perché non ne rivelassero la posizione, e si piantò vegetazione sui fianchi della piramide, per mimetizzarla e farla somigliare ad una collina naturale. La favolosa camera sepolcrale, che le cronache dicevano circondata da un canale in cui scorre bronzo fuso, è tuttora ignota. Può giacere centinaia di metri più sotto, forse in una piramide capovolta. Secondo Sima Qian essa sarebbe protetta da canali sotterranei, in cui scorre piombo o bronzo fuso, e nel suo soffitto, dipinto come il cielo, gemme incastonate brillerebbero come costellazioni alla luce di lampade eterne, mentre rigagnoli di mercurio scorrerebbero, simulando i fiumi e l’oceano, in un immenso modello dell’Impero. Contro coloro che avessero violato il sepolcro c’erano trappole automatiche con archi armati, a tiro automatico, e “spiriti maligni”. Questo autorizzerebbe la reticenza degli archeologi cinesi: non esiste ancora una tecnologia di scavo sicura per l’esplorazione.

Narra una leggenda che la tomba del primo imperatore fosse protetta da una porta che non poteva essere infranta da spade di ferro, perché le attraeva magneticamente. In un’enciclopedia compilata in Cina nel 1406 è scritto che anche le porte d’un vicino palazzo erano fatte di materiale magnetico. “I guerrieri con armature di ferro erano trattenuti o attratti e non riuscivano a passare attraverso di esse”. Gli scienziati hanno cercato di scoprire l’origine di quella pietra magnetica. Tai Li–Chi, dell’Istituto di Ricerca del Ferro e dell’Acciaio di Beijing, riferisce che un suo collega ha scoperto che le sabbie del fiume Wei, che passa da Sian, sono costituite da un materiale ferritico, con buone proprietà magnetiche. Tai ha analizzato le sabbie ed ha scoperto che contengono magnetite ed altri ossidi magnetici. “La qualità di questi materiali non è inferiore agli ossidi sintetici che si usano nella manifattura della ferrite, nell’industria moderna”, egli ha detto, ma ha aggiunto: “non abbiamo trovato nessuna prova diretta che questa sabbia magnetica fosse usata in tempi antichi”. Tuttavia, la conoscenza delle proprietà delle sabbia fluviali potrebbe aver dato origine alla leggenda delle porte calamitate.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com

Gennaio 20, 2009

Una “ziggurat” mesopotamica in…Sardegna?

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montedaccoddi-2-mediumGli scavi che hanno dato alla luce il monumento sono stati quelli seguiti da Ercole Contu. E’ una grande struttura troncopiramidale (m 36 x m 29) costruita su grandi blocchi affiancati riempiti di materiale quale terra, pietre, albino. E’ stata considerata l’unico esempio di ziqqurat dell’intera Europa. Il tempio è stato datato risalente al 4500 a.C., al Neolitico Medio, quando vi erano insediamenti di capanne a pianta circolare di paglia e legno. L’area sacra è impreziosita dalla presenza del menhir e da un altare sacrificale, oltre che da un omphalos o pietra rotonda. Questa pietra è assai curiosa se si pensa che letteralmente significa “ombelico” e che la sua funzione non è ancora stata scoperta. Si pensa che così lavorata potesse simboleggiare un luogo sacro, dove la realtà del mondo (pietra) era toccata da quella del divino (sfera). All’inizio vi era solo una rampa alla cui sommità vi si trovava un edificio che era il tempio vero e proprio, intonacato di rosso ocra, ma di esso resta oggi solo il pavimento. Probabilmente distrutto da un incendio, venne innalzata la piramide con una seconda terrazza e ricostruito il tempio. Esiste all’interno una camera, di cui ancora non se ne conosce il contenuto, per via del forte pericolo di frana che potrebbe far crollare tutto. Forse, proprio come nelle ziqqurat mesopotamiche, vi si trova ancora il letto sacro sul quale il sacerdote si accoppiava ogni anno con una vergine per il rituale della fertilità della terra.
Anche se ziqqurat significa letteralmente il tempio del sole, questo santuario fu dedicato a due divinità lunari, il dio Narma e la dea Ningal.
Fu abbandonato come luogo e come culto verso il 1800 a.C. quando in Sardegna si diffuse una nuova cultura, quella dei “Bonnanaro” dedita a rituali legati ai nuraghi.
Il luogo fu utilizzato in seguito come tomba, fu trovato risalente alla prima Età del Bronzo, una sepoltura di un bambino con tutto il suo corredo funerario.
Purtroppo verso i giorni nostri la piramide fu utilizzata come luogo di avvistamento e difesa militare, vi fu scavata persino una trincea che procurò danni irreparabili. Sul retro del santuario è possibile trovare una stele in granito su cui è scolpita una figura femminile, probabilmente la divinità venerata sul Monte. Ed è proprio questa figura la protagonista della nostra leggenda.

montedaccoddi-4-medium1LA LEGGENDA
Chi ha fatto costruire una ziqqurat mesopotamica proprio qui? La Sardegna, anche se può sembrare un luogo isolato e difficile da raggiungere, al contrario un tempo era un importante punto di approdo di moltissime civiltà, egiziane, romane, greche, fenice, mesopotamiche. Una leggenda narra che la piramide fu voluta da un re mesopotamico di nome Uruk, principe-sacerdote delle sue terre, che fuggito chissà per quale motivo, si stabilì in terra sarda con tutta la sua tribù. Dopo aver pensato alle capanne decise di erigere come protezione anche un tempio, qualcosa che fosse in relazione conla sua religione, una ziqqurat, ma, invece che dedicarla al sole (ziqqurat significa infatti il tempio del sole) decise di dedicarla alla Luna. Vennero portate pietre dalla costa che miste al calcare del posto davano vita alla costruzione di volta in volta. Il lavoro era complesso, dato che all’interno della struttura venne scavata una stanza, e, il tutto, doveva sostenere il tempio posto alla sommità. Una scala verso io cielo, che doveva insegnare il percorso spirituale verso l’immortalità. Una notte Uruk fu visitato da una donna bellissima che gli disse di mostrargli il tempio. Re Uruk le rispose che non era possibile finchè non fosse terminato, ma la fanciulla gli fece visita tutte le notti successive con la stessa richiesta. Un giorno però gli disse qualcosa di diverso, ovvero di correre ai ripari perchè sarebbe arrivata una terribile tempesta che avrebbe raso tutto al suolo. Lo salutò e fu quasi un addio, dato che gli accennò che non si sarebbero più rivisti, ma se un giorno fosse tornata, sarebbe stato per sempre. La tempesta infine arrivò, ma il re ebbe tutto il tempo per proteggere il suo popolo. Tutto veniva devastato dalla forza della natura, tranne un elemento, che sembrava quieto nel cielo, era la luna, placida, che lo osservava dall’alto.
Quando infine tutto si placò, di fronte ad Uruk si parò uno spettacolo imprevisto. Al posto del santuario vi era una collina, tutto era stato ricoperto. Forse così aveva desiderato le Dea che ormai aveva compreso essere stata quella donna. La dea che aveva rinunciato alla sua divinità per amore e per diventare una donna aveva distrutto il tempio a lei dedicato.
Re Uruk decise di tornare a casa, in Mesopotamia, sicuramente con lei, con la quale avrebbe trascorso il resto della sua vita. Effettivamente Monte D’Accoddi fu scoperto proprio così, scavando una collina di terra; si decise di farlo perchè la collina era troppo anomala agli occhi che passavano di lì per caso, una collina quasi artificiale in un luogo pianeggiante.
Ancora oggi permane un fortissimo senso di sacralità che non può far a meno di invadere chi si reca in questo luogo sacro.

Fonte: http://www.luoghimisteriosi.it

Gennaio 14, 2009

La decodifica dei cieli: la soluzione del mistero del primo calcolatore al mondo

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14681473784573f62859f3e978912666_orig1Le scoperte archeologiche sorprendenti, quelle che trasmettono persino all’archivista più noioso fantasticherie circa gli astronauti e gli antichi viaggiatori del tempo, sono purtroppo molto rare. C’è una colonna di ferro a Delhi eretta intorno al 900 a.C., che si è arrugginita solo pochissimo; la cosiddetta “batteria di Bagdad„ – un vasetto del periodo Sassanide che può essere (o no?) una pila elettrochimica, benchè sia difficile da sostenere, poiché non ha in nessun posto i contatti a cui attaccarsi. Ma ci sono alcuni piccoli appigli.

L’unico oggetto con una fama rispettabile per avere rovesciato le conoscenze stabilite è il meccanismo di Antikythera, un pezzo di bronzo corroso di 2.000 anni che è la parte più impressionante d’un movimento a orologeria, precedente al sec. XVIII, che possediamo.

Nel 1901, una squadra di subacquei greci, pescatori di spugne stava studiando un antico relitto fuori dal litorale di Antikythera. Insieme a statue di bronzo e ad altri oggetti che risultarono utili per la datazione della nave, si trovarono alcuni bei pezzi di calcare verdastro incrostato, da cui, in modo intrigante, spuntavano delle specie d’ingranaggi.

Ciò avrebbe dovuto, per così dire, far suonare i campanelli di allarme: sino a quel momento si era pensato che l’intera tradizione dell’orologeria europea provenisse dall’Arabia del sec. X; la fioritura di quest’arte nel XV secolo aveva ispirato le idee meccanicistiche di Cartesio e di Laplace, che, a loro volta, gettarono le basi per i trionfi tecnologici dei secoli seguenti. In altre parole, quei pochi denti avrebbero potuto causare un ribaltamento importante nella storia del pensiero.

Invece, quei bei pezzi furono lasciati per parecchi anni in una cassa fuori del Museo Archeologico nazionale di Atene. A contatto con l’aria, l’acido cloridrico ha cominciato a formarsi intorno ai frammenti rimasti, mangiando via i loro meccanismi. Per il momento in cui chiunque avesse voluto controllare il dispositivo, avrebbe visto con molta difficoltà che cosa potesse essere stato. La storia di come è stato trattato questo reperto, nel corso degli ultimi 50 anni, è il tema principale del libro divertente di Jo Marchant.

La scelta di mettere a fuoco quest’aspetto del soggetto potrebbe essere un errore, ma comunque il racconto scorre molto bene, come potrete indovinare. Tutto è cambiato con i miglioramenti della tecnologia dell’immagine 3D – essenzialmente le cosidette Cat scans, “scansioni di gatto” – unite con l’intuizione degli eruditi relative al meccanismo ad orologeria. Non ci sono molte possibilità di alleggerire l’esposizione, benchè Marchant ci provi con una certa abilità. Michael Wright, uno studioso britannico, ha distrutto la propria salute, il proprio matrimonio ed il lavoro provando a ricostruire il dispositivo con la sua intelligenza meccanica. Quando si è trovato battuto da un produttore cinematografico di documentari, che ha utilizzato l’apparecchiatura di flash-tomografia, si è rivolto dalla parte del suo rivale per esprimerequella che un testimone ha definito: “mezz’ora di collera continuamente controllata„. Sapendo ciò che ha passato, non so dargli colpa.

Tuttavia, malgrado tali intense passioni, i partecipanti al dramma di Marchant rimangono per lo più anonimi. Una breve citazione per suggerire il tono di voce ed il carattere abbozzato attraverso un cliché: “Field era un erudito attento, ferocemente fiero del suo PhD„; “Agamemnon è… un grande ma dolce orso di un uomo„ ecc. Si ricava un’impressione di tenera e voluttuosa ansia, come se Marchant avesse pensato che i suoi intervistati si potessero rivoltare, a meno che fossero ritratti come eroi.

Nulla di questo distrae dall’interesse principale: il dispositivo. Marchant lo chiama un computer, il che sembra un’esagerazione, poiché non era in alcun senso programmabile, ma era senz’ombra di dubbio un oggetto incredibilmente brillante. Un calendario meccanico, che forniva le posizioni delle stelle, molto possibilmente le previsioni delle eclissi e potrebbe, in modo piuttosto non convenzionale per il tempo, porre il sole anziché la terra al centro dell’universo.

Michael Wright crede che il dispositivo originale possedesse 72 ingranaggi. Quelli che sopravvivono sono così piccoli e perfettamente modellati, per non dire che sono organizzati in un così elegante un meccanismo, da suggerire una tradizione matura nei lavori di orologeria, che non è sopravvissuta. Il bronzo era un prodotto limitato, spesso riciclato. Gli scrivani medioevali hanno teso a copiare soltanto quei trattati degli antichi che riuscivano a capire. In questo modo, i vertici di ingegnosità umana retrocedono. Qualsiasi altra cosa potessero aver detto gli antichi creatori, il meccanismo di Antikythera ci offre un messaggio di chiarezza e di conforto, per la nostra età tecnologica.

Articolo (in inglese) su http://www.telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/4174865/Decoding-the-Heavens-Solving-the-Mystery-of-the-Worlds-First-Computer-by-Jo-Marchant—review.html

Gennaio 13, 2009

Testa che ricorda un “extraterrestre” scolpita…6000 anni fa?

Archiviato in: ANOMALIE DELLA STORIA, MISTERI — centroufologicotaranto @ 2:07 pm

headonlyUna misteriosa testa californiana… Un artefatto di bronzo risalente a oltre 6000 anni fa è stato recentemente scoperto nel Golden Gate Park a San Francisco in California. L’artefatto, che è una testa scolpita in bronzo sembra voler rappresentare una creatura mitologica con orecchie a punta e un naso elefantino, ed è stata scoperta da una dipendente del parco che era intenta a piantare fiori vicino ad uno dei sentieri del famoso parco americano. “Ho subito pensato fosse un oggetto fantastico”, ha detto Delaine Hackney che ha trovato la testa di bronzo. “Sono stato io a mostrarlo al mio amico che insegna archeologia a Berkeley dicendo che non aveva mai visto nulla di simile e se poteva essere prezioso”

L’artefatto infatti si è rivelato molto più prezioso di ciò che Odder Delaine poteva pensare. Il suo amico, il dottor Cindy O’Brian ha portato la scultura a Berkeley nel dipartimento archeologico dove ha fatto una serie di test tra cui l’isotropa per risalire alla data della testa di bronzo che è risultata circa 4000 avanti Cristo.

Questo fa si che sia il il più antico artefatto di bronzo mai trovato, visto che è più vecchio di 500 anni dei primi oggetti di bronzo ritrovati in Cina e databili circa 3000 a 3500 A.C.

La strana statua porta con la sua presenza tante domande:
La statua è stato portata nel parco o vi è sempre stata? Se qualcuno la portata, chi e in che epoca l’ha perduta nel Golden Gate Park? A che coltura va associata? Se invece fosse stata sempre li a che civiltà appartiene? Forse il bronzo era utilizzato nelle Americhe prima che in Cina?

In tutti i casi la statua forte dà prova del fatto che l’uomo antico aveva la capacità di creare bronzo molto prima quindi pensato in precedenza. L’università di farà ulteriori test per confermare la data, nonché dettagliate analisi del bronzo e della pietra blu degli occhi .

“Speriamo che ci confermino la datazione isotropa e che si possa scoprire che tipo di creatura la statua rappresenta“, ha dichiarato il Dr Cindy O’Brian. “Se saremo in grado di capire ciò che la statua rappresenta dovremmo essere in grado di trovare la cultura che ha creato la statua.
Abbiamo anche intenzione di tornare al sentiero dove la statua è stata trovata e vedere se siamo in grado di scoprire altri indizi per la sua origine
“.

Fonte: http://www.oopart.it/la-misteriosa-testa-californiana.html


Nota Redazione CUT (Centro Ufologico Taranto): la scoperta appare interessante, anche se non sembra essere stata riportata su nessun altro sito, oltre quello citato. Solo analisi supplementari scientifiche possono confermare l’autenticità o meno di questa inquietante testa scolpita.

Gennaio 10, 2009

Italiani riscrivono le origini degli Indiani d’America

Archiviato in: ANOMALIE DELLA STORIA, MISTERI — centroufologicotaranto @ 10:24 am

immagineI primi abitanti del Nuovo Mondo sono arrivati dall’Asia tra 15 e 17 mila anni fa, seguendo due rotte distinte con lo stesso punto di partenza: la Beringia, il vasto territorio ora sommerso che durante l’ultimo picco glaciale connetteva l’America all’Asia. A riscrivere le origini degli Indiani d’America è un maxi-studio guidato dai genetisti dell’università di Pavia, che con la loro ricerca si guadagnano oggi la copertina della rivista “Current Biology”. La ricerca ha impegnato un team internazionale coordinato da Antonio Torroni del Dipartimento di Genetica e microbiologia dell’ateneo lombardo, e getta nuova luce sul complesso caleidoscopio di lingue e culture dei Nativi americani.

A distanza di oltre 6 secoli dalla scoperta dell’America ad opera di Cristoforo Colombo, la storia del grande continente torna così a incrociarsi con quella italiana. Grazie a uno studio “tricolore” che sfida le precedenti convinzioni sul tema: in particolare l’idea che i primi colonizzatori delle Americhe appartenessero ad un’unica popolazione. Analizzando per la prima volta al più alto livello di risoluzione molecolare due rari lignaggi del Dna mitocondriale (l’mtDna, genoma ereditato esclusivamente per via materna), appartenente a Nativi americani moderni del Nord, Centro e Sud America – si legge in una nota dell’università di Pavia – i genetisti degli atenei di Pavia e Perugia, in collaborazione con i colleghi della Sorenson Molecular Genealogy Foundation di Salt Lake City (Utah, Usa) hanno identificato due percorsi migratori ben distinti che a suo tempo hanno marcato le fasi iniziali della colonizzazione umana del continente americano.

«L’origine dei primi americani è un argomento molto controverso e dibattuto tra gli archeologi ed ancor più tra i linguisti – evidenzia Torroni – Il nostro studio rivela che un primo gruppo è migrato dalla Beringia seguendo la costa dell’Oceano Pacifico e arrivando in qualche decina di generazioni fino alla punta meridionale del Sud America, mentre un secondo gruppo, sempre dalla Beringia, sarebbe penetrato nel Nord America attraverso il corridoio di terra che, a seguito del miglioramento delle condizioni climatiche, andava aprendosi ad Est delle Montagne rocciose tra i ghiacciai canadesi». In altre parole, mappando la storia del primo popolamento umano del Nuovo Mondo, gli autori della ricerca “fotografano” l’arrivo più o meno concomitante di più gruppi umani con radici genetiche in parte diverse. Fatto che implica l’esistenza di una diversità linguistica e culturale tra i Paleo Indiani, fanno notare gli esperti.

Nel marzo scorso – ricorda la nota – lo stesso gruppo di ricerca aveva pubblicato uno studio che, per primo, sintetizzava tutte le sequenze note del Dna mitocondriale dei Nativi americani in un unico albero evolutivo. Rivelando che il 95% dei Nativi americani discende da 6 linee femminili ancestrali. Per stabilire il momento in cui i primi colonizzatori umani entrarono in America, venne utilizzato un orologio molecolare che individuò una breve finestra temporale tra 15 e 17 mila anni fa. Per entrambi gli studi gli scienziati hanno setacciato il database della Sorenson Foundation – la più fornita collezione mondiale di informazioni genealogiche su base genetica, contenente Dna raccolti in più di 170 Paesi – alla ricerca di mtDna appartenenti a lignaggi di Nativi americani. In seguito, utilizzando tecniche messe a punto all’università di Pavia, è stato analizzato l’intero genoma mitocondriale di ogni campione con un approccio di avanguardia.

«I 6 principali lignaggi genetici (pan-americani) sono distribuiti ovunque nelle Americhe», dice Ugo Perego della Sorenson Foundation, attualmente dottorando in Scienze genetiche e biomolecolari a Pavia. «Perciò abbiamo deciso di analizzare in dettaglio due linee genetiche più rare e quasi sconosciute, che potessero definire in maniera più nitida i primi eventi di colonizzazione umana del continente americano. Così abbiamo scoperto che questi due tipi di Dna mitocondriale marcavano due rotte di migrazione nettamente distinte», spiega.

«Questo studio non conclude il dibattito», aggiunge Alessandro Achilli dell’università di Perugia, «ma le implicazioni delle nostre scoperte sono significative», assicura. «Per esempio – precisa – i reperti e le diverse tecnologie osservate nei siti archeologici del Nord America possono ora essere correlate con i gruppi umani arrivati seguendo i due percorsi migratori, piuttosto che con un differenziamento avvenuto in sito. Stiamo ora analizzando con le stesse metodiche le linee genetiche pan-americane, e ci aspettiamo che la distribuzione dei loro sottogruppi ricalchi quella osservata per le due linee rare», conclude lo specialista.

Fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1101&ID_sezione=243&sezione=News

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