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Archivio per la categoria ‘ARCHEOLOGIA’

Nepal: scoperti i tesori della mitica Shangri-La

Pochi erano arrivati qui: nelle caverne dell’Upper Mustang, un’area sui picchi del Nepal. Pochi avevano sfidato le sue impervie montagne per scoprire quello che in due diverse spedizioni è riuscito a Broughton Coburn e Pete Athans: ritrovare tesori bhuddisti che potrebbero essere legati all’esistenza di Shangri-La, il mitico regno di Shambala descritto nel romanzo del 1933 Orizzonte Perduto di James Hilton.

La storia, resa pubblica solo ora dal National Geographic, racconta che nel 2007 un team guidato dall’americano Coburn, ricercatore esperto di Himalaya, e dallo scalatore veterano Athans, ha affrontato le cime per esplorare alcune grotte scavate dall’uomo.

Al loro interno, gli esperti hanno rinvenuto antichi santuari tibetani decorati con murales unici, inclusi 55 pannelli raffiguranti la vita del Bhudda. Una seconda spedizione nel 2008 ha invece portato alla luce diversi scheletri umani di seicento anni e risme di preziosi manoscritti. Alcuni dei quali con piccoli disegni simili a miniature.

Il tesoro scoperto sembra coincidere con la descrizione dei rinvenimenti nella “Valle Nascosta” che servì a James Hilton per scrivere di Shangri-La, la comunità lama, in cui si professava il Cristianesimo nestoriano anziché il Bhuddismo.

Secondo il racconto del romanziere britannico, lì, in quella sorta di Eden terrestre, erano bandite molte delle debolezze umane: odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira. Gli abitanti lavoravano solo per produrre il cibo necessario al sostentamento. Mentre il resto della giornata era dedicato alla propria evoluzione spirituale. E alla realizzazione di opere d’arte.

I manoscritti, salvati dai ricercatori, sono stati trasferiti al monastero di Mustang per ragioni di sicurezza. Ancora integri, grazie alle particolari condizioni atmosferiche della zona, le carte – secondo Coburn – contengono scritti dal Bhuddismo al Bön, una fede tibetana precedente.

Una tale combinazione fa pensare all’esperto americano che il credo Bön sopravvisse in questa regione per almeno un secolo o due dopo la conversione dei Tibetani alla fede del Bhudda.

Così come questo “intrigo” di caverne gli ha suggerito che si tratti di una parte di Shambala, una volta ritenuta esistere in diverse valli himalayane. Queste zone nascoste, infatti furono create durante un periodo di conflitto quando la pratica bhuddista era minacciata.

Ecco perché sempre secondo Coburn le grotte sono state usate come scrigno per proteggere testi di inestimabile valore. Che oggi potrebbero svelare il segreto di Shangri-La.

Fonte: http://www.ilreporter.com/storie/nepal-scoperti-i-tesori-di-shangri-la

Archeologia: scoperta un’ “Atlantide” di 5000 anni fa

Una tranquilla spiaggia della Grecia: così si presenta oggi Pavlopetri, sulle coste della Laconia, all’estremità meridionale del Peloponneso. Eppure, ad appena una cinquantina di metri dalla costa, custodisce un segreto che si sta svelando popo a poco: si tratterebbe, infatti, della città sommersa più antica del mondo! Siamo ben lontani dall’Inghilterra, ma, proprio dal Regno Unito, dall’Università di Nottingham, è partito quest’anno un team di archeologia guidati da Jon Henderson, professore associato presso il Dipartimento di Archeologia. Assieme a colleghi greci della Soprintendenza per le ricerche Sottomarine, guidati da Elias Spondylis, sono ritornati sui passi dell’oceanografo britannico Nicholas Flemming, che, negli anni Settanta, qui aveva individuato, armato di semplici pinne e boccaglio, una città sommersa. Apparve subito chiaro che si trattava di una città vera e propria, con tutto quello che si aspetterebbe di trovarvi: strade, abitazioni private, edifici pubblici, tombe. Le rovine erano già allora estese su un’ampia superficie e si datavano all’epoca micenea. Ora, armati di nuove tecnologie, tra cui il sonar, gli archeologi subacquei hanno dato il via a un nuovo programma che, fondi permettendo, si annuncia di durata perlomeno quinquennale.

Ancora più grande

La prima campagna, come era ovvio attenders, è stata di indagini preliminari: ricognizione e rilievi. Eppure le aspettative non sono state deluse, nemmeno in questa primissima fase. Innanzitutto si è potuto stabilire che l’insediamento era ben più esteso di quanto finora creduto, dal momento che la superficie oggetto delle ricognizioni è notevolmente aumentata: 9000 mq in più nella sola campagna del 2009, su un sito la cui estensione totale è pari a ben 30-40.000 mq. Si è poi potuto individuare un edificio, probabilmente di tipo pubblico, dalla lunghezza di 35 metri circa: andrebbe caratterizzato come megaron, cioè come edificio in cui aveva sede (e forse abitava) il gruppo sociale emergente. E ancora, i numerosi rinvenimenti ceramici recuperati (oltre 230 frammenti, in questa prima campagna), che risalgono anche alla Prima età del Bronzo, permettono di riportare all’indietro di almento 1200 anni la datazione dell’occupazione del sito: non più, quindi, una città micenea, ma un insediamento che risale almeno all’età minoica.

La rete dei traffici commerciali

“Questi sito offre opportunità rare e importanti, poichè non è stato mai rioccupato e quindi rispecchia un istante congelato del passato”, ha commentato Spondylis: insomma, una specie di piccola Pompei sottomarina. Inoltre, “dal momento che si tratta di un insediamento portuale, l’analisi dei rinvenimenti permetterà di studiare le modalità secondo cui si praticava il commercio marittimo durante l’età del Bronzo”, ricorda Henderson. Pavlopetri offre anche la possibilità di studiare un nuovo insediamento, dunque, che poteva aver sviluppato traffici marini a media e lunga distanza. Ma ora gli archeologia si domandano perchè questa città sia stata sommersa dalle acque, forse anche parecchio tempo dopo essere stata abbandonata. Nel tentativo di rispondere a tale quesito, gli oceanografi dello Hellenic Centre for Marine Research, sotto la direzione di Dimitrisi Sakellariou e in collaborazione con Nicholas Flemming, effettueranno indagini geologiche nella zona, alla ricerca dell’antica linea di costa e delle cause dello spostamento delle sabbie: fu uno tsunami a mutare l’aspetto delle coste? Oppure si trattò di subsidenza, vale a dire dell’abbassamento del terreno provocato dal compattamento degli strati sottostanti? O ancora, la città fu coperta dalle acque in seguito all’innalzamento del livello marino? Per questa piccola, grande Atlantide del Mediterraneo restano dunque molte risposte da trovare.

Articolo scritto da Valentina Di Napoli e apparso sul mensile “Archeo Anno XXV Numero 11 (297) Novembre 2009″

All’interno del mensile altre foto subacquee delle operazioni di scavo

Scoperta una metropoli risalente a circa…200mila anni fa?

Sono sempre stati lì. Qualcuno li aveva già notati prima, ma nessuno riusciva a ricordare chi li avesse fatti – o perché? Fino a poco tempo fa, nessuno sapeva nemmeno quanti fossero. Ora sono dappertutto, a migliaia, anzi no, centinaia di migliaia! E la storia che raccontano è la storia più importante dell’umanità. Ma c’è chi potrebbe non essere pronto ad ascoltare.

Qualcosa di straordinario è stato scoperto in una zona del Sud Africa, circa 280 km verso l’interno, ad ovest del porto di Maputo (la capitale del Mozambico). Sono i resti d’una grande metropoli che misurava, secondo stime prudenti, circa 5000 km quadrati. Faceva parte di una comunità ancora più ampia, di circa 35.000 chilometri quadrati, che sembra essere stata costruita – siete pronti? – dal 160000 al 200000 a.C.!

L’immagine è una vista ravvicinata di poche centinaia di metri del paesaggio, presa da Google-earth. La regione è un po’ remota e i “cerchi” sono stati spesso visti dagli agricoltori locali e dagli indigeni, in passato. Ma, stranamente, nessuno s’è mai preso la briga di informarsi su chi potrebbe averli fatti o quale età potessero avere.

La situazione è cambiata quando se ne è occupato il ricercatore Michael Tellinger, in collaborazione con Johan Heine, un vigile del fuoco locale e pilota che aveva osservato queste rovine negli anni, sorvolando la regione. Heine aveva il vantaggio unico di vedere il numero e la portata di queste strane fondazioni di pietra e sapeva che il loro significato non era apprezzato.

Quando Johan per primo mi ha fatto conoscere le antiche rovine di pietra dell’Africa australe, non avevo idea delle incredibili scoperte che ne sarebbero seguite, in breve tempo. Le fotografie, i manufatti e le prove che abbiamo accumulato puntano senza dubbio ad una civiltà perduta e sconosciuta, visto che precede tutte le altre – non di poche centinaia d’anni, o di qualche migliaio d’anni… ma di molte migliaia d’anni. Queste scoperte sono così impressionanti che non saranno facilmente digerite dall’opinione ufficiale, dagli storici e dagli archeologi, come abbiamo già sperimentato. E’ necessario un completo mutamento di paradigmi nel nostro modo di vedere la nostra storia umana“. – Tellinger

Dove è stata compiuta la scoperta

L’area è importante per una cosa che colpisce subito – l’oro. “Le migliaia di antiche miniere d’oro scoperte nel corso degli ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto e scavato per l’oro in questa parte del mondo per migliaia d’anni”, dice Tellinger. “E se questa è in realtà la culla del genere umano, possiamo star guardando le attività della più antica civiltà sulla Terra“.

Per visualizzare il numero e la portata di queste rovine, vi suggerisco di utilizzare Google-earth e iniziare con le seguenti coordinate:

Carolina – 25 55′53, 28″S / 30 16′ 13, 13″ E

Badplaas – 25 47′33, 45″S / 30 40′ 38, 76″ E

Waterval – 25 38′07, 82″S / 30 21′ 18, 79″ E

Machadodorp – 25 39′22, 42″S / 30 17′ 03.25″ E

Quindi eseguite una ricerca a volo radente all’interno dell’area formata da questo rettangolo. Semplicemente stupefacente!

L’oro ha giocato un certo ruolo sulla densità di popolazione che un tempo viveva qui? Il sito si trova a circa 150 miglia da un ottimo porto, il cui commercio marittimo potrebbe avere contribuito a sostenere una popolazione così importante. Ma ricordate che stiamo parlando di quasi 200000 anni fa!

Le singole rovine sono in gran parte costituite da cerchi di pietre. La maggior parte sono stati sepolti sotto la sabbia e sono visibili soltanto dal satellite o dall’aereo. Alcuni sono stati esposti, quando il cambiamento climatico ha soffiato via la sabbia, rivelando le mura e le fondamenta.

Mi vedo come una persona di mente aperta, ma devo ammettere che mi ci è voluto oltre un anno per digerire la scoperta e per capire che abbiamo realmente a che fare con le strutture più antiche mai costruite dall’uomo sulla Terra.

Il motivo principale di ciò è che ci hanno insegnato che nulla di significativo è mai venuto dal Sud Africa. Che le civiltà più potenti sono apparse in Sumeria e in Egitto e in altri luoghi. Ci viene detto che fino all’insediamento del popolo BANTU, proveniente da nord, che dovrebbe avere avuto inizio nel secolo XII d.C., questa parte del mondo era piena di cacciatori-raccoglitori, e che i cosiddetti Boscimani non hanno fornito alcun contributo importante alla tecnologia o alla civiltà“. – Tellinger

Una storia ricca e variegata

Quando i primi esploratori incontrarono queste rovine, davano per scontato che fossero recinti per il bestiame realizzati da tribù nomadi, come il popolo bantu, che si spostò verso sud e si stabilì in questa terra intorno al sec. XIII. Non si conoscevano le testimonianze storiche di nessuna civiltà precedente, più antica, in grado di costituire una comunità così densamente popolata. Poco sforzo fu stato fatto per indagare il sito perché la collocazione storica delle rovine non era per nulla nota.

Negli ultimi 20 anni, persone come Cyril Hromnik, Richard Wade, Johan Heine e una manciata d’altri hanno scoperto che queste strutture in pietra non sono ciò che sembrano essere. In realtà questi sono ora ritenuti i resti di antichi templi e osservatori astronomici di antiche civiltà perdute, che risalgono a molte migliaia di anni fa.

Queste rovine circolari sono distribuite su una vasta area. Possono solo essere veramente apprezzate dal cielo o attraverso immagini satellitari. Molte di loro sono quasi completamente erose o sono state coperte dai movimenti del suolo fatti per l’agricoltura lungo il tempo. Alcune sono sopravvissute abbastanza bene da rivelare le loro grandi dimensioni, con alcuni muri originali in piedi, sino a quasi 2 metri d’altezza e oltre un metro di larghezza, in alcuni luoghi. Guardando la metropoli intera, diventa evidente che si trattava d’una comunità ben progettata, sviluppata da una civiltà evoluta. Il numero di antiche miniere d’oro suggerisce la ragione per cui la comunità si trovava in questa posizione. Troviamo le strade – alcune si estendono per un centinaio di miglia – che collegavano la comunità e l’agricoltura a terrazzamenti, molto simili a quelli trovati negli insediamenti Inca in Perù.

Ma una domanda necessita una risposta – come potrebbe tutto questo essere stato realizzato dagli esseri umani 200.000 anni fa?

La datazione del sito

Trovare i resti di una grande comunità, con ben 200000 persone che vivevano e lavoravano insieme, è stata una scoperta importante in sé. Ma la datazione del sito ha costituito un problema. La patina pesante sulle pareti di roccia suggeriva che le strutture dovessero essere molto vecchie, ma la scienza della datazione tramite la patina è solo in fase di sviluppo ed è ancora controversa. La datazione col carbonio 14 di sostanze organiche, come il legno bruciato, è alterata dalla possibilità che gli esemplari possano aver subito incendi recenti dell’erba circostante, che sono comuni nella zona.

La svolta arrivò inaspettatamente. Ecco come Tellinger la descrive:

Johan Heine scoprì il Calendario Adam nel 2003, quasi per caso. Andava a cercare uno dei suoi piloti che si era schiantato con l’aereo sul bordo dell’altopiano. Accanto al luogo dello schianto Johan notò un gruppo molto strano di grosse pietre, sporgenti dal terreno. Mentre portava in salvo il pilota ferito da circa 20 metri sotto il bordo della rupe, Johan si avvicinò ai monoliti e subito si rese conto che erano allineati ai punti cardinali della Terra – nord, sud, est e ovest. C’erano almeno tre monoliti allineati verso il sorgere del sole, ma sul lato ovest dei monoliti allineati c’era un misterioso buco nella terra – mancava qualcosa.

Dopo settimane e mesi di misurazioni e di osservazioni, Johan concluse che le rocce erano perfettamente allineate con il sorgere e il tramonto del sole. Determinava i solstizi e gli equinozi. Ma il misterioso buco nel terreno era rimasto come un grande puzzle. Un giorno, mentre pensava alla ragione di quel foro, l’esperto locale di piste a cavallo, Christo, arrivò a cavallo e spiegò rapidamente a Johan che c’era una pietra dalla strana forma, che era stata rimossa dal luogo qualche tempo prima. Apparentemente era da qualche parte vicino all’ingresso della riserva naturale.

Dopo una lunga ricerca, Johan trovò la pietra antropomorfica (di forma umanoide). Era intatta e con orgoglio recava una targa, attaccata ad essa. Era stata utilizzata dalla Fondazione Blue Swallow per commemorare l’apertura della riserva Blue Swallow nel 1994. L’ironia è che era stata rimossa dal sito antico più importante trovato fino ad oggi, e misteriosamente era ritornata alla riserva – per motivi leggermente diversi.

La posizione esatta del calendario è indicata nel sito www.makomati.com. I primi calcoli dell’età del calendario sono stati effettuati in base al sorgere di Orione, una costellazione conosciuta per le sue tre stelle luminose che formano la “cintura” del mitico cacciatore.

La Terra oscilla sul suo asse e quindi le stelle e le costellazioni cambiano il loro angolo di presentazione nel cielo notturno, in base alla congiuntura. Questa rotazione, denominata precessione, completa un ciclo ogni 26000 anni ca.

Se possiamo stabilire quando le tre stelle della cintura di Orione erano posizionati in orizzontale contro l’orizzonte, possiamo stimare il momento in cui le tre pietre del calendario erano in linea con queste stelle visibili.

Il primo calcolo approssimativo fu di almeno 25000 anni fa. Ma le misure nuove e più precise tendevano ad aumentare l’età. Il calcolo successivo è stato compiuto da un maestro archeo-astronomo, che vuole rimanere anonimo, per paura del ridicolo dalla Fraternità accademica. Il suo calcolo si è basato sul sorgere di Orione e ha suggerito un’età di almeno 75000 anni. Il calcolo più recente e più preciso, fatto nel giugno del 2009, suggerisce un’età di almeno 160000 anni, sulla base del sorgere apparente di Orione all’orizzonte – ma anche dell’erosione delle pietre di dolerite trovare sul sito.

Alcuni pezzi dei marcatori di pietra sono rotti e giacciono per terra, esposti all’erosione naturale. Quando i pezzi sono stati rimessi insieme, circa 3 cm di pietra era già stato portati via. Questi calcoli hanno aiutato a valutare l’età del sito dal calcolo del tasso d’erosione della dolerite.

Chi ha fatto la metropoli? Perché?

Sembrerebbe che gli esseri umani abbiano sempre apprezzato l’oro. È anche menzionato nella Bibbia, che descrive i fiumi del Giardino dell’Eden:

Genesi 2:11 – Il nome del primo [fiume] è Pishon; scorre intorno a tutto il paese di Havilah, dove c’è l’oro.

Il Sud Africa è conosciuto come il più grande paese produttore di oro al mondo. La più grande zona di produzione d’oro del mondo è il Witwatersrand, la stessa regione dove l’antica metropoli si trova. Infatti nelle vicinanze di Johannesburg, una delle città più note del Sud Africa, è anche un luogo chiamato “Egoli”, che significa la città d’oro.

Sembra molto probabile che l’antica metropoli sorgesse a causa della sua vicinanza con l’offerta d’oro più grande del pianeta. Ma perché gli antichi lavoravano così alacremente nelle miniere d’oro? Non si può mangiare. E’ troppo tenero da utilizzare per la produzione di utensili. Non è molto utile per qualsiasi cosa, tranne gli ornamenti e la sua bellezza fisica è pari con altri metalli come il rame o l’argento. Perché mai l’oro divenne così importante per i primi Homo sapiens?

Per cercare la risposta, abbiamo bisogno di guardare al periodo storico in questione – 160000 a 200000 anni a.C. – e scoprire ciò che stava accadendo sul pianeta Terra.

Com’erano gli esseri umani 160000 anni fa?

Possiamo rintracciare l”uomo moderno, l’Homo sapiens, ossia i nostri antenati, indietro nel tempo, verso un punto in cui la nostra specie si è evoluta da altri, più primitivi, ominidi. Gli scienziati non capiscono perché questo nuovo tipo umano improvvisamente apparve, o come il cambiamento avvenne, ma siamo in grado di rintracciare i nostri geni sino ad una sola donna, che è nota come “Eva mitocondriale”.

Eva mitocondriale (mt-MRCA) è il nome dato dai ricercatori alla donna che è definita come l’antenato comune matrilineare più recente (MRCA) per tutti gli esseri umani attualmente viventi. Tramandato da madre a figlio, tutto il DNA mitocondriale (mtDNA) in ogni persona vivente è derivato da questo individuo di sesso femminile. Eva mitocondriale è la controparte femminile di Adamo Y-cromosomico, l’antenato comune patrilineare più recente, pur vivendo in tempi diversi.

Si crede che Eva mitocondriale sia vissuta tra 150000 a 250000 anni a.C., probabilmente in Africa orientale, nella regione della Tanzania e delle zone immediatamente a sud e ad ovest. Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di forse 4000-5000 femmine, in grado di produrre prole in un dato momento. Se altre femmine avevano prole con cambiamenti evolutivi del loro DNA, non abbiamo alcuna registrazione della loro sopravvivenza. Sembra che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.

Eva mitocondriale sarebbe stata pressoché contemporanea deli esseri umani i cui fossili sono stati rinvenuti in Etiopia, nei pressi del fiume Omo e di Hertho. Eva mitocondriale visse molto prima dell’emigrazione dall’Africa, che potrebbe essersi verificata tra 60000 e 95000 anni fa.

La regione, in Africa, dove si può trovare il massimo livello di diversità mitocondriale (verde) e la regione in cui gli antropologi ipotizzano che la divisione più antica della popolazione umana abbia iniziato a verificarsi (marrone chiaro). L’antica metropoli si trova in quest’ultima regione (marrone), che corrisponde anche al periodo stimato in cui le mutazioni genetiche improvvisamente accaddero.

Potrebbe essere questa una coincidenza?

La storia antica sumera descrive l’antica metropoli e i suoi abitanti!

Sarò onesto con voi. Questa parte successiva della storia è difficile da scrivere. È così sconvolgente che la persona media non ci vuole credere. Se siete come me, vi consiglio di fare la ricerca voi stessi, e prendervi del tempo per permettere ai fatti di stabilirsi nella vostra mente.

Ci hanno spesso fatto credere che la nostra storia conosciuta comincia con gli egiziani – i Faraoni e le piramidi. Le dinastie più antiche risalgono a circa 3200 anni a.C. Si tratta di tanto tempo fa. Ma la civiltà sumera, in quello che oggi è l’Iraq, è molto più antica. Inoltre, abbiamo tradotto molte delle loro tavolette di storia, scritte in caratteri cuneiformi e in scritture precedenti, in modo da sapere molto sulla loro storia e leggende.

L’immagine del sigillo raffigura la leggenda del “Grande Diluvio”, che consuma l’umanità. Molte leggende sumere sono sorprendentemente simili alla Genesi. Come la Genesi, la leggenda sumera Atrahasis racconta la storia della creazione degli esseri umani moderni, non da un Dio d’amore, ma da esseri provenienti da un altro pianeta, che avevano bisogno di “lavoratori schiavi”, per aiutarli a lavorare nelle miniere d’oro per la loro spedizione extra-planetario!

Ho avvertito che questo è difficile da credere, ma per favore continuate a leggere.

Chi ha fatto la metropoli? Perché?

Questa storia, la Atrahasis, proviene da un’antica versione babilonese che risale circa al 1700 a.C., ma deriva certamente da più antichi testi dei Sumeri. Essa combina i motivi familiari sumeri della creazione del genere umano e del conseguente diluvio – proprio come la Genesi.

La storia inizia con gli “dèi” – esseri provenienti da un pianeta chiamato Nibiru – che scavano fossati e miniere per l’oro, come parte di una squadra di spedizione. I moderni esseri umani (homo sapiens) non esistevano ancora; solo ominidi primitivi vivevano sulla Terra. C’erano due gruppi di “divinità”, la classe dei lavoratori e la classe dirigente (cioè gli ufficiali). Gli dèi lavoratori avevano costruito le infrastrutture come pure lavoravano nelle miniere d’oro e, dopo migliaia d’anni, il lavoro era apparentemente troppo per loro.

Gli dèi dovevano scavare i canali

Dovevano tenere puliti i canali,

le arterie vitali della terra,

Gli dèi scavarono il letto del fiume Tigri

E poi hanno quello dell’Eufrate. – (Dalley 9, Atrahasis)

Dopo 3600 anni di questo lavoro, gli dèi finalmente cominciarono a lamentarsi. Decisero di scendere in sciopero, bruciando i loro strumenti e circondando la “dimora” del dio principale Enlil (il suo tempio). Il ministro di Enlil, Nusku, scosse Enlil dal letto e l’avvisò che la folla inferocita stava fuori. Enlil rimase spaventato. (Il suo volto è descritto: “olivastro come un tamerice”). Il ministrò Nusku consigliò Enlil di chiamare gli altri grandi dèi, soprattutto Anu (Dio del cielo) e Enki (il dio intelligente delle acque dolci). Anu consigliò ad Enlil di scoprire chi fosse il capo della ribellione. Mandarono Nusku fuori per chiedere alla folla delle divinità chi fosse il loro leader. La folla rispose: “Ciascuno di noi dèi vi ha dichiarato guerra!” (Dalley 12, Atrahasis).

Poiché la classe superiore degli dèi ora vedeva che il lavoro degli dèi di classe inferiore “era troppo difficile”, decisero di sacrificare uno dei ribelli per il bene di tutti. Essi avrebbero preso un solo Dio, l’avrebbero ucciso e ne avrebbero fatto il genere umano, mescolando la carne e il sangue del dio con l’argilla:

Belit-ili, la dea del grembo materno, è presente,

Lasciate che la dea del grembo materno crei la sua prole,

E lasciate che l’uomo sopporti il carico degli dei! (Dalley 14-15, Atrahasis)

Dopo che Enki li istruì sui rituali di purificazione per il primo, settimo e quindicesimo giorno d’ogni mese, gli dèi uccisero Geshtu-e, “un dio che aveva l’intelligenza” (il suo nome significa “orecchio” o “saggezza”) e formarono l’umanità dal suo sangue e dalla creta. Dopo che la dea della nascita mescolò l’argilla, tutti gli dèi si raccolsero intorno e sputarono su di esso. Poi Enki e la dea dell’utero presero l’argilla e la portarono nella “stanza del destino”, dove si riunirono tutte le dee del grembo materno.

Egli [Enki] calpestò l’argilla in presenza di lei;

Lei continuava a recitare un incantesimo,

Perché Enki, soggiornando in sua presenza, l’aveva obbligata a recitarlo.

Quando ebbe finito il suo incantesimo,

Estrasse quattordici pezzi d’argilla,

E mise sette pezzi a destra,

Sette a sinistra.

Tra di essi depose un mattone di fango. (Dalley 16, Atrahasis)

La creazione dell’uomo sembra essere descritta come una specie di clonazione o di quella che noi oggi chiamiamo fecondazione in vitro.

Il risultato fu un ibrido o “umano evoluto”, con maggiore intelligenza, che potesse svolgere le funzioni fisiche degli dèi lavoratori e anche prendersi cura delle esigenze di tutti gli dèi.

Ci viene detto, in altri testi, che la spedizione è venuta per l’oro, e che grandi quantità sono state estratte e spedite fuori del pianeta. La comunità in Sud Africa era chiamata “Abzu” ed era la posizione privilegiata delle operazioni minerarie.

Poiché questi eventi sembrano coincidere con le date di “Eva mitocondriale” (vale a dire dal 150000 al 250000 a.C.) e sembrano essere situati nella regione delle più ricche miniere d’oro del pianeta (Abzu), alcuni ricercatori pensano che le leggende sumere possano, infatti, essere basate su avvenimenti storici.

Secondo gli stessi testi, una volta conclusa la spedizione mineraria, fu deciso che la popolazione umana dovrebbe essere lasciata perire in un diluvio che era stato previsto dal astronomi degli “dèi”. A quanto pare, il passaggio ciclico del pianeta natale degli dèi, Nibiru, stava per portarlo abbastanza vicino all’orbita della Terra e la sua gravità avrebbe provocato una risalita (marea) degli oceani a inondare la terra, mettendo fine alla specie ibrida – homo sapiens.

Secondo la storia, uno degli “dèi” aveva simpatia per un essere umano particolare, Zuisudra, e lo avvertì di costruire una barca per cavalcare l’onda del diluvio. Questo divenne la base per la storia di Noè nel libro della Genesi. Fu un fatto veramente accaduto? L’unica altra spiegazione è immaginare che le leggende sumere, che parlano della vita su altri pianeti e della clonazione umana, fossero straordinarie creazioni di fantascienza. Questo sarebbe di per sé sorprendente. Ma ora abbiamo la prova che la città mineraria, Abzu, è reale e che esisteva nella stessa epoca dell’improvvisa evoluzione degli ominidi a homo sapiens.

Abbastanza da darci da pensare per un po’.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com/news.asp?ID=4859

Scoperto il testo originale del discorso di Mosè al popolo ebraico

6-QumranDeuteronomy-bigDopo oltre 2000 anni sarebbe ora possibile conoscere le parole originarie pronunciate da Mosè al popolo ebraico. Sarebbe infatti nascosto in alcuni frammenti dei rotoli del Mar Morto (la serie di rotoli e frammenti trovati nel 1947 in undici grotte nell’area di Qumran e che contengono la versione più antica finora conosciuta del testo biblico), il testo autentico del Deuteronomio, una delle parti più importanti della Bibbia ed il quinto dei libri che formano la Torah ebraica. E la versione originale sarebbe diversa da quelle delle raccolte posteriori, che hanno risentito delle dispute teologiche delle varie scuole rabbiniche.

IL DEUTERONOMIO – Il libro del Deuteronomio consiste principalmente di tre discorsi che sarebbero stati pronunciati da Mosè, poco prima della sua morte, agli Israeliti. Il primo discorso è una ricostruzione storica. Il secondo discorso, che occupa la parte centrale del libro, contiene i Dieci Comandamenti dettati sul monte Sinai e il cosiddetto codice Deuteronomico, formato da una serie di dettami. Questa sezione è costituita in gran parte da leggi, ammonizioni ed ingiunzioni relative alla condotta che il popolo eletto deve osservare per entrare nella terra promessa. Il terzo discorso tratta delle solenni disposizioni della legge divina, adempiendo alle quali è garantita la prosperità futura del popolo d’Israele.

LA SCOPERTA – A sostenere l’esistenza di un testo originario e precedente a tutti quelli finora conosciuti è James Charlesworth, un professore di studi neotestamentari presso il Princeton Theological Seminary, il quale ha analizzato finora almeno un piccolo frammento proveniente dai rotoli del Mar Morto acquistato recentemente dalla Azusa Pacific University. Si tratta di un passo del ventisettesimo capitolo del libro. Nel frammento analizzato da Charlesworth, Mosè prescrive a chi sarebbe entrato nella Terra Promessa (privilegio che a lui non sarà accordato) di erigere un altare di pietra in onore dell’unico Dio al di là della riva destra del Giordano. E, parlando su ispirazione diretta di Dio, ordina che l’altare sorga sul Monte Gerizim. Ora, è proprio questo il particolare che suggerisce la tesi dell’originalità del testo di Qumran: in tutte le versioni ufficiali, redatte successivamente, il luogo indicato sarebbe un altro, vale a dire il Monte Ebal. Quanto basta al professor Charlesworth per affermare che, vista non solo la veridicità della versione dei manoscritti, appurata in centinaia di pubblicazioni, ma anche la loro generale correttezza si tratta delle vere parole di Mosè. O di Dio, visto per appunto che Mosè parlava su ispirazione divina. La versione successiva, presente nel testo canonico, dovrebbe essere invece frutto di una soluzione di compromesso imposta nel corso di un vero e proprio scontro tra gruppi religiosi. Il fatto che solo ora si venga a conoscenza di un testo originale diverso da quello biblico attuale non deve sorprendere. Dei 15000 frammenti conosciuti risalenti ai rotoli del Mar Morto la maggior parte infatti è in mano a privati ed è spesso inaccessibile agli studiosi.

TESTO ORIGINALE – «Finalmente il testo originale del Deuteronomio», ha dichiarato Charlesworth al Los Angeles Times, «si tratta di una scoperta di importanza sensazionale». Il frammento oggetto del suo entusiamo è stato mostrato, rigorosamente in fotografia, dal board dell’università californiana che lo ha acquistato insieme ad altri quattro venduti da un mercante specializzato in testi antichi. Si tratta, anche in questi casi, di parti dell’ultimo libro del Pentateuco ad eccezione di un papiro che riporta parte del Libro di Daniele. Tutti hanno raggiunto la cassaforte dell’Azusa Pacific University al termine di un percorso che li ha portati dalle grotte di Qumran nelle mani di collezionisti privati. Ora resteranno in California e potrebbero riservare ancora delle sorprese.

Fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_14/deuteronomio_testo_originale_scoperta_44d1c922-a14a-11de-9cad-00144f02aabc.shtml

Categories: ARCHEOLOGIA

Gli antichi Egizi conoscevano il “rettangolo aureo”

6E64674571E182F459C0566151AGli antichi egizi conoscevano il cosiddetto “rettangolo aureo”, una figura geometrica basata su precise proporzioni che, secondo molti studiosi, è alla base delle concezioni artistiche delle civiltà mediterranee, non soltanto nelle arti figurative, come architettura e scultura, ma anche nella musica.

E’ quanto sostiene il ricercatore Vasile Droj, dopo l’analisi di una figura esistente nella tomba di Senmut, architetto egizio della 18esima dinastia, che si trova a una trentina di chilometri da Luxor.

Nella stessa tomba è presente anche un graffito che mostra la costellazione di Orione in rapporto con le tre piramidi di Gizah. Questo conferma, secondo Droj, che gli agizi basavano il loro concetto dei rapporti fra terra e cielo su ragionamenti fondati su precisi concetti geometrici e matematici. Sarebbe questa la prima precisa conferma archeologica di tali connessioni.

Sul soffitto “astronomico” della tomba di Senmut, il rettangolo che contiene le tre stelle della cintura di Orione è contenuto in un rettangolo più grande, che messo in relazione col primo, mostra esatte connessioni geometriche. Il rettangolo piccolo è posto in un punto “strategico”, incrocio di diverse diagonali, che porta alla creazione del rettangolo detto “aureo” in cui i lati hanno misure rispondenti a una precisa proporzione geometrica, detta appunto “proporzione aurea”.

I rapporti fra i lati generano una serie di numeri, fra cui la radice quadrata di 2, che è un numero irrazionale. Questo porta a credere che gli egizi conoscessero già questa classe di numeri, che poi furono riscoperti dai pitagorici (e celati dal segreto perche si pensava sconvolgessero l’ordine del mondo).

Questa serie di numeri, dice ancora Droj, è il fulcro del “sistema operativo” su cui si basa tutta l’arte egizia, in particolare l’architettura. Per questo, il rettangolo aureo venne scelto come emblema supremo dei faraoni già dall’epoca predinastica, prima del 3000 avanti Cristo. Sotto la forma dei cosiddetti ’serekh’, cartigli rettangolari in cui era tracciato il nome del faraone, nascondevano una serie di teoremi geometrici. Come se ogni faraone immortalasse col suo nome un teorema e la relativa soluzione. Alla dea Iside venne riservato l’onore di “impersonare” il rettangolo, ed era raffigurata con sul capo una sua rappresentazione.

La conoscenza della proporzione aurea, diffusa in tutte le culture classiche (le proporzioni del Partenone rispettano il rettangolo aureo) si perse poi col tempo, per rispuntare nel  Rinascimento. Leonardo raffigurò la Gioconda seguendo le regole canoniche del rettangolo aureo.

Fonte  http://www.apcom.net

Piramide a Giava con scritta libica

pyrjavaUn’iscrizione in pietra in una scrittura sconosciuta fu scavata da Sir Stanford Haffles nel 1815 in una piramide, sulle pendici del monte Lavu. La scrittura è stata da me identificata come libica e la lingua come antico Maori, apparentemente identica alla lingua maura delle steli del Nord Africa, in scrittura libica. A differenza delle iscrizioni africane, a Giava le consonanti recano puntini che indicano le vocali, secondo l’uso del moderno amharico. La stele è datata all’anno 616 dell’era di Antioco (304 d.C.).

I valori consonantici dei caratteri della scrittura libica sono stati determinati da de Sauley (1849) e Chabot (1918) in correlazione ai segni corrispondenti di nomi propri che apparivano in iscrizioni bilingui punico–libiche o latino–libiche. Le vocali non furono riconosciute. La lingua del testo libico rimase conosciuta e fu ritnuta numidico, ossia una lingua ritenuta imparentata al ceppo berbero (Friedrich, 1957), benché una sola parola fosse stata trovata a sostegno di tale asserzione.

La recente ricognizione dei caratteri libici in un’iscrizione egizia sull’isola di Pitcairn mi ha spinto ad investigare sulle iscrizioni libiche, con l’immediato risultato che i caratteri a “lettere quadrate”, sino ad ora misteriosi, delle steli di Giava, furono riconosciuti come una variante orientale della scrittura libica.

Quando i valori fonetici determinati da de Sauley e Chabot vengono inseriti nelle iscrizioni di Giava, il testo che risulta è immediatamente riconoscibile come una forma primitiva di polinesiano, e corrisponde a quanto già riferito per altre steli di Giava scritte in antico alfabeto semitico (Fell, 1973).

Per questa lingua ho proposto il nome di “antico Maori”, ed ho dimostrato che si tratta d’una forma dialettale dell’egiziano parlato in età tolemaica. Come riferisco altrove, le stesse iscrizioni libiche e nord–africane, scritte in lingua libica, si rivelano essere come “antico Maori”. Il contenuto di tali testi aderisce strettamente ai testi paralleli in latino e in punico trovati sulle steli bilingui. La stele qui riportata è, naturalmente, monolingue.

L’iscrizione qui riportata mostra con chiarezza che i polinesiani di Giava, nel sec. IV d.C., seguivano la religione persiana, ossia adoravano il Re Sole sotto il nome egizio di Ra, e tra i loro oggetti di culto avevano l’angelo di Mitra chiamato Manaia, alato e con la testa d’uccello.

Pubblicherò in seguito altri particolari, qui riferisco unicamente sull’epigrafe, la sua traduzione e note etimologiche.

Il Testo: vedi foto collegata alla news

Traduzione

1. Questa sacra piramide di Ra i Parsi hanno eretto sul pendio di Hiwa per

2. Il culto di Mitra e Manaia, “Adora i raggi solari e da’ loro voce”.

3. All’alba nel giorno di metà inverno l’ombra tocca la testa della tartaruga

4. A destra, verso sud, e a metà estate tocca

5. L’ombra la tartaruga sul lato nord. In queste date quando il sole sorge

6.gli anziani devono curare il fuoco sul braciere e gli anziani devono pregare

e cantare l’inno del giorno di metà inverno.

Anno 616 (304 d.C.)

Note sulla fraseologia

LavuLa tartaruga del sud è una larga pietra a forma di tartaruga, posta sul lato destro della base del gradone che sale alla piramide sulla faccia occidentale. La tartaruga del nord sta sul lato sinistro. Tali immagini sono indicate nella relazione degli scavi di Raffles (1844).

La frase tra virgolette nella seconda riga della traduzione ricorre anche nell’iscrizione dell’isola di Pitcairn, dove è citata come presa dalle scritture (vedi articolo, Fell 1974).

L’ombra cui si riferisce l’iscrizione era probabilmente gettata da un obelisco collocato in cima alla piramide. Potrebbe trattarsi del fallo alto due metri caduto e rotto in due pezzi, scavato da Raffles.

Le parole della prima riga e la relativa rozzezza delle lettere della stele, rispetto all’architettura sofisticata, danno l’impressione che i coloni maori di Giava avessero appreso la tecnica della piramide dalla conquista di territori già occupati dai Persiani, o in alternativa costruttori persiani (Parsi) possono essere stati impiegati dalla colonia maori.

In questo sito comunque, come in tutta Giava, non rimangono iscrizioni in antico persiano. Vari aspetti del profilo delle tre terrazze della piramide suggeriscono che questo sito di tempio fosse il prototipo sul quale si modellarono l’heiau e l’ahu della Polinesia.

Riferimenti

J.B. Chabot (1918), Punica, Journal Asiatique, II serie, 11(1), 249–302.

H.B. Fell (1973), Egypto–Polynesian Alphabete, 1, Semitic Series of Java and Sulawesi, Egypto–Polynesian Studies (Cambridge, M.C.Z.).

H.B. Fell (1973b), Phonetic Mutation in Egypto–Polynesian Languages, ibidem, 37–51.

H.B. Fell (1974), An Egyptian Shipweck at Pitcairn Island, ESOP, 1, 1–3.

J. Friedrich (1957), Extinct Languages, New York, Philosoph. Lang.

Th.S. Raffles 1844), Antiquarian, Architectural and Landscape Illustrations to the History of Java, London, Bohn.

F. de Sauley (1849), Observations sur l’Alphabet tifinag, Journal Asiatique, 247–264.

Articolo scritto da Barry Fell

Fonte: http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=243

Sette piramidi individuate sull’isola africana di Mauritius

5L’isola di Mauritius è parte dell’arcipelago delle Mascarene nell’Oceano Indiano, circa 900 chilometri a est del Madagascar. Le sette piccole piramidi sono state identificate sul lato sud dell ‘isola, in una pianura conosciuta come Whillem, tra l’Oceano Indiano e la montagna Creola e Lion Mountain, a 20 ° 26′ .8.15 “S e 57 ° 39 ‘ 2, 60 “E. La loro base è di forma rettangolare e l’altezza non supera dodici metri, con un numero tra 6 e 11 terrazzi. In apparenza, sono simili alle piramidi trovate su un’altra isola vulcanica al largo delle coste occidentali d’Africa, Tenerife; strutture simili esistono anche in Sicilia, che è pure un’isola di origine vulcanica.

Ci sono molti parallelismi tra le piramidi di Mauritius e Tenerife. Su entrambe le isole, le piramidi sono parte di un complesso: una serie di piramidi raggruppate in un solo luogo. Su entrambe le isole, le piramidi sono fatte di pietra lavica e la costruzione non fa uso di malta o di qualsiasi altro agente di collegamento. Alcune delle strutture su Mauritius sono state parzialmente smantellate, con le pietre riutilizzate nelle vicinanze.

Le piramidi di Tenerife ugualmente non superano 12 metri di altezza, e dalle dettagliate fotografie dei terrazzamenti, è chiaro che non si può distinguere se si sta osservando una piramide a Tenerife o Mauritius. Nella prima piramide di Mauritius, l’accesso alla piattaforma superiore avviene attraverso una scala centrale. Questa è stata restaurata in pietra bianca, ed è quindi più visibile. Non tutte le piramidi hanno un tale accesso – come avviene anche a Tenerife. Ciò suggerisce una comunanza tra le due isole al di là della coincidenza.

Alcune delle piramidi di Mauritius, con le loro piattaforme, avrebbero potuto essere utilizzate per osservazioni astronomiche. Anche in questo caso si riscontrano similitudini con Tenerife, in particolare con il complesso Guimar. Se questa correlazione si applica alle piramidi di Mauritius, queste piramidi dovrebbero essere allineate a fenomeni solari e, in particolare, le terrazze dovrebbero essere allineate ai due solstizi. I primi calcoli indicano che questo è davvero il caso, ma occorrono ulteriori verifiche. In particolare la Piramide 2 di Mauritius è probabile che sia allineata con il solstizio d’estate (che nel sud del mondo si verifica il 21 dicembre) e si dovrebbe essere in grado di osservare un doppio tramonto. Il primo tramonto si avrebbe dietro la montagna Creola, il secondo dietro la vicina montagna Lion. Un doppio tramonto dietro un orizzonte di montagna è anche un fenomeno osservato nel complesso Guimar a Tenerife.

A livello locale, come Stéphane Mussard ha sperimentato, le persone affermano che queste piramidi sono solo cumuli di pietra, ammucchiati per liberare i campi per la coltivazione della canna da zucchero. Se ciò fosse vero, perché alcune delle piramidi su Mauritius erano protette come monumento storico, sino alla prima metà del XX secolo? Sorprendentemente, però, da allora il sito ha perso il suo status protetto, senza dubbio per conseguenza del cambiamento di governo (Mauritius era sotto dominio britannico fino al 1968). E’ chiaro che quelli che rifiutano queste piramidi come “mucchi di pietre” hanno paura di vedere i loro terreni agricoli recuperati, o di dover rispettare le norme che proteggono i siti archeologici. E’ comunque chiaro che con il giusto aiuto, il governo dovrebbe essere in grado di evidenziare i benefici economici del turismo per l’economia locale che, si spera nel risultato della ricerca scientifica effettuate sul sito.

L’uomo responsabile per l’identificazione e la promozione del complesso di Guimar è stato Thor Heyerdahl, un pioniere marinaio norvegese, che ha sostenuto che i nostri lontani antenati erano in grado di navigare gli oceani e ha organizzato varie spedizioni per dimostrare il suo punto di vista. Heyerdahl ha trovato una piramide nelle Maldive, a Gan. Questa piramide è allineata al sole e misura 8, 5 metri di altezza. E’ stata chiamata “Hawittas”. Heyerdahl ha sostenuto che le Maldive si trovavano su una rotta orientale marittima commerciale utilizzata da varie antiche civiltà, provenienti dal Medio Oriente.

Gli antichi Egizi usavano la flotta fenicia per effettuare spedizioni, ed è noto che i Fenici costruirono templi astronomici perfettamente allineati ai punti cardinali e ai fenomeni solari. Con la scoperta di complessi identici di piramidi a Tenerife, in Sicilia e adesso a Mauritius, è chiaro che questi sono i resti di una cultura marinara, che ha lasciato tracce sulle isole in varie parti del continente africano.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com/news.asp?ID=4145

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Egitto: trovata la tomba di Cleopatra e Marco Antonio?

EGYPT ARCHEOLOGY CLEOPATRACAIRO - Sulla cima di una collina da cui si vede il mare, sotto i resti di un tempio dedicato a Iside: è qui, secondo gli archeologi, che potrebbe riposare il corpo di Cleopatra. La tomba della regina egiziana non è mai stata localizzata, ma gli archeologi hanno raccolto prove che testimonierebbero che i sacerdoti di Cleopatra, dopo il suo suicidio, ne avrebbero trasportato il corpo al tempio, dove potrebbe riposare accanto al suo amante, Marco Antonio. «Questa potrebbe essere la più importante scoperta del 21esimo secolo – ha detto Zahi Hawass, capo archeologo -. Questo è il luogo perfetto dove potrebbero essere sepolti i loro corpi».

AMANTI VICINI - Un gruppo di archeologi egiziani e della Repubblica dominicana hanno deciso di iniziare a scavare alla ricerca della tomba di Cleopatra all’inizio dell’anno. Grazie all’ausilio di un radar, gli studiosi hanno individuato quelle che potrebbero essere tre camere alla profondità di 20 metri sotto le rocce. Gli storici ritengono, sulla base dei testi scritti da Plutarco, che Antonio e Cleopatra siano stati sepolti assieme. Kathleen Martinez, una studiosa della Repubblica dominicana fautrice della teoria secondo cui Cleopatra è sepolta nel tempio, crede che una delle camere possa ospitare i resti dei due amanti. Temendo di poter essere portata come prigioniera a Roma, Cleopatra si suicidò facendosi mordere da un’aspide e si crede che anche Antonio si sia ucciso dopo la sconfitta contro Ottaviano ad Azio.

Fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_19/egitto_tomba_cleopatra_b0fb771e-2cf2-11de-bc78-00144f02aabc.shtml

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Le bibliche “10 piaghe d’Egitto” spiegate dalla scienza: causate da eruzioni e “tsunami”

holy_bible_183181354_std1GERUSALEMME – «Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue». «Le rane uscirono e coprirono l’Egitto». «Infierirono le zanzare sugli uomini e sulle bestie». «Una massa imponente di mosconi entrò nella casa del Faraone». «Morì tutto il bestiame». «Grandinata così violenta non vi era mai stata». «Le cavallette assalirono tutto il Paese». «Vennero dense tenebre per tre giorni»… Più incalzante d’una cronaca, più preciso d’un inviato sulle catastrofi. Il Libro dell’Esodo è l’unica testimonianza delle Piaghe d’Egitto, di quella serie d’incredibili disastri naturali che alla fine convinsero il signore delle Piramidi a mollare Mosè, libero col suo popolo e col suo Signore. L’unica, perché nessun geroglifico ne fa menzione. L’unica, perché nessuno scienziato ha mai trovato prove di quei cataclismi. Ora s’avventura il libro d’una geologa americana – titolo: “The Parting of the Sea”, la separazione del mare, Princeton University Press -, con una teoria che rimbalza in Israele e fa rumore, specie in questi giorni in cui si celebra la Pasqua ebraica: ciò che più di 3.600 anni fa sconvolse l’Egitto, compreso il Passaggio attraverso il Mar Rosso, fu «una serie di fenomeni climatici tipica delle eruzioni vulcaniche».

ESPLOSIONI – Tutto iniziò da due gigantesche esplosioni nel Mar Egeo, sostiene la professoressa Barbara J. Sivertsen, docente all’università di Chicago. La prima dal vulcano dell’isola greca di Santorini, che per la data (1.628 aC) coincide col primo esodo biblico. Le tenebre e la grandine calate sugli Egizi, altro non furono che la conseguenza naturale di «cenere e polveri acide»; la morìa del bestiame e gli sciami d’insetti, tipici effetti degli sconvolgimenti climatici provocati dall’eruzione; le acque arrossate, «dovute a un aumento delle erbacce rosse che si moltiplicano regolarmente, come risultato delle ceneri vulcaniche». E le rane che saltarono fuori dagli stagni? «Pure voi – scrive l’ironica geologa -, se foste una rana, scappereste subito da acque ridotte in quelle condizioni». La sola piaga che la professoressa Siversten non collega direttamente all’eruzione, è la morte dei primogeniti egiziani: «E’ probabile che molti prodotti della terra fossero avvelenati. Ed era cibo che agli Ebrei non era consentito toccare».

TUSNAMI – La seconda eruzione, databile nel 1.450 aC, colpì invece l’isola di Yali. Qui la teoria, un po’ più confusa, afferma che le spaventose onde sismiche provocarono una serie di tsunami che raggiunsero addirittura il Mar Rosso: così si spiegherebbero le onde improvvise che sommersero l’esercito del Faraone, mandato all’inseguimento del popolo in cammino. «Trattare in modo scientifico l’Esodo sta diventando una disciplina», dice il professor Benny Shanon, che all’Università ebraica di Gerusalemme insegna psicologia cognitiva e l’anno scorso fece scalpore con una sua teoria sulle Tavole della legge: «La Bibbia racconta che gli Ebrei sentirono una voce dal cielo, videro luci e montagne fumanti, mentre Mosè riceveva i Dieci comandamenti. La mia idea, in realtà, è che si sia trattato di un’esperienza di droga collettiva. Nel Negev e nel Sinai ci sono piante, famiglia delle acacie, che i beduini usano ancora oggi. Hanno le stesse proprietà allucinogene dell’ayahuasca, diluita in pozioni anche dagli indios dell’Amazzonia, e provocano proprio quegli effetti: bagliori, suoni assordanti, visioni oniriche…». Quando Shanon pubblicò la sua teoria, l’indignazione degli ultraortodossi esplose come un vulcano. La geologa Siversten lo sa e prende le distanze, prudente: «Sono d’accordo che non si potrà mai sapere con assoluta certezza che cosa accadde, a quei tempi. Ma io mi baso su fatti accaduti, come le eruzioni. E sono convinta che le mie ipotesi spieghino molto meglio di altre».

Fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_09/tsunami_biblico_battistini_66cc50e8-2548-11de-a682-00144f02aabc.shtml

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Scheletro di donna vampiro trovato nella Laguna di Venezia

vampireskullPer la festa della donna gli archeologi regalano una straordinaria scoperta: portano alla luce i resti di uno scheletro femminile probabilmente appartenente ad una Donna Vampiro. “È stato ritrovato con un mattone in bocca come fosse stata ‘impalata’ (il termine si usa anche in questo caso) per impedire ogni movimento alle mandibole. Il corpo ritrovato ha permesso così agli studiosi di ipotizzare che, stante le usanze indotte dalla superstizione medioevale (il periodo dovrebbe essere compreso fra ’400 e ’500), potesse trattarsi di una cosiddetta ‘donna vampiro’ ” – ci confida la soprintendente al telefono. Ma a fare la scoperta è il team di Matteo Borrini, docente del dipartimento di Scienze antiche dell’Università di Firenze, esperto di archeologia forense e antropologia fisica, che dalla fine dal 2006 ha condotto una serie di scavi e approfondimenti con un gruppetto di ricercatori tra i quali la sezione veneziana dei Gruppi archeologici d’Italia e altre organizzazioni di settore. “Non sarebbe male che ora ci arrivassero anche un po’ di fondi per continuare” – ci sottolinea un po’ preoccupato per il futuro non tanto roseo.
Proprio in questi giorni, dopo aver illustrato la sua ricerca nel maggio scorso in un convegno di settore a Firenze, Borrini ha presentato il suo studio a Denver, negli Stati Uniti, durante i lavori dell’American Academy of Forensic Sciences. “L’idea che questa donna fosse una vampira – precisa Borrini – è probabilmente dovuta alle fasi di decomposizione del cadavere che, all’occhio dei becchini del tempo che riempivano le fosse comuni dei morti appestati, continuava ad avere una propria fattezza umana. La decomposizione provoca nella salma una serie di trasformazioni: i gas contenuti in corpo gonfiano l’addome; la pressione di essi, assieme all’effetto della macerazione delle carni e degli organi interni, provocano delle emorragie che, di conseguenza, comportano delle fuoriuscite di sangue dal naso e dalla bocca”. “Ed è a questo punto – riasssume il professore – che nasce e si sostanzia la “leggenda”. Questa donna, con ogni probabilità, risultava non decomposta nella tremenda fase dell’inumazione dei cadaveri degli appestati, tanto che nei seppellitori deve essersi venuta a creare la consapevolezza che, proprio il suo gonfiore, fosse dovuto al fatto che “bevesse” e si nutrisse del vampireskull23sangue degli altri morti. Ed ecco quindi che a poco a poco si è venuta a creare la figura dei “non morti” ovvero dei vampiri che, dopo essersi nutriti del sangue altrui, sarebbero potuti uscire fuori dalla tomba e contagiare con la peste altre persone”. E quindi il mattone in bocca doveva servire per mettere a freno psicosi collettive che avrebbero potuto traumatizzare ancor di più la gente già condannata o terrorizzata dalla peste. “Per questo – conclude Matteo Borrini – gli addetti alla sepoltura degli appestati inserivano un mattone nella bocca di questi morti “sospetti”, in modo che non potessero più riaprirla”. Non è solo una questione scientifica, ma anche antropologica. “Nell’Europa del XVII secolo – esordisce il professore – era diffusa la credenza che ci fosse uno stretto rapporto tra epidemie e vampiri, e in particolare tra pestilenza e un tipo di vampiro, il “nachzehrer” ovvero il masticatore di sudario, o divoratore della notte, “apparso” per la prima volta in Polonia attorno al Trecento. In sostanza si credeva che la salma, avvolta nel sudario, fosse in realtà ancora vivente, perchè “masticava” le parti del tessuto usato per la sepoltura in corrispondenza della bocca, per poter così succhiare il sangue altrui. É evidente che tutto ciò era dovuto invece esclusivamente agli acidi sprigionati dalla decomposizione”. Dopo queste affermazioni possiamo raggrellarci perchè viene fatta giustizia. Il gentil sesso ha dovuto per secoli soccombere alle dottrine ecclesiastiche che si sono mescolate con fantasticherie le più assurde.

Fonte: http://www.aidanews.it/default.asp?id=5&ACT=5&content=895&mnu=5

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