CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE rassegna di Ufologia ed argomenti connessi Email: centroufologicotaranto@gmail.com

Settembre 14, 2009

Spiegato il mistero delle mummie di Atacama

Archiviato in: ANTROPOLOGIA, MISTERI SVELATI — centroufologicotaranto @ 10:01 am

journal_pone_0006983_g002Negli anni settanta, in quella che è la regione più arida della Terra, il deserto di Atacama, un gruppo di archeologi scavando nell’antico cimitero di Coyo Oriente, in Cile, scoprì 225 scheletri e mummie risalenti a un periodo compreso fra 500 e mille anni fa, quattro dei quali, appartenuti a donne, mostravano strane lesioni. Come se una parte del loro cranio fosse stata erosa o quasi “divorata”. L’ipotesi avanzata allora fu che quelle lesioni potessero derivare da lebbra, tubercolosi o cancro. Oggi, a trent’anni di distanza, un gruppo di ricercatori diretti da Otto Appenzeller del New Mexico Health Enhancement e Carney Matheson della Lakehead University a Thunder Bay, in Ontario, è venuto a capo di questo “giallo” archeologico. Come raccontano in un articolo pubblicato sulla rivista on line ad accesso pubblico Plos One, amplificando e analizzando il DNA estratto da frammenti di tessuti mummificati che ancora aderivano ai teschi hanno infatti potuto identificare diversi geni che sono caratteristici del protozoo parassita Leishmania, che provoca la leishmaniosi. La leishmaniosi in effetti è endemica in buona parte del Sud America, ma “la malattia – osserva Appenzeller – oggi non è presente a San Pedro de Atacama ed è improbabile che vi fosse mille anni fa, dato che il clima estremamente secco impedisce al parassita di completare il proprio ciclo di vita” : altrimenti sarebbe facilmente divenuto endemico dato che ad Atacama “tutto il resto che gli serve per il suo ciclo di vita – sabbia, roditori e cani – è presente”. Secondo i ricercatori, le donne il cui teschio riportava quelle strane lesioni sarebbero state immigrate Yungas, una popolazione che viveva a 400 chilometri di distanza nel bassopiano tropicale alle falde orientali delle Ande, dove la leishmaniosi è endemica. Gli abitanti delle aree montane e desertiche di Atacama, dediti per lo più all’allevamento di lama, apprezzavano le sostanze allucinogene che crescevano nei territori degli Yungas tanto che si era creata una fitta rete commerciale fra le due regioni. Probabilmente, osservano i ricercatori, le quattro donne avevano contratto la malattia da giovani nel bassopiano e si erano poi sposate con persone di Atacama prima che si manifestassero le lesioni facciali, che per svilupparsi richiedono una ventina d’anni.

Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Il_mistero_delle_mummie_di_Atacama/1340003

Agosto 29, 2009

Carl Gustav Jung: i “dischi volanti” sono reali e non sono illusioni

Archiviato in: ANTROPOLOGIA, COMUNICAZIONI, DALLA STAMPA DI IERI, SCIENZA, UFO — centroufologicotaranto @ 12:56 pm

Quello che vi proponiamo è un articolo datato, ma molto significativo sul fatto che molto spesso, tutt’oggi, vengono fatte affermazioni distorte, da eminenti personaggi che cercano di non dire tutta la verità su fatti storici del passato. E’ il caso di uno dei più grandi psicologi e psichiatri, se non il più grande, mai esistiti al mondo. Stiamo parlando di Carl Gustav Jung. In ambito ufologico è famoso per aver scritto il libro “Su cose che si vedono in cielo”, editato nell’anno 1958. Secondo gli scettici, Jung aveva affermato che gli avvistamenti di “dischi volanti” erano da addebitarsi ad un “mito moderno”, creato dall’inconscio, attraverso immagini unificatrici a scopo di rassicurazione. Ma stranamente nessuno scettico dichiara che Jung non si riferiva a tutti gli “UFO”. La prova in questo articolo che uscì su “L’Europeo, numero 669, 10 agosto 1958″. Jung affermava che i “dischi volanti” sono reali e non sono spiegabili con fatti psicologici collettivi. Cari “debunked” come la mettiamo con ciò?

Sotto le due parti dell’articolo in questione

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Sopra parte 1

Sotto parte 2

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Marzo 18, 2009

L’Uomo di Pechino è più antico. Bisogna riscrivere la storia delle migrazioni

Archiviato in: ANTROPOLOGIA, PALEONTOLOGIA — centroufologicotaranto @ 11:23 am

thumbjpegL’uomo di Pechino risalirebbe ad oltre 780.000 anni fa: sarebbe circa 200.000 anni più antico di quanto ritenuto fino ad ora. Era in grado di fronteggiare le temperature rigide durante le glaciazioni e di cacciare i numerosi grandi erbivori che vivevano nella regione. Anche la cronologia delle migrazioni di Homo erectus andrebbe riscritta. Una grande scoperta!

I resti fossili di Homo erectus rinvenuti in Cina nei pressi di Zhoukoudian, meglio conosciuti come appartenenti all’uomo di Pechino, potrebbero essere risalenti ad un periodo molto antecedente a quanto ritenuto fino ad ora. Le datazioni comunemente accettate collocano questi reperti in un periodo compreso tra 500.000 e 250.000 anni fa, anche se hanno spesso suscitato profonde polemiche e accesi dibattiti all’interno della comunità paleoantropologica mondiale.

Un gruppo di ricercatori guidato da Darryl Granger della Purdue University ha messo a punto una nuova metodologia di datazione che si basa sul decadimento radioattivo dell’alluminio-26 e del berillio-10, anzichè da isotopi che si trovano nelle rocce vulcaniche, quelli che vengono comunemente utilizzati ma che sono scarsamente presenti nel sito di Zhoukoudian. Lo studio, che ha meritato la copertina della rivista Nature, ha previsto l’analisi mediante questa nuova procedura di quattro campioni di utensili in pietra (nel sito ne sono state rinvenute alcune migliaia) e sei di sedimenti da cui sono stati scavati i fossili di questi ominidi bipedi.

Dai risultati le sorprese non mancano: presi tutti insieme le due classi di dati forniscono un risultato concorde, con una datazione media di 770.000 anni fa (più o meno 8.000 anni). Questa nuova stima del periodo in cui proliferavano le popolazioni di H. erectus nella Cina settentrionale pone alcune nuove ed importanti considerazioni sulle abitudini ed i comportamenti di questo nostro progenitore. Sebbene sia noto da tempo che gli H. erectus fuoriuscirono dall’Africa ben oltre 1,5 milioni di anni fa, andando a colonizzare gran parte dell’Asia meridionale fino alle isole dell’Indonesia, si credeva che fosse approdato nelle regioni più settentrionali in epoche molto successive.

Le regioni della Cina del nord, infatti, sebbene non furono direttamente interessate dai fenomeni glaciali del Pleistocene, durante quel periodo attraversarono una fase caratterizzata da un clima molto freddo e secco. Fino ad ora non si credeva, anche sulla base dell’assenza di testimonianze fossili antecedenti a 500.000 anni fa (secondo le precedenti datazioni), che gli H. erectus fossero adattati a sopravvivere a temperature rigide come quelle durante le glaciazioni del Pleistocene.

Questo nuovo studio mette in luce, al contrario, come questo ominide fosse in grado di fronteggiare i climi freddi, forse aiutato dall’utilizzo del fuoco e di pelli animali, anche se queste ipotesi non sono del tutto confermate. L’utilizzo e il controllo del fuoco, ad esempio, è raramente documentato nelle popolazioni di H. erectus (esistono solo alcune testimonianze in Nord Africa e Medio Oriente) e si ritiene che una tale conquista stabile sia stata operata da specie del genere Homo di più recente origine. Se da un lato le temperature rigide rappresentarono una grande difficoltà da affrontare, dall’altro il clima freddo e secco modellò un ambiente caratterizzato da aperte praterie e steppe in cui potevano proliferare numerose specie di grandi mammiferi erbivori, poco pericolose e facili da cacciare. Secondo questa ipotesi le popolazioni di H. erectus insediatesi nella zona ne divennero tra le principali predatrici: non è un caso, infatti, che nelle grotte di Zhoukoudian, oltre ai resti di numerosi ominidi e utensili, sono state rinvenute anche svariate tracce di oltre 100 specie animali, molte delle quali costituivano probabilmente le loro prede.

La scoperta, sostengono Russell L. Ciochon and E. Arthur Bettis III in un altro articolo di Nature, potrebbe inoltre riscrivere la cronologia e le modalità delle migrazioni di questa specie. Le popolazioni della Cina settentrionale, infatti, vissero contemporaneamente ad altre che abitavano regioni più meridionali dell’Asia, come le isole dell’Indonesia (queste popolazioni di H. erectus sono conosciute come “uomo di Giava”), le cui testimonianze si estendono per un periodo molto lungo, da oltre 1,5 milioni di anni fa a circa 50.000 anni or sono. Questa nuova datazione suggerirebbe, affermano i paleoantropologi, che l’H. erectus sia giunto in Asia non con un unico grande evento migratorio, ma in almeno due principali ondate. La prima, lungo le coste meridionali, si concluse con l’insediamento nel Sud-est asiatico, mentre la seconda, successiva, forse attraverso l’Asia centrale e la Mongolia meridionale, ebbe il suo culmine nella regione dell’attuale Pechino. Le due popolazioni non entrarono più in contatto, in quanto rimasero separate dalla formazione di una quasi impenetrabile barriera ecologica, rappresentata dalle inospitali foreste tropicali del Sud-est asiatico.

I precedenti scenari vedevano invece un’unica grande migrazione grazie alla quale le popolazioni di H. erectus giunsero in Asia meridionale e poi nelle isole indonesiane; da qui, infine, alcuni individui si spostarono nuovamente verso nord, andando a colonizzare le regioni più settentrionali della Cina.

Fonte: http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?IDLYT=283&Code=Pikaia&ST=SQL&SQL=ID_Documento=4519&CSS=Dettaglio

Dicembre 19, 2008

Trovata la “casa” della cultura umana, ha 2 milioni di anni

Archiviato in: ANOMALIE DELLA STORIA, ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 10:42 am

Secondo quello che riporta il sito di “News24.com”, un gruppo di archeologi nazionali e locali ha scoperto dei reperti che risalgono a circa due milioni di anni fa, in una grotta di Northern Cape. Gli archeologi provenienti da Canada, Sud Africa e Israele sono entrati nella grotta di Wonderwerk, fuori Kuruman (Sud Africa). Gli studiosi hanno trovato 30 reperti. Il team afferma che la grotta reca testimonianza di ciò che è stata descritta coma la casa della cultura umana.

Fonte: http://www.news24.com/News24/Technology/News/0,,2-13-1443_2443829,00.html

Nota Redazione CUT (Centro Ufologico Taranto), notizia interessante e intrigante, la quale (semmai ce ne fosse bisogno) dimostra che le prime forme di cultura, di socializzazione, di arte risalgono a periodi “antecedenti” alla accezione classica paletnologia e paleoantropologica. Ricordando anche che siamo al limite della fine dell’ Era Cenozoica e inizio Neozoica, un era (la prima) che aveva dato già l’inizio del bipedismo e il “miracolo” di camminare in postura eretta dei primati. Aspettiamo comunque le immagini di questi ritrovamenti. Se ci saranno aggiornamenti vi informeremo tempestivamente.

Dicembre 5, 2008

Rari reperti del Paleolitico Superiore trovati in Russia. Con un mistero

Archiviato in: ANOMALIE DELLA STORIA, ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA — centroufologicotaranto @ 1:11 pm

Il sito di Zaraysk, a 150 chilometri a sud/est di Mosca, ha dato alla luce figurine e incisioni su zanne di Mammuth. E’ stato rinvenuto anche un oggetto a forma di cono la cui funzione, afferma gli autori della scoperta sul giornale Antiquity, “rimane un puzzle”. Tali manufatti artistici sono stati torvati nelle vicinanze delle regioni di Kostenki e Avdeevo, ma questa è la prima scoperta a Zaraysk. Il Paleolitico Superiore è l’ultima fase della Vecchia Età della Pietra, durante il quale l’uomo segnò il passaggio dal classico strumento decisionale a quello per ornamento e per l’arte. Il bisonte scolpito sull’avorio di Mammuth è stato trovato a Zaraysk nel 2002. I nuovi reperti, scoperti da Hizri Amirkhanov e Sergey Lev della Russian Academy of Sciences, includono una costola di mammuth con su incisi ciò che sembrano tre mammuth, un piccolo osso con una incisione a croce e due figure umane che si presume essere di sesso femminile. “I resti arricchiscono l’inventario artistico del Paleolitico Superiore ed ampliano la conosciuta distribuzione di specifici oggetti d’arte dell’Oriente Europeo delo stesso periodo”, ha detto il dottor Lev alla BBC. “In termini di splendore e varietà i reperti d’arte di Zaraysk sono alla pari di siti famosi come Kostenki e Avdeevo”. Le figurine sono del tipo statuette di “Venere”, esempi che sono stati trovati in luoghi che vanno dalle montagne della Spagna all’Estremo Oriente, come anche in Siberia. Tuttavia, il loro significato culturale resta un punto di discussione tra gli antropologi. A Zaraysk, le due figure sono state trovate sepolte in pozzi di stoccaggio. All’interno è stato rinvenuto un deposito di sabbia e successivamente è stato rinvenuto un deposito di ocra rossa. Ciascuna di questa statuine è stata ricoperta da una lama-spalla di un mammuth. Una si presume essere completata ed è alta circa 17 centimetri, l’altra è chiaramente incompiuta ed è grande la metà. Un frammento d’osso mostra un motivo di decorazione a “croce obliqua”. Tuttavia, esempi di queste statuine sono state rinvenute a sud/ovest del sito di Avdeevo, suggerendo legami culturali tra i due. “La collezione d’arte è spettacolare non solo dal punto di vista di tutte le rappresentazioni della gamma umanistica ed animale, ma anche per la gamma di materiali che vennero utilizzati”, spiega Jeffrey Brantingham, un antropologo dell’Università della California, Los Angeles (UCLA). “Questi sono davvero reperti incredibilmente rari e che offrono una vista unica della vita umana del Paleolitico Superiore”. Ugualmente è stato ritrovato un oggetto che è stato scolpito in avorio di mammuth, a forma di cono con la cima rimossa. Il cono è molto decorato e ha un buco attraverso il suo centro. Gli autori fanno notare che l’oggetto è unico tra i manufatti del Paleolitico. “La funzione di questo oggetto decorato rimane un puzzle”, affermano.

Articolo completo (in inglese) su http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/7758986.stm

Sotto foto dei reperti

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Sotto l’immagine del reperto che rimane un “puzzle” per i ricercatori

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Novembre 3, 2008

Strumenti in pietra forniscono una data anteriore per l’uomo moderno

Archiviato in: ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 1:42 pm

Un team internazionale, che include archeologi dell’Università di Oxford, ha datato due episodi di creazione di strumenti in pietra sofisticati nell’Africa meridionale molto più precisamente di quanto non fosse possibile in precedenza.

Il team ha datato i due eventi, conosciuti come Still Bay e Howieson’s Poort, attorno a 80.000 e 60.000 anni fa, rispettivamente.

Questo fornisce ulteriori prove che gli umani (Homo sapiens) nell’Africa meridionale erano “comportamentalmente moderni” – ovvero, pensavano e si comportavano come l’uomo moderno – prima di qualsiasi migrazione di umani biologicamente moderni nel resto del mondo: approssimativamente datate attorno a 60.000 anni fa secondo la teoria “out of Africa 2″. Un rapporto della ricerca è pubblicato questa settimana in “Science”.

“Questi nuovi ritrovamenti rinforzano la comprensione del fatto che dobbiamo allargare significativamente l’arco di tempo nel quale la gente nell’Africa meridionale non era tanto diversa dalla gente di oggi”, ha detto il Professor Peter Mitchell della Scuola di Archeologia della Oxford University. “Ora dovremo pensare molto più creativamente al passato e a che tipo di comportamenti umani sofisticati erano in atto in Africa in questo enorme lasso di tempo di decine di migliaia di anni”.

La prova viene dai siti archeologici in Lesotho e in Sud Africa. Gli elementi caratteristici della più antica Still Bay sono generalmente oggetti a forma di punta di lancia con bordi taglienti che potrebbero essere stati usati come picche o lame. La zona più giovane di Howieson’s Poort presenta oggetti che sono tipicamente di pochi centimetri in lunghezza e che sono stati scolpiti in semi-cerchi o altre forme geometriche – erano probabilmente inseriti in mazze di osso o legno per fungere da lance o, probabilmente, anche da frecce.

“Quel che è particolarmente interessante è che una recente ricerca suggerisce che alcuni degli oggetti di Howieson’s Poort potrebbero essere stati usati come frecce – se ciò è corretto allora la nostra datazione dovrebbe spostare indietro l’uso dell’arco, e l’invenzione di arco e freccia, a 60.000 anni fa, e forse molto prima che gli umani moderni lasciassero l’Africa”, ha detto il Professor Peter Mitchell.

Prendendo parte alla ricerca, il Professore Mitchell e i suoi colleghi di Oxford hanno aiutato a raccogliere campioni di sedimento da alcuni siti in Lesotho dove i loro scavi avevano rivelato gli oggetti di Howieson’s Poort. Questi campioni, e altri, sono stati quindi analizzati dagli scienziato dell’Università di Wollongong, Australia, e dal College Universitario di Londra usando una tecnica di luminescenza che ha fornito le nuove datazioni.

L’Università di Oxford è l’unica università nel Regno Unito a essere specializzata nella ricerca nell’Africa meridionale. Il Professor Mitchell ha a lungo investigato i siti in Lesotho per 25 anni e ritiene che questi ritrovamenti stimoleranno ulteriori ricerche nella storia negata degli umani moderni nell’Africa meridionale.

Fonte: http://www.physorg.com/news144676690.html e http://www.altrogiornale.org

Ottobre 22, 2008

L’Homo Sapiens arrivò in Europa sull’acqua

Archiviato in: ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 10:12 am

Se l’Africa è ormai considerata da tutti come la culla dell’umanità, più dubbi sorgono riguardo le rotte migratorie che i nostri antenati intrapresero intorno a 120.000, quando fuoriuscirono da questo continente per colonizzare l’intero pianeta. L’ipotesi più accreditata vede l’utilizzo della Valle del Nilo come corridoio naturale che ha consentito alle popolazioni umane arcaiche di giungere sulle rive del Mediaterraneo. In alterantiva, è stato proposto che i primi migratori della nostra specie abbiano sfruttato l’abbassamento del livello del Mar Rosso per passare dalla penisola del corno d’Africa a quella Araba e da qui si siano poi spostate verso l’Asia e il Mediterraneo.

Un recente articolo, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha proposto un’interessante nuova ipotesi, sulla base di alcuni rilevamenti paleoclimatici e geochimici: le antiche popolazioni si sarebbero spostate attraversando il Sahara centrale e l’attuale Libia, seguendo il corso di alcuni fiumi ora scomparsi. Questa regione, infatti, durante l’ultimo interglaciale, datato tra 170 e 130.000 anni fa, fu interessata da un lungo periodo di intense precipitazioni, che portano alla formazione di un grande bacino idrico al centro del deserto del Sahara (in corrispondenza degli attuali stati di Niger, Ciad e Sudan). Da qui, secondo quanto traspare da immagini satellitari radar in grado di individuare corsi d’acqua fossili, si originarono alcuni grandi fiuni che, attraversando l’attuale Libia, sfociavano nel Mar Mediterraneo.

Le datazioni effettuate mediante analisi geochimiche hanno collocato l’esistenza di questi fiumi proprio nell’ultimo periodo interglaciale, costituendo un’importante area umida nel bel mezzo di una distesa arida. Un’ulteriore analisi, che ha preso in considerazione la composizione chimica del guscio di conchiglie rinvenute in alcune località in cui si trovavano questi corsi d’acqua fossili e di gusci di microfossili planctonici mediterranei ha confermato la presenza di questa rete idrica sahariana. Infatti, entrambi questi gruppi animali contengono nel loro guscio tracce di isotopi tipici di rocce vulcaniche, come quelle della zona del bacino idrico da cui avevano origine i fiumi.

Secondo i ricercatori della Bristol University alcune popolazioni di Homo sapiens arcaico utilizzarono proprio questo corridoio naturale per raggiungere il bacino del Mediterraneo ed avvicinarsi così agli altri continenti. In questo modo, concludono i ricercatori, si spiegherebbero tutte le similarità osservate tra gli utensili e gli artefatti rinvenuti in Ciad, Sudan e Libia e risalenti al Paleolitico Medio.

Fonte: http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?IDLYT=283&Code=Pikaia&ST=SQL&SQL=ID_Documento=4132&CSS=Dettaglio

Articolo dello stesso argomento uscito su “La Repubblica”, versione cartacea, del giorno 15 Ottobre 2008

Ottobre 8, 2008

L’evoluzione dell’uomo? E’ finita

Archiviato in: ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 2:10 pm

«L’evoluzione umana è finita». Per secoli scienziati e scrittori di fantascienza hanno cercato di tracciare un identikit dell’Uomo del Futuro, immaginandolo come superuomo o al contrario come un flaccido fruitore-schiavo delle nuove tecnologie che permetterebbero di vivere senza muovere un muscolo, usando telecomandi attivati dalla forza del pensiero. Ebbene: l’ultima teoria è che il Future Man sarà semplicemente uguale a quello di oggi, perchè le forze che guidano l’evoluzione — selezione naturale e mutazioni genetiche — si sarebbero quasi esaurite. Lo sostiene uno studio dell’University College di Londra.

I MOTIVI - Il professor Steve Jones sostiene che ci sono tre motivi per i quali non si registrano più importanti mutazioni genetiche: per la maggior parte della storia dell’uomo le condizioni di vita erano così dure sulla terra che la selezione naturale era forte, mentre ora con il progresso tecnologico, essere per esempio più temprati al freddo non aiuta. Poi, nell’era della globalizzazione, le popolazioni separate dal resto del mondo di fatto non esistono più. Terzo fattore, il più rilevante secondo gli scienziati dell’University College di London, è che ci sono pochi padri in età avanzata. «Nei maschi il numero di divisioni cellulari necessarie per arrivare da uno spermatogonio (precursore dello spermatozoo) fino alla formazione di uno spermatozoo maturo cresce con il passare degli anni. Ogni volta che c’è una divisione c’è la possibilità di un errore, di una mutazione. Per un uomo di 29 anni si verificano circa 300 divisioni tra lo sperma che lo ha generato e quello e quello che passa al figlio: ogni divisione crea un’opportunità di errore, mutazione ed evoluzione». Il genetista inglese ha fatto l’esempio del genitore di 29 anni non a caso: è l’età media in cui si diventa padre in Occidente. «Per un genitore di 50 anni invece, il numero di divisioni è superiore a mille: perciò aumentano le possibilità di mutazioni».

IL SULTANO - Il professor Jones cita il caso un po’ mitico di Moulay Ismail, sultano del Marocco, che nel Diciottesimo secolo avrebbe avuto 888 figli, contribuendo non poco all’evoluzione. Fatti i conti avrebbe dovuto giacersi con 1.2 donne ogni giorno per 60 anni (ma questa è un’altra storia di cui in caso si potrebbero occupare i sessuologi). In conclusione: padri più giovani uguale niente più evoluzione e quindi niente superuomo, ma anche niente minus habens incollato a un telecomando e incapace di altro.

 

 

Guido Santevecchi

Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_ottobre_07/evoluzione_uomo_finita_3b5e96d2-9484-11dd-a0d8-00144f02aabc.shtml

Agosto 27, 2008

L’Uomo di “Neanderthal” era intelligente come il “Sapiens”

Archiviato in: ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 9:51 am

Non fu il divario tecnologico e d’intelligenza con l’Homo sapiens a far scomparire il Neanderthal (Homo neanderthalensis) dalla faccia della Terra. E’ questo il risultato di una ricerca di un gruppo di scienziati inglesi e americani che hanno studiato gli utensili di cui erano in possesso le due specie e che ha dimostrato che essi erano efficienti, dal punto di vista delle possibilità e dell’efficienza di utilizzo, allo stesso modo.

Il nuovo studio, quindi, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Human Evolution, smentisce categoricamente quanto, per circa 60 anni, ha sostenuto la maggior parte dei paleoantropologi e cioè che l’Homo Sapiens ebbe la meglio sul Neanderthal perché mise a punto strumenti tecnologici di qualità superiore.

La ricerca del team di ricercatori dell’Università di Exeter, dell’Università della Southern Methodist, dell’Università dello Stato del Texas e la Think Computer Corporation, è consistita nello studio al computer e nella riproduzione reale di strumenti che utilizzavano le due specie per poi metterli a confronto. Gli studiosi, in particolare, hanno ricreato gli arnesi in pietra a forma di lama, usati sia dai Neanderthal che dai sapiens, e quelli a forma di scaglia allungata, che erano utensili, sempre di pietra, più stretti e allungati rispetto ai precedenti e utilizzati solo sai sapiens. Questi ultimi vennero prodotti dai sapiens per la prima volta durante la loro colonizzazione europea, una volta lasciata l’Africa, circa 40.000 anni fa. La loro introduzione nella vita di tutti i giorni è sempre stata pensata, da parte dei paleoantropologi, come un vero e proprio salto tecnologico, frutto di una maggiore intelligenza, che avrebbe aiutato più di ogni altra cosa a sopraffare il suo cugino dell’Età della Pietra. Con tali strumenti infatti, avrebbe cacciato con maggiore facilità e avrebbe prodotto altri strumenti con maggiore facilità e qualità migliore.

Per verificare questo assunto, i ricercatori anglo-americani hanno confrontato la semplicità d’uso degli strumenti prodotti, la loro capacità di taglio, la resistenza nell’uso nel tempo e quanto duravano. Spiega Metin Eren, dell’Università di Exeter: “Lo studio ha dimostrato che tra i diversi utensili utilizzati non vi sono differenze statisticamente importanti nella loro efficienza. Anzi, in alcune situazioni l’uso degli utensili a forma di lama era superiore a quelli a forma di scaglia”.

Questa scoperta riapre il dibattito sulla scomparsa del Neanderthal. Per capire il problema va detto che sempre più prove dimostrerebbero Homo sapiens e Neanderthal sono due specie ben diverse (l’ultima in ordine di tempo è la dimostrazione certa al 99 per cento che esiste una differenza nel DNA a provare che le due specie non si sono mai incrociate): sembra infatti, che il Neanderthal evolvette direttamente in Europa, mentre l’Homo sapiens arrivò dall’Africa tra 50 e 40.000 anni fa. Il primo poi, scomparve circa 28.000 anni fa, suggerendo l’ipotesi che in 10.000 anni il sapiens prese il sopravvento sul suo cugino.

Al riguardo, si è suggerita, ad esempio, una maggiore bravura del sapiens nella caccia che avrebbe via via impedito al Neanderthal di procurarsi cibo, ma ora lo studio sull’efficienza dei mezzi a disposizione fa crollare tale ipotesi, si è parlato poi di una maggiore capacità di comunicazione del Sapiens, ma anche questa ipotesi non è suffragata da prove concrete, infine si è detto che il Neanderthal soccombette per la sua minore intelligenza, ma l’ultima ricerca smentisce anche questa ipotesi.

Ma se gli utensili a scaglia non hanno apportato alcun miglioramento nella vita tecnologica dei sapiens, perché allora li hanno mantenuti? “Risponde Eren: “Essi potrebbero avere avuto un significato più profondo che non quello di essere nuovi strumenti tecnologici. Colonizzare un continente non è facile e deve essere stato ancor più difficile farlo durante un’era glaciale, come si trovò a farlo l’Homo sapiens. Forse quel nuovo mezzo tecnologico poteva avere un significato simbolico più importante del suo stesso uso, avrebbe, cioè, fatto da “collante” tra i diversi gruppi sociali che si sarebbero sentiti superiori ai loro cugini”.
Tutto questo non contribuisce però a far capire perché il Neanderthal si estinse.

Fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/scienza_e_tecnologia/neanderthal-mistero/neanderthal-mistero/neanderthal-mistero.html

Giugno 16, 2008

EVOLUZIONE: IL MISTERO DELL’INTELLIGENZA UMANA

Archiviato in: ANTROPOLOGIA — centroufologicotaranto @ 10:40 am

Il famoso biologo ateo Richard Dawkins lo definisce (sulla scorta del collega Jared Diamond) «grande balzo in avanti». Il pontefice Giovanni Paolo II lo chiamava invece «salto ontologico». Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura. Come questo sia potuto accadere resta non solo un enigma affascinante, ma anche uno dei punti più controversi della storia naturale, al pari della questione riguardante l’ origine della vita, di cui si è occupato ieri sul Corriere Sandro Modeo. E ad accrescere l’ interesse del tema ci sono le sue implicazioni filosofiche, che dividono chi vede nell’ intelligenza umana una scintilla divina da chi la considera il frutto più sofisticato di processi evolutivi dominati dal caso. La polemica infuria nel mondo anglosassone, dove hanno grande risalto le posizioni estreme. Da una parte gli scienziati riduzionisti (come il già citato Dawkins, Daniel Dennett, Marc Hauser), secondo i quali lo studio della biologia può consentirci di arrivare a dire l’ ultima parola sulla mente umana. Sul versante opposto i fautori del «disegno intelligente», spesso legati ad ambienti religiosi, affermano che non solo il comportamento dell’ uomo, ma l’ intero percorso dell’ evoluzione si può spiegare solo chiamando in causa un intervento sovrannaturale. Più sfumati e articolati sono i punti di vista prevalenti tra gli studiosi italiani. Per esempio Fiorenzo Facchini, sacerdote cattolico e docente di Antropologia, nel suo ultimo libro Le sfide della evoluzione (Jaca Book, pp. 174, 16) critica la teoria del «disegno intelligente», che a suo dire «non appartiene alla scienza» e «porta a una confusione di piani che non giova a nessuno». Ma al tempo stesso tiene a sottolineare che l’ uomo, in quanto dotato della facoltà di pensare, «reclama una trascendenza nella sua origine, perché lo spirito non può derivare dalle forze della materia». Insomma, bisogna distinguere l’ umanità dal resto degli esseri viventi: «I sostenitori del disegno intelligente – spiega Facchini al Corriere – commettono l’ errore di introdurre un elemento sovrannaturale per spiegare fatti che rimangono nell’ ambito fisico e biologico. Ma con la comparsa del pensiero umano si verifica una discontinuità molto netta, a mio avviso innegabile. L’ attitudine a fare progetti, il linguaggio simbolico, l’ autocoscienza e l’ autodeterminazione, la capacità di gestire consapevolmente l’ ambiente sono caratteristiche peculiari dell’ uomo, che non si possono ricondurre al semplice sviluppo dell’ attività cerebrale. A mio parere in questo caso è vano cercare una spiegazione con i metodi delle scienze naturali, perché siamo dinanzi a fenomeni trascendenti che sfuggono alla loro indagine». Sul fatto che sia sbagliato ridurre la natura umana al dato biologico si trova d’ accordo anche il filosofo della scienza Telmo Pievani, convinto darwiniano e curatore del volume L’ evoluzione della mente (Sperling e Kupfer, pp. 131, 9,20), comprendente contributi in cui alcuni illustri scienziati s’ interrogano sulle origini del comportamento culturale umano. «C’ è chi dice – dichiara Pievani al Corriere – che un giorno scopriremo il cromosoma della morale, la grammatica universale del comportamento etico inscritta nel genoma umano. Ma anche se ciò dovesse avvenire, saremmo ben lontani dall’ avere risolto tutti i problemi in questo campo. Si pensi alla questione della violenza. Una volta acclarato che l’ uomo tende ad aggredire i suoi simili per ragioni biologico-adattative, posso al tempo stesso decidere per altre motivazioni, di natura morale, che quel comportamento è illegittimo e va messo al bando. C’ è dunque un ulteriore livello di studio, nella valutazione delle vicende umane, di cui le scienze naturali non possono dar conto». Qui, però, sorge un interrogativo: per spiegare la dimensione culturale dell’ Homo sapiens è necessario richiamarsi alla trascendenza? Facchini risponde positivamente: «Una volta ammesso che l’ uomo è un unicum e la sua comparsa segna un salto di qualità, ci troviamo su un piano che sfugge agli strumenti della conoscenza empirica. Non è detto che l’ unica soluzione sia ammettere l’ esistenza del Dio biblico: c’ è chi vede il trascendente come uno spirito universale e impersonale che avvolge la realtà. Dal punto di vista cristiano l’ uomo risponde a un progetto del Creatore: non un disegno intelligente che determina lo sviluppo dell’ universo, ma piuttosto un “disegno superiore”, posto al di là della natura e della storia». Diverso l’ approccio di Pievani: «L’ irriducibilità del comportamento umano alla biologia non richiama automaticamente la trascendenza. È come dire che c’ è un mistero su cui l’ indagine scientifica non ha nulla da dire. Io, invece, non credo che esista una dimensione per principio inattingibile. Può esserlo di fatto, perché la scienza è un sapere provvisorio e avrà sempre di fronte a sé l’ ignoto. Ma se i meccanismi biologici dell’ evoluzione non bastano a spiegare la peculiarità culturale dell’ uomo possiamo ricorrere ad altri livelli di analisi riguardanti le scienze umane: psicologia, sociologia, filosofia morale. Il tutto rimanendo su un terreno naturalistico e senza ricorrere a fattori trascendenti».

Fonte: http://www.corriere.it

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