CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE rassegna di Ufologia ed argomenti connessi

Settembre 7, 2009

Taiwan: catturato strano animale che sembra un…extraterrestre

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA, SCIENZA — centroufologicotaranto @ 9:34 am

A--trange-cr-atUn gruppo di investigatori dell’Istituto di Oceanologia di Taiwan hanno catturato uno strano essere acquatico, considerato come un placton, un insieme di piante e animali minuscoli che galleggiano nel mare. L’animaletto è molto simile agli extraterrestri del film “Alien vs Predator”: è inferiore a 3 centimentri di lunghezza ma ha proporzioni molto strane, la testa estremamente grande, dotata di enormi occhi composto e un corpo magro. Lo straordinario animale ha il suo habitat nelle acque profonde del mare, con poca luce. “In questo contesto, gli animali tengono gli occhi grandissimi, con un acuto senso visivo indispensabile per la sopravvivenza“, ha spiegato il ricercatore Liao Yunzhi. Il plancton è un buon cacciatore nelle profondità del mare. La strana immagine del plancton come gli extraterrestri ha creato una immensa ispirazione fantastica nei romanzieri di fantascienza. L’animale delle acque profonde occupa l’interno di altre specie nella riproduzione. “E’ possibile vedere le uova rosa. Quando il piccolo animale viene alla luce, la femmina plancton abbandona il corpo ospite“, afferma il ricercatore. Lo scienziato propone di proteggere lo strano plancton delle acque profonde, “una specie molto preziosa, che si è trasformata in una sorta di strana figura per la sopravvivenza“, ha commentato.

Fonte (in spagnolo) su http://spanish.peopledaily.com.cn/92121/6750355.html

Luglio 7, 2009

E’ morto il giornalista, scrittore e “fortiano” John A. Keel

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA, MISTERI — centroufologicotaranto @ 9:30 am

ufo-theory-079bAll’età di 79 anni è morto John Alva Keel. E’ scomparso il giorno 3 luglio 2009 mentre era ricoverato da mesi nel Mount Sinai Hospital (New York City). Nato a New York il 25 marzo 1930 è stato uno scrittore precoce. Già all’età di 12 anni riuscì a farsi pubblicare un articolo sulla rivista “Magician’s Magazine”. Fu influenzato successivamente per il mistero, soprattutto le tematiche come criptozoologia e ufologia lo intrigavano molto. Keel fu uno dei primo ammiratori di Charles Fort (1874-1932). Iniziò a farsi accettare coi suoi scritti da “non-fiction” nella rivista britannica “Flying Saucer Rewiev” e sulla rivista “Saga”. Successivamente divenne ammiratore dello zoologo Ivan T. Sanderson e dell’ufologo Aimè Michel. Fu cosi che nei primi mesi del 1966 iniziò ad intervistare migliaia di persone su strane creature, fenomeni paranormali e UFOs. E da alcune di quelle interviste nacque il bestseller “Mothman”, da cui poi è stato ricavata la trasposizione cinematrografica. Per un periodo di quattro anni, Keel intervistò persone di oltre venti stati americani, in particolare quelli della Ohio River Valley (Stati Uniti). Nel corso della sua indagine esaminò più di 2.000 libri, riviste e giornali. John Keel era scettico sull’origine extraterrestre, “dadi e bulloni” degli UFOs, come anche acclarato negli anni 60 del secolo scorso da Jacques Valleè e Joseph Allen Hynek. Fu anche un accesso sostenitore e convinto dell’esistenza di animali misteriosi, con alcuni retaggi antidiluviani, qui sulla Terra.

Fonte completa (in inglese) su http://www.cryptomundo.com/cryptozoo-news/keel-obit/

Maggio 18, 2009

Un “pesce preistorico” scoperto in un affluente dell’Amazzonia

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA — centroufologicotaranto @ 10:08 am

1202365-0254-atm17La scoperta di una nuova specie di pesce di acqua dolce, il Pterygoplichthys weberi, nel rio di Caquetá, affluente dell’Amazzonia nella Colombia, è stata confermata questa domenica all’Agência Efe da uno specialista. Il ricercatore José Ivan Mojica, dell’Istituto di Scienze Naturali (ICN) dell’Università Nazionale della Colombia, spiega che il nuovo pesce fu pescato nel 2004 da un gruppo di ittiologi dell’ICN nel rio Caquetá, nel sud del paese. Gli scienziati hanno capito che si trattava di una nuova specie quando un conoscitore della materia ha preso in esame il materiale raccolto. Conforme alle procedure standard, l’esemplare di Pterygoplichthys weberi è stato oggetto di studio di un gruppo di ricercatori che lo hanno descritto, catalogato e documentato in una pubblicazione scientifica nel 2006. Mojica afferma che la zona della Colombia in uni è stato scoperto questo pesce è ancora poco esplorata e si pensa si possa riuscire a catalogare, in futuro, creature che aumenteranno di circa 2.200/2.500 per quanto riguarda le nuove specie.

Fonte (in portoghese) http://noticias.terra.com.br/ciencia/interna/0,,OI3770540-EI238,00-Especialistas+confirmam+descoberta+de+nova+especie+de+peixe.html

Nota Redazione Centro Ufologico Taranto, vedendo l’immagine, si può ipotizzare che la nuova specie sia un superstite di un “mondo preistorico”? Ricorda vagamente alcune tipologie di pesci, che hanno popolato i mari terrestri, ma anche affluenti di acque dolci, circa 400 milioni di anni fa. Naturalmente non avalliamo ciò con certezza ma ipotizziamo con beneficio enorme di dubbio. Resta il fatto che esempi di pesci ritenuti estinti da milioni di anni, sono stati poi ritrovati vivi e vegeti, basi pensare al famoso Latimeria o Celacanto. I misteri animali e vegetali sono ancora molto impenetrabili.

Febbraio 27, 2009

Scoperto il segreto del pesce dalla “testa trasparente”

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA, SCIENZA — centroufologicotaranto @ 11:56 am

149a42d06e6d3fUn pesciolino di piccole dimensioni è riuscito a mettere in crisi un’esperta commissione di ricercatori statunitensi che da anni cercano di spiegare scientificamente l’assolutamente singolare peculiarità di questo esemplare unico al mondo: il pesce è stato soprannominato Barrel fa parte di una specie che si distingue da tutte le altre per la trasparenza della testa.

Come è possibile vedere dalle immagini infatti, la testa di questo straordinario pesciolino è completamente trasparente e permette di vederne perfettamente l’interno.
Sono visibili tutti gli organi racchiusi all’interno del capo che grazie alla luce che filtra attraverso l’acqua assumono un colore violaceo.

Il fenomeno è stato spiegato dai ricercatori come uno strano gioco di luci e ombre, permesso dagli occhi tubolari del pesce che permettono a raccogliere e immagazzinare la luce. Il nome scientifico di questo straordinario pesce è Macropinna Microstoma mentre il primo esemplare ad essere mai stato trovato, senza che fino ad oggi si riuscisse a studiarne la conformazione fisica, risale al 1939.

Fonte: http://magazine.ciaopeople.com/News_WorldInfo-1/Ambiente-12/Biologi_studiano_il_pesce_trasparente-7943

Sotto immagini ingrandite dello strano animale

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Febbraio 20, 2009

Fotografato un presunto “super-anaconda” in Borneo?

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA — centroufologicotaranto @ 10:58 am

article-1149743-03949eaf000005dc-277_468x462Secondo la leggenda, il Nabau era un terribile serpente lungo oltre 30 metri, con una testa di drago e sette narici. Ma ora i rivieraschi che vivono lungo il fiume Baleh, nel Borneo, credono che la mitica creatura sia ritornata, emersa dal passato, dopo aver visto una foto di un serpente gigantesco, nuotare nelle remote vie fluviali. La foto, che sarebbe stata scattata da un membro di una squadra di soccorso in elicottero, che controlla le zone indondate, ha provocato una grande discussione: le foto sono autentiche oppure si tratta di un lavoro di manipolazione fotografica? Anche l’autorevole quotidiano “New Straits Times”, di Kuala Lumpur, ha chiesto ai propri lettori che cosa pensassero della foto. I rivieraschi affermano che quello che hanno visto è un serpente, a cui hanno dato il nome di Nabau, un antico rettile marino leggendario, che si trasforma in differenti altri animali. Persone che hanno analizzato e studiato le foto aeree, hanno respinto l’ipotesi che si trattasse di un tronco d’albero. Come quelle che ha detto un altro lettore: “può un tronco serpentare?” Altri suggeriscono che sia una barca, ma l’ipotesi è stata scartata per via della traccia sinuosa. L’accusa più comune è che si tratti semplicemente di una manipolazione al computer, mentre altri lamentano il fatto che il fuome è di un colore differente, rispetto al vero fiume Baleh, che è di un colore marrone scuro, in tutta la sua estensione. Ma i rivieraschi insistono a dire che il serpente esiste, le foto dimostrano ciò e che esse, essendo state scattate in diverse parti del fiume, accertano che il serpente vive lì. All’inizio di questo mese, gli scienziati hanno rivelato la scoperta di un fossile di serpente, più grande di un autobus, pesante come un piccolo carro e che poteva ingoiare un animale delle dimensioni di una mucca. Il serpente, lungo più di tredici metri, chiamato “Titano-boa”, fu così grande che viveva di una dieta composta di coccodrilli e tartarughe giganti, i quali venivano spremuti a morte e divorati completamente. Con un peso impressionante di 1,25 tonnellate, scomparve dalle foreste tropicali del Sud America circa 60 milioni di anni fa, cinque milioni di anni dopo l’estinzione dell’ultimo dinosauro. Lo scheletro parziale dell’anaconda preistorico fu trovato in una miniera di carbone in Colombia, da una squadra internazionale di cacciatori di fossili.

Articolo (in inglese) su http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1149743/Picture-100ft-long-snake-sparks-fears-mythical-monster-Borneo.html

In apertura di articolo e sotto le due foto che mostrerebbero (il condizionale è d’obbligo) l’esistenza del leggendario “Nabau”

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Febbraio 5, 2009

Scoperto il fossile di un serpente lungo 13 metri

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA, PALEONTOLOGIA — centroufologicotaranto @ 12:04 am

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Oltre una tonnellata di peso distribuita su 13 metri di lunghezza. Misure decisamente oversize, paragonabili ad un Tyrannosaurus Rex, quelle del serpente più lungo del mondo, che, secondo un’équipe internazionale di scienziati, viveva 60 milioni di anni fa in Sud America.

La stazza del biscione giurassico è stata dedotta sulla base di ossa fossili ritrovate dai ricercatori dello Smithsonian Tropical Research Institute a Panama e del Museo di Storia Naturale dell’Università della Florida nel Cerrejon, nella Colombia del Nord.

Battezzato dai suoi scopritori Titanoboa Cerrejonensis, questo rettile gigante misurava 13 metri, pesava 1.140 chili e il suo corpo era largo almeno un metro, scrivono su Nature gli scienziati guidati dal paleontologo Jason Head dell’Università di Toronto-Mississauga. Messa a confronto con quella di una normale anaconda, la sua vertebra risulta enorme.

600x_jason_head_090204Sopra il paleontologo Jason Head che mostra il paragone tra una vertebra fossile del Titanoboa (a sinistra) e quella più piccola (a destra) di un anaconda lungo 7,5 metri

Il Titanoboa viveva fra 58 e 60 milioni di anni fa, quando il mondo animale si stava ancora riprendendo dall’estinzione di massa che fece scomparire i dinosauri e molte altre specie 65 milioni di anni fa, e potrebbe essere stato il più grande vertebrato non marino sulla Terra.

Le sue impressionanti dimensioni danno anche indicazioni precise sulle temperature dell’ambiente in cui viveva. “Ci sono molti modi in cui l’anatomia di una specie è correlata con l’ambiente su larga scala”, ha spiegato David Polly, geologo dell’Università dell’Indiana, che ha identificato la posizione delle vertebre fossili ritrovate nella miniera di carbone a cielo aperto del Cerrejon ed ha reso possibile ricostruire le misure del rettile. Per sopravvivere, stimano i ricercatori, il mega serpente aveva bisogno di una temperatura media di almeno 30-34 gradi, superiore a quella odierna in quella regione.


Il Titanoboa abitava in una foresta pluviale tropicale e cacciava coccodrilli, tartarughe e pesci. Non era velenoso ed aveva uno stile di vita molto simile a quello delle anaconde dei sistemi fluviali. L’ecosistema in cui viveva era simile a quello dell’Amazzonia di oggi, ma più caldo. “Gli ecosistemi tropicali del Sud America erano sorprendentemente diversi 60 milioni di anni fa”, dice il paleontologo Jonathan Bloch, del Museo di Storia Naturale dell’Università della Florida. “Era una foresta pluviale ma decisamente più calda rispetto a oggi ed i rettili a sangue freddo erano molto molto più grossi rispetto quelli odierni”.

Nella spedizione al Cerrejon, gli scienziati hanno recuperato fossili di vertebre e costole provenienti da 28 esemplari diversi. Prima della scoperta del Titanoboa, il serpente più grosso noto alla scienza era Gigantophis, che viveva 39 milioni di anni fa in Egitto ed era lungo 10 metri.

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/scienze/serpente-colombia/serpente-colombia/serpente-colombia.html

In apertura articolo una ricostruzione di un paesaggio di 60 milioni di anni fa, con in primo piano il “mostro” serpentiforme

Gennaio 29, 2009

Scoperta la medusa “immortale”

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA, ESOBIOLOGIA — centroufologicotaranto @ 11:57 am

snn2715z-682_718902aFino alla fine dei tempi: è l’unico essere vivente che può definirsi «immortale», nel vero senso della parola. La medusa Turritopsis nutricula è capace di invertire il proprio ciclo biologico e di sfuggire così alla tappa finale del processo di invecchiamento, ovvero alla morte. Ora, la creatura dei mari si sta moltiplicando ad un ritmo inarrestabile. «E’ in atto un’invasione silenziosa nei nostri oceani», avvertono i ricercatori.

RITORNA GIOVANE - La scoperta di questo organismo, che potenzialmente può vivere in eterno, risale a qualche anno fa e fu fatta da un team di biologi dell’Università di Lecce. La piccola idromedusa dal nome scientifico Turritopsis nutricula misura un diametro di appena quattro-cinque millimetri. Una volta raggiunta la maturità sessuale e dopo essersi riprodotta, non muore, a differenza di tutti gli altri organismi similari, sostengono gli studiosi. Questa speciale medusa, invece, scende sul fondo e si ritrasforma nello stadio giovanile da cui era stata generata. Insomma, da polipo ridiventa nuovamente medusa, e viceversa. Un processo che in sostanza può definirsi «infinito». Per gli scienziati questo ringiovanimento è reso possibile, a livello cellulare, a causa di un fenomeno conosciuto come «transdifferenziamento». L’ovvia e inevitabile conseguenza è una proliferazione di questa creatura dei mari, affermano i biologi marini sull’inglese Telegraph. «Stiamo rilevando un’invasione silenziosa in tutto il mondo», ha detto Maria Maglietta, dell’istituto di ricerca tropicale Smithsonian a Washington. Questi predatori del mare, originariamente presenti nelle acque calde dei Carabi, si stanno diffondendo velocemente in tutti gli oceani, aiutati anche da «passaggi» inconsapevolmente offerti dalle navi.

Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_gennaio_28/medusa_immortale_oceani_fe86f69a-ed62-11dd-b7f1-00144f02aabc.shtml

Nota redazione Centro Ufologico Taranto: questa è una notizia molto importante. Ciò dimostra che l’immortalità non è affatto una utopia o un miraggio. In natura esistono esseri, sia animali (come in questo caso) o vegetali che hanno questo “dono”. Un dono che aveva, probabilmente, l’uomo alle origini. Questo se dobbiamo dare atto ai testi biblici, i quali affermano (tra le altre cose) che la specie umana perse l’immortalità a causa del “peccato originale”, se dobbiamo dare credito alla metafora religiosa. Ma questo presuppone anche un’ altra strada, ancora più affasciante. E se per “bypassare” le enormi distanze cosmiche, eventuali civiltà extraterrestri utilizzano metodi similiari alla nostra medusa? Una ipotesi da non lasciar cadere del tutto.

Sotto lo schema biologico della vita immortale della medusa

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Gennaio 5, 2009

Riavvistati animali e piante creduti…estinti

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA — centroufologicotaranto @ 2:25 pm

berwickSi chiamano specie “Lazzaro”, dal nome del malato che nel Vangelo secondo Giovanni, morì e venne poi resuscitato da Gesù. Il celacanto, la formica dinosauro, il picchio dal becco d’avorio e il takahe sono animali speciali, dei “fossili viventi” che hanno giocato a nascondino con le ere geologiche, beffandosi di chi per anni li aveva creduti estinti.

In tutto le specie finora riavvistate sono sette, sei animali e una vegetale. Il loro valore naturalistico è inestimabile e per questo vengono protetti da équipe di studiosi che pur di osservarli sono disposti a rischiare la vita. I luoghi in cui queste specie sopravvivono vengono tenuti segreti: l’essere umano, si sa, è abilissimo a distruggere ciò che la natura conserva.

Ma a nascondersi ci pensano loro per primi: il celacanto, ad esempio, è un pesce blu che vive a decine di metri di profondità nelle caverne sottomarine dell’Indonesia. Apparso circa 390 milioni di anni fa, è il rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci mai conosciuta.

Gli scienziati lo credevano estinto nel Cretaceo, finché un esemplare venne pescato in Sudafrica, nel fiume Chalumna, qualche decina di anni fa. Con i suoi 80 chili di peso, due metri di lunghezza e un’aspettativa di vita di circa 60 anni, è riuscito a sopravvivere grazie alla ferocia e alla particolarità delle squame, che secernono muco e trasudano un olio lassativo che lo rende immangiabile.


Difficile imbattersi in questo fossile vivente nel corso di una nuotata, per dargli un’occhiata è necessario essere esperti conoscitori degli abissi: gli ultimi ad avere avuto un contatto diretto con lui sono stati tre sommozzatori francesi nel 2000, di cui uno morì nel corso della spedizione, e i ricercatori a bordo del sommergibile Jago, nel 2002.

Anche Woody Woodpecker ha fatto una sorpresa agli scienziati. Il picchio dal becco d’avorio è infatti uno degli uccelli più appariscenti degli Stati Uniti ma la sua figura bianca rossa e nera negli ultimi 100 anni si è vista ben poco nelle foreste nordamericane. Nella prima metà del ‘900 questo splendido animale ha conosciuto l’estinzione a causa della deforestazione selvaggia.

Un video girato in un’oasi dell’Arkansas nel 2004 ha però riacceso la speranza nel cuore degli ornitologi, che lo hanno riavvistato. Sembra che al mondo ne siano rimaste in tutto 8 coppie, forse 6. Il governo americano ha stanziato 20 milioni di dollari per la tutela di quello che è ormai stato ribattezzato il “Sacro Graal” del mondo animale.

Ma è forse il Wollemi Pine la scoperta più sensazionale nel campo scienze naturali del nostro millennio. Questo pino gigantesco era considerato estinto, noto soltanto grazie al ritrovamento di fossili risalenti a 90 milioni di anni fa. Scienziati australiani hanno però individuato nel 1994 alcuni esemplari ad ovest di Sydney, in una gola piovosa all’interno dei 200mila ettari del Wollemi National Park, nelle Blue Mountains. Il più grande Wollemi Pine è alto più di 40 metri e largo 1,2.

La formica dinosauro è invece stata la protagonista di una lunga ricerca, conclusasi felicemente nel 1977. Questa specie, rimasta pressoché invariata per 60 milioni di anni e fino alla prima metà del ‘900 considerata estinta, venne avvistata nel 1931 in una foresta di eucalipti dell’Australia occidentale. Il naturalista autore della spedizione era però un dilettante e si dimenticò di annotare il luogo preciso del ritrovamento. Non fu quindi possibile recuperare altri esemplari fino a 36 anni dopo, quando, nell’Australia meridionale, il dottor Robert Taylor e la sua equipe di entomologi si imbatterono per puro caso in un’altra formica dinosauro.

Da allora lo sperduto paesino di Poochera è diventato meta di pellegrinaggio per i “turisti mirmecologici” di tutto il mondo. Secondo gli esperti questo insetto è la prova vivente delle strette relazioni genetiche fra vespe e formiche, dato il suo aspetto fisico vespoidale. Le sue abitudini biologiche, inoltre, rispecchiano lo stile di vita delle specie primitive definitivamente estinte.

Il takahe è invece un buffo uccello dal becco rosso, incapace di volare ma dotato di un piumaggio sgargiante, che oscilla dal verde al blu elettrico. Un tempo questo animale era diffuso in tutta la Nuova Zelanda ma la caccia spietata dei bracconieri lo ridusse all’estinzione agli inizi del secolo scorso. Nel 1948 il dottor Geoffrey Orbell ritrovò però una popolazione superstite nelle praterie delle montagne meridionali dell’Isola del Sud ed oggi i 130 esemplari rimasti sono superprotetti. Con i suoi 50 cm di lunghezza e i 3 kg di peso, questo simpatico animale rappresenta un ghiotto boccone per i predatori, dunque è comprensibile che il dipartimento per la conservazione ambientale della Nuova Zelanda abbia un occhio di riguardo nei suoi confronti.

L’insetto stecco dell’isola di Lord Howe si pensava invece fosse estinto dal 1930, ma è stato riscoperto nel 2001. E’ oggi considerato il più raro insetto del mondo: ne esistono solo trenta esemplari che vivono nella Piramide di Ball, il faraglione marino più alto del mondo, che politicamente appartiene all’Australia. Questo animale non è un campione di bellezza e ritrovarselo sulla mano può non essere piacevole, ma il suo comportamento è quasi umano: maschi e femmine formano infatti una sorta di legame e una volta accoppiati vivono insieme. Di la notte la coppia dorme abbracciata, con tre delle gambe del maschio avvolte intorno alla femmina.

L’ultimo protagonista dell’”effetto Lazzaro” è il solenodonte di Cuba o almiqui, un mammifero appartenente alla famiglia dei solenodontidi. Considerata estinta varie volte nel secolo scorso, la specie è “risorta” grazie al ritrovamento di alcuni esemplari negli anni ‘70 e di recente nel 2003. La particolarità di questo animaletto sta nella velenosità delle sue ghiandole sottomascellari, che secernono un veleno che mette ko le prede. Samuel Turvey, un biologo conservazionista della Società Zoologica di Londra, sostiene che la sua potenza è tale da poter uccidere un topo. Ma chissà se questa arma di difesa basterà a tenere lontana l’estinzione definitiva.

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/ambiente/riavvistati/riavvistati/riavvistati.html

Ecco sotto le immagini dei “cripto-animali”

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Sopra il “Celacanto”

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Sopra la “Formica Dinosauro”

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Sopra “Insetto stecco dell’isola di Lord Howe”

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Sopra il “Solenodonte di Cuba”

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Sopra il “Wollemi Pine”

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Sopra il “Takahe”

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Sopra il “Picchio dal becco d’avorio”

Novembre 12, 2008

Scoperta una nuova specie di “lemure volante”

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA — centroufologicotaranto @ 11:23 am

Un Sunda colugo, un tipo di lemure volante (vedi foto in questo articolo) porta il suo piccolo in volo attraverso la foresta pluviale in Singapore, in questa foto non datata. La scoperte di almeno tre nuove specie di “colugo mosche”, ci pone davanti a nuove conoscenze dell’albero abitativo di queste creature, affermano gli scienziati. I lemuri volanti sono considerati i parenti più vicini ai primati. Le due specie precedentemente scoperte erano quelle del Sinda colugo e filippino. Ma nuove analisi del DND del Sunda colugo, che si trova in Indocina e Indonesia, ha rivelato che ciò che si pensava essere una specie unica in realtà è da integrarsi in tre nuove specie. I colugos hanno caratteristiche fisiche, come una membrana di pelle attaccata ai loro arti, che consente loro di vivere bene nel loro insolito habitat.

Articolo completo (in inglese) su http://news.nationalgeographic.com/news/2008/11/081110-photo-flying-lemur.html

Sotto foto del lemure volante, specie Sunda colugo

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Novembre 3, 2008

Scoperto un “fossile vivente” nell’Oasi WWF Gole del Saggitario

Archiviato in: CRIPTOZOOLOGIA — centroufologicotaranto @ 12:59 pm

L’Università di L’Aquila e Oasi WWF rafforzano il monitoraggio delle sorgenti per una corretta gestione dell’acqua. 

Le sorgenti abruzzesi nascondono meraviglie animali spesso sconosciute. Specie microscopiche di crostacei si presentano con immagini quasi oniriche quando vengono osservate al microscopio elettronico. Lontani parenti dei crostacei che tutti conoscono, insieme con altri gruppi di invertebrati, come gli efemerotteri e i tricotteri, popolano gli interstizi tra i detriti delle sorgenti anche a diversi metri di profondità. Hanno colonizzato habitat particolari e localizzati, spesso minacciati dall’intervento umano sia direttamente sia indirettamente con l’inquinamento delle aree circostanti.
Le Oasi abruzzesi del WWF hanno deciso di attivare una vera e propria rete di monitoraggio per studiare la fauna delle sorgenti e avere indicazioni gestionali, visto che due oasi, le Sorgenti del Pescara a Popoli e le Gole del Sagittario ad Anversa degli Abruzzi, includono due tra le più copiose sorgenti appenniniche. 

Durante la conferenza stampa svoltasi oggi a Pescara è stato quindi firmato un nuovo accordo per monitorare le Sorgenti del Pescara e sono stati presentati per la prima volta i risultati finali dello studio innovativo sulla qualità del sistema sorgivo delle Sorgenti di Cavuto nell’Oasi WWF delle Gole del Sagittario ad Anversa degli Abruzzi. 

“Da due anni è in corso un vero e proprio gemellaggio tra Oasi del WWF in Abruzzo con il dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università dell’Aquila volto alla conoscenza dei sistemi sorgivi“ ha dichiarato la Prof.ssa Diana Galassi, dell’Università di L’Aquila, “E’ importante che gli enti attivi sul territorio promuovano la ricerca scientifica finalizzata al miglioramento della gestione dell’ambiente. Un continuo interscambio tra territorio e strutture di ricerca può assicurare un futuro sostenibile alla nostra regione. 
La ricerca svolta nell’Oasi WWF delle Gole del Sagittario ha portato a risultati straordinari accertando come quella delle Sorgenti di Cavuto sia una delle tre più importanti in termini di conservazione della biodiversità e di importanza biogeografica tra le oltre 50 sorgenti campionate nell’Appennino dalla mia equipe. 
Infatti sono state trovate specie di crostacei copepodi rarissime, come Parastenocaris italica e Diacyclops paolae, endemiche delle aree appenniniche. Devo dire, però, che il ritrovamento in assoluto più significativo è quello di una rarissima specie chiamata Pseudectinosoma reductum, nota solo per un altro sito in tutto il mondo

E’ un vero e proprio fossile vivente, un elemento relitto antico (paleorelitto) di origine marina, che è sopravvissuto in sistemi idrici carsici montani, in cui si è insediato alcuni milioni di anni or sono quando le nostre terre erano ricoperte dal mare. Per condurre questa ricerca abbiamo utilizzato nuovi metodi che ci permettono di valutare degli indici, come l’Evolutionary Index, che servono per descrivere la qualità degli ambienti sorgivi al variare delle condizioni, compreso l’impatto antropico. Quelle di Cavuto hanno una portata di 1300 litri al secondo e sono collegate ad un acquifero vasto 20000 ettari, molto più ampio della Riserva dove sgorgano. Esse subiscono l’influenza della Diga di San Domenico posta a monte sul corso del Sagittario. 

Il nostro studio sta dando informazioni utilissime per capire quale debba essere il cosiddetto Minimo Deflusso Vitale. Ora abbiamo perfezionato l’accordo con il Comune di Popoli per estendere questo tipo di approccio per lo studio delle Sorgenti del Pescara all’interno dell’omonima oasi del WWF, sorgenti che hanno una portata ancora superiore, oltre 5000 litri al secondo. Infatti sono collegate a più circolazioni carsiche profonde in cui vengono recapitate le acque da un territorio immenso vasto decine di migliaia di ettari. Da qui si capisce a quali rischi siano sottoposti questi siti importanti”. 

“Avevamo presentato alla stampa circa due anni fa l’accordo per lo studio e il monitoraggio delle sorgenti della Riserva - dice Mario Giannantonio, assessore del Comune di Anversa degli Abruzzi – . Ora arrivano dei risultati che confermano l’importanza europea dell’area delle Gole del Sagittario in ambito naturalistico. E’ un onore per la piccola comunità di Anversa che in questi anni, attraverso la collaborazione con il WWF, ha stretto collaborazioni con i migliori istituti di ricerca per avere gli strumenti tecnici adeguati per gestire questo patrimonio correttamente. Sentiamo di avere una grande responsabilità non solo nei confronti dei nostri concittadini ma anche verso tutta la comunità europea, visto che la nostra riserva è stata riconosciuta quale Sito di Interesse Comunitario”.

“Popoli si vuole caratterizzare come città dell’acqua per il numero e l’importanza delle sorgenti presenti sul suo territorio – sottolinea Emidio Castricone, Sindaco di Popoli – . Siamo chiamati a gestire una risorsa strategica come l’acqua e per questo dobbiamo attrezzarci dal punto di vista scientifico. Per questo abbiamo deciso insieme al WWF di avviare questo partnenariato con l’Università di L’Aquila per monitorare le sorgenti più famose d’Abruzzo. L’equipe della Prof.ssa Galassi è tra le più conosciute in Europa per gli studi sulle sorgenti. In questo modo daremo il nostro piccolo contributo per sostenere concretamente la ricerca italiana per raggiungere obiettivi comuni, quelli della conservazione di habitat rari e localizzati sul territorio”.

Fonte: http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=18431&parent=1979&content=1

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