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Mercurio: materiale organico e acqua

Acqua ghiacciata e materiale orMercurio_2010-2-24_19-1-16ganico nelle regioni polari del pianeta Mercurio: li ha individuati la sonda MESSENGER, come riferiscono tre distinti articoli pubblicati sulla rivista “Science” da un’ampia collaborazione di istituti statunitensi.

Precedenti osservazioni radar effettuate dalla Terra avevano suggerito che potesse esservi del ghiaccio all’interno dei crateri permanentemente in ombra in prossimità dei poli del pianeta. Ma lo sguardo ravvicinato della missione MESSENGER (MErcury Surface, Space ENvironment, GEochemistry and Ranging) della NASA, lanciata nel 2004 ed entrata in orbita intorno a Mercurio nel marzo 2011, ha permesso di approfondire molti aspetti rimasti poco chiari.

All’origine della scoperta di ghiaccio e materia organica vi sono alcune anomalie delle aree perennemente in ombra del polo nord di Mercurio relative alla riflettanza, la proporzione di luce che una superficie è in grado riflettere quando ne viene investito. Come si legge nell’articolo di Gregory Neumann del Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland, e colleghi, queste anomalie, concentrate sui pendii rivolti verso il polo, portano a ipotizzare la presenza di depositi con un’alternanza di zone chiare e zone scure in corrispondenza della lunghezza d’onda di 1064 nanometri.

Secondo quanto riportano David A. Paige del Department of Earth and Space Sciences dell’Università della California a Los Angeles, e colleghi, il confronto di queste osservazioni con i modelli riguardanti le temperature indica che le regioni chiare corrisponderebbero alla presenza di ghiaccio superficiale, mentre quelle scure indicherebbero la presenza di strati superficiali di materiale organico complesso, che con tutta probabilità ricopre il ghiaccio sepolto e fornisce l’isolamento termico. L’impatto di comete o di asteroidi ricchi di materiali volatili potrebbe aver fornito entrambi i depositi.

Le misurazioni di David Lawrence, del Laboratorio di Fisica applicata della Johns Hopkins University, e colleghi, si sono basate sullo spettrometro di neutroni a bordo della MESSENGER. La spettroscopia neutrinica planetaria è diventata ormai una tecnica standard per misurare da remoto le concentrazioni d’idrogeno (uno dei due componenti della molecola di acqua). I neutroni vengono prodotti per effetto dell’impatto di raggi cosmici energetici su superfici di corpi planetari quasi o del tutto privi di atmosfera (come Mercurio, nella fattispecie) e vengono classificati come termici (per energie inferiori a 0,5 eV), epitermici (tra 0,5 eV e 0,5 MeV) e “veloci” (energie maggiori di 0,5 MeV).

Poiché possiedono praticamente la stessa massa dei neutroni, gli atomi di idrogeno hanno una capacità unica di rallentarli. Questo fenomeno si evidenzia in particolare con una drastica diminuzione del flusso di neutroni epitermici, come avviene in corrispondenza della superficie dei poli di Mercurio. Le misure di Lawrence e colleghi sono compatibili con la presenza di uno strato ricco d’idrogeno spesso alcune decine di centimetri, sottostante a uno strato più superficiale di materiali più poveri d’idrogeno. Tutto ciò porta a ipotizzare la presenza di ghiaccio di acqua sepolto a una limitata profondità nelle zone permanentemente in ombra del polo nord del pianeta più vicino al Sole.

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NASA conferma: composti inorganici e carbonio di probabile origine organica

c068mars-atmosphere2La grande attesa dell’annuncio dell’esistenza di una possibile vita su Marte dovrà ancora attendere: le voci che nei giorni scorsi si erano ricorse su giornali e blog sono rimaste deluse, ma al di là delle aspettative più fantasiose qualcosa alla fine c’è.

Gli strumenti del robot laboratorio Curiosity hanno scoperto sicure tracce di molecole inorganiche, come composti a base di acqua, cloro e zolfo, ma resta un alone di incertezza attorno alla scoperta di molecole a base di carbonio, idrocarburi clorinati che potrebbero avere un’origine organica, ma che potrebbero anche non averla.

Finora ”non c’è certezza assoluta” che siano stati individuati materiali organici, ”ma continueremo a cercare in diversi ambienti del cratere Gale”, ha dichiarato il responsabile di uno degli strumenti del robot laboratorio Curiosity della Nasa, Paul Paul Mahaffy.

Per gli esperti della Nasa queste prime analisi del suolo marziano sono considerate una prova generale delle capacità degli strumenti di Curiosity di analizzare qualsiasi tipo di suolo e roccia: un lavoro che il robot dovrà eseguire ripetutamente nei prossimi due anni. Ad analizzare i primi campioni di suolo marziano sono stati gli strumenti Sam (Sample Analysis at Mars ) e CheMin (Chemistry and Mineralogy) instrument. Sono in grado di analizzare e riconoscere composti di qualsiasi tipo, compresi quelli organici a base di carbonio, considerati la principale spia della presenza di vita.

I campioni di suolo appena studiati provengono da una zona sabbiosa chiamata Rocknest, che si tova in una zona relativamente pianeggiante del cratere e ancora lontana dall’area nella quale si concentrerà il lavoro di Curiosity, il misterioso Monte Sharp che si trova al centro del cratere e che potrebbe essere un deposito di materiale sedimentario, una sorta di archivio della storia geologica, e forse,biologica, marziana. A stupire i ricercatori è anche la varietà di colori, dimensioni e forme dei cristalli analizzati. Molti elementi sono simili a quelli finora scoperti da altre missioni della Nasa su Marte, come quelle dei rover Spiriti e Opportunity.

I composti finora individuati, ma la cui origine è tutta da chiarire, sono idrocarburi clorinati, ossia composti a base di carbonio che hanno reagito con il cloro. ‘’La loro origine può essere biologica, ma potrebbe anche non esserlo’’, ha detto Ernesto Di Mauro, del dipartimento di enetica e Biologia molecolare dell’università Sapienza di Roma. ”Composti di questo tipo – ha aggiunto – si possono trovare anche nelle meteoriti cosi’ come nei depositi di polvere interstellare”.

Che siano composti di carbonio legati alla vita o meno, ha osservato l’esperto, ”la loro scoperta è interessante perchè significa che su Marte c’è una chimica del carbonio che si è sviluppata nel tempo e che si è conservata’’. Per il responsabile scientifico di Curiosity, John Grotzinger, è necessaria ancora ‘’una grande dosi di pazienza. Non sappiamo con certezza se i composti a base di carbonio hanno effettivamente origine su Marte’’.

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Benvenuti su Marte

Sono centinaia le immagini scattate da Curiosity soltanto nella fase della discesa e di queste soltanto le prime sono arrivate finora a Terra, ritrasmesse dai satelliti che si trovano in orbita attorno a Marte. Come previsto, le prime immagini sono a bassa risoluzione, osserva la Nasa, e immagini a colori più grandi sono attese a giorni.

Quella che vedete è la prima immagine a colori inviata da Curiosity subito dopo l’arrivo sulla superficie marziana inquadra le pareti e i bordi del cratere Gale, l’area nella dove il rover è sceso, ed è stata ripresa con la camera Mahli (Mars Hand Lens Imager). Infine un’inquadratura del Monte Sharp, obiettivo dell’esplorazione di Curiosity. Nei sedimenti accumulati nella montagna il rover andrà a cercare indizi sul passato di Marte ed eventuali tracce di una vita passata.

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Studio Aperto: Edgar Mitchell su Roswell

centroufologicotaranto@gmail.com – Il CUT su Facebook

Non è la prima volta che Mitchell esterna dichiarazioni di questo tipo, tra l’altro sono cose già risapute in ufologia, ma sentirle dire da Edgar Mitchell, astronauta classe 1930, sesto uomo a poggiare il suo piede sulla Luna durante la missione Apollo 14. Mitchell ha più volte sostenuto la realtà extraterrestre dell’origine degli oggetti volanti non identificati, sbilanciandosi sulla vita aliena. A questo indirizzo trovate un articolo de La Stampa a proposito di questo argomento, da cui estraiamo quanto segue:

« Gli alieni sono “amichevoli, piccoli e dai grandi occhi”, ha spiegato il 77enne Mitchell, sottolineando con logica inappuntabile come “se fossero ostili, no saremmo più qui”; “Avrete visto qualche disegno di queste piccole creature che ci paiono strane: da quel che so dalle mie fonti che sono state in contatto, sono abbastanza fedeli”.

Il fenomeno degli Ufo è reale, continua Mitchell, anche se “è stato tenuto segreto da tutti i nostri governi per gli ultimi sessant’anni, ma poco a poco le notizie sono filtrate e alcuni di noi hanno avuto il privilegio di essere informati”: l’ex astronauta ha spiegato infatti di essere venuto a conoscenza della questione nel corso della sua carriera alla Nasa. »

Ipotesi di vita su Marte

Il suolo del pianeta rosso potrebbe essere abitato da microorganismi, come suggeriscono le ultimi analisi effettuate su dei campioni di suolo raccolti su Marte dalle sonde Viking nel 1976.

I ricercatori della Keck School of Medicine della University of Southern California hanno infatti compiuto una nuova analisi di tipo matematico sulla composizione del suolo marziano, e ritengono che le sostanze in esso presenti dimostrino la presenza di organismi viventi.

«Abbiamo riscontrato una complessità matematica e un grado di ordine nel suolo di Marte superiore a quella attesa, e più caratteristica dei processi biologici che di quelli inorganici», ha spiegato Joseph D. Miller, a capo dello studio pubblicato sull’International Journal of Aeronautical and Space Sciences.

I campioni raccolti dalle sonde Viking più di 35 anni fa sono stati spesso oggetto di analisi dai risultati contrastanti, e non presentano tracce inequivocabili di molecole organiche.

«Tuttavia, il suolo di Marte è più simile al nostro rispetto a quello di campioni extraterrestri non biologici – ha detto Miller – Questa scoperta non metterà la parola fine alla ricerca di vita su Marte, per quello servirebbero delle foto di veri e propri microorganismi. È tempo di rispedire le nostre sonde sul pianeta rosso alla ricerca di prove definitive».

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La Luna negli abissi

Per un trentina di anni, prima ancora di «Aliens» e poi di «Abyss», James Cameron si è divertito a trasportarci in mondi alieni e immaginati dalla sua fantasia. Lunedì mattina ne ha visitato uno personalmente, calandosi a bordo di un sottomarino verde a forma di siluro che lui stesso ha contribuito a disegnare, sul fondale della Fossa delle Marianne, il punto più basso della Terra: 11 mila metri sotto la superficie del mare, l’Everest alla rovescia più duemila metri.

«È stato un viaggio incredibile», ha dichiarato appena riemerso dal Deepsea Challenger, a bordo di Octopus, il mega-yacht dell’amico Paul Allen (co-fondatore della Microsoft) usato come nave-appoggio. «Un posto molto lunare, molto desolato. Ho avuto una sensazione di totale isolamento dal resto dell’umanità, come se nello spazio di un giorno fossi andato e tornato da un altro pianeta». E che cosa ha visto? Il narratore dentro di lui ha trovato ispirazione per nuove storie? «Vogliamo credere che laggiù ci sono calamari giganteschi e mostri marini, ma non ho visto niente di più grande che gamberi lunghi di tre centimetri. Pensavo che la vita si sarebbe adattata alla profondità, ma non ne ho visto traccia».

Cameron non è il primo essere umano che esplora le Marianne. Nel 1960 vi discesero Don Walsh, un ex-capitano della Marina americana, e Jacques Piccard, un ingegnere svizzero, a bordo del batiscafo Trieste. Rimasero sul fondo una ventina di minuti, ma riuscirono a vedere poco o niente per il fango sollevato dai motori. Cameron è il primo ad arrivarci da solo, a bordo di un batiscafo a forma di siluro di 12 tonnellate che ha resistito a una pressione mille volte superiore a quella della superficie terrestre.

Ci è rimasto poco più di due ore, concedendosi anche il lusso di dimenticare per un po’ i monitor e gli schermi della plancia di comando e le quattro telecamere ad alta definizione che, come si addice al regista di «Avatar», erano naturalmente in 3D. «Mi sono fermato e mi sono detto: sono qui, in fondo all’Oceano, nel posto più profondo della Terra. E oltre che un grande senso di isolamento, ho sentito quanto ero piccolo, in questo vasto posto sconosciuto e inesplorato».

Per portare a termine la missione scientifica, condotta in collaborazione con il «National Geographic», Cameron intendeva raccogliere campioni di roccia e di sedimenti, alla ricerca di specie esotiche che potrebbero aiutarci a capire non solo la vita marina ma anche quella extraterrestre. Ma poco dopo avere raccolto i primi campioni, il braccio idraulico non ha più funzionato, unico neo in un’impresa in cui tutto il resto è andato alla perfezione. E che adesso fa di Cameron un pioniere non solo del cinema ma dell’esplorazione.

«Quando hanno chiuso il boccaporto avevo le farfalle nello stomaco», confessa il regista. «Ma poi l’eccitazione e l’adrenalina prendono il sopravvento. In un minuto o due sei nel buio più totale e il sottomarino diventa freddo. E ti metti a pensare come un astronauta. Devo fare questo e quest’altro e non combinare pasticci».

Che a compiere questa impresa sia stato proprio Cameron non è così sorprendente. Cresciuto nell’Ontario, in Canada, lontano dagli oceani, sin da bambino rimase affascinato dai documentari di Jacques Cousteau. A 16 anni aveva il suo diploma di sub, nel 1995, due anni prima di girare il film, andò a esplorare i resti del Titanic a quattromila metri sotto la superficie del mare al largo della Newfoundland. Ci è tornato altre 32 volte e ha condotto altrettanti viaggi di esplorazione marina, a volte con compagni, altre da solo. Il mare è la sua passione, una frontiera ai suoi occhi molto più interessante di quella extraterrestre. «Non riesco a pensare a un altrove più lontano», sostiene. E se ieri non è riuscito a raccogliere i campioni come previsto, non è un problema: «Significa che devo tornarci e prenderne altri dice – questo è solo l’inizio». Poi ha lasciato Octopus, è salito a bordo di un elicottero e poi di un jet diretto a Londra, dove assisterà alla prima di «Titanic» in versione 3D.

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I batteri sotterranei che mangiano rocce

La vita e il complesso gioco di scambi fra terra, acqua, aria, fuoco che nehanno favorito la comparsa e la sostengono ogni giorno: è questo lo scenario in cui irrompono dei minuscoli attori, dei quali da tempo si cercavano le tracce. I mangiatori di pietre. I geologi li hanno individuati in alcuni campioni di roccia prelevati dalle dorsali oceaniche, tra 2 e 5 km di profondità, e la scoperta offre straordinari spunti alla ricerca, anche sui cicli climatici del nostro e di altri pianeti. Lo studio, basato su tecniche petrografiche, geochimiche e biologiche, è stato condotto da ricercatori dell’ Università di Modena e Reggio Emilia e dell’Istituto di Scienze del Mare del Cnr di Bologna, in collaborazione con l’Institute de Physique du Globe di Parigi. Sono chiamate «Slime» (Subsurface Lithoautotrophic Microbial Ecosystem) e sono colonie di microbi, forse procarioti, che sopravvivono ad alcuni chilometri di profondità nella crosta terrestre, sui fondali oceanici, in ambienti estremi e ritenuti inadatti a ogni forma di vita. Non si sa a quale famiglia appartengano, né che aspetto abbiano, ma certamente sono molto antichi e hanno gusti bizzarri: rosicchiano i minerali presenti nelle rocce, soprattutto l’idrogranato di cui sono ghiotti, e usano come fonte energetica l’idrogeno delle sorgenti termali sottomarine. «La presenza di microorganismi nelle rocce sedimentarie – afferma il geologo Daniele Brunelli, uno degli autori del lavoro pubblicato su “Nature Geoscience” – è nota da tempo, ma qui si tratta di rocce del mantello terrestre che sono per definizione sterili, perché risalgono dalle profondità della Terra ad altissime temperature». Una volta emerse, le rocce si raffreddano e sono colonizzate da organismi che sfruttano i circuiti idrotermali responsabili del processo di alterazione detto serpentinizzazione. Persino le loro proprietà magnetiche sono modificate. «Quelle osservate sono le tracce dell’interazione chimica fra il microecosistema, la roccia e i resti della sostanza organica, – precisa Brunelli -. Certamente si tratta di un’attività recente e continua, non fossile». Gli «It» (organismi Intra-terrestri) rosicchiano le rocce, lasciando buchi come nel groviera, e quest’attività induce la cristallizzazione di nuove fasi minerali. Ma soprattutto lasciano dietro di sé della materia organica degradata, «non proprio “marcia” – commenta Brunelli – perché gli “It” vivono tra 80˚ e 100˚ e quindi, quando muoiono, cuociono. E’ un “brodino” di materia organica che bagna i minerali: è come vedere i resti del pasto di un branco di lupi e un lupo morto. Ma ora vogliamo trovare quelli vivi». Il prossimo obiettivo dei ricercatori, finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, è infatti quello di recuperare dei campioni vitali per sequenziare il Dna e capire chi sono e come interagiscono, poiché si tratta quasi certamente di colonie multispecifiche. La scoperta degli «It» amplia decisamente i confini della biosfera, spingendoli sotto la superficie terrestre. Ma non solo: ne altera la composizione. Secondo alcune stime, la biomassa profonda potrebbe rappresentare un terzo o più della metà dell’intera biomassa terrestre: quindi, ciò che vediamo sulla Terra, umanità compresa, non ne è che una parte, e neppure la più importante. «Non conosciamo il peso totale della biomassa, – ricorda Brunelli – e neanche quanto interferisca con la chimica della Terra, per esempio modificando il flusso e lo scambio di sostanze fra il mantello e l’atmosfera». L’attività tettonica del nostro pianeta produce un’enorme quantità di magma e gas, come vapore acqueo e anidride carbonica, che sono espulsi in gran parte attraverso i vulcani. Il ruolo più importante è affidato alle dorsali oceaniche, che formano una catena di 60 mila km. Ma quanta acqua e anidride carbonica siano contenute nel mantello resta un mistero: si suppone che vi sia l’acqua di 4 o 5 oceani, mentre per la CO2 la valutazione è incerta. Tutto ciò che interferisce con questo flusso, su una scala temporale di decine di migliaia o milioni di anni, condiziona il clima. «Ora si scopre che un gioco tanto complesso – commenta Brunelli – è mediato da una massa biologica profonda che controlla quali gas sono espulsi dal mantello e in quali quantità, e questo è un controllo di tipo primario». E, infatti, nel processo di idratazione delle rocce sul fondo oceanico viene liberato idrogeno e la biomassa profonda, che non sfrutta la fotosintesi ma l’idrogeno come sorgente di energia, trasforma la CO2 in metano CH4: due gas serra importanti. «Dunque il controllo del sistema climatico è mediato pesantemente dalla vita – conclude Brunelli con un pizzico d’orgoglio. – E’ un nuovo scenario che la comunità scientifica sta “scalando” faticosamente. Noi, invece, abbiamo usato tecniche antiche: il microscopio e tanta pazienza. Abbiamo raccolto i campioni e li abbiamo osservati, con un’idea fissa: cercavamo un effetto “bio” nella parte mineralogica e ci siamo inciampati dentro. C’è voluto qualche anno, poi abbiamo applicato le tecniche di ricerca più avanzate e in sei mesi siamo schizzati in avanti». La scoperta può gettare nuova luce sulle fasi iniziali della vita sulla Terra quanto sulla ricerca su altri pianeti, come l’identificazione di metano e rocce serpentine su Marte suggerisce. Ma avrà anche ricadute pratiche, come nel campo della sequestrazione della CO2 e nel trattamento ecologico di materiali e minerali. E qui gli sviluppi sembrano vicini.

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Un batterio “spaziale” potrebbe produrre energia

Se un giorno sara’ possibile realizzare delle batterie alimentate ‘a batteri’ il merito sara’ probabilmente di un microrganismo che viene dallo spazio. A realizzare un primo prototipo e’ stata l’universita’ di Newcastle, che ha descritto il dispositivo sul Journal of Environmental Science and Technology.

La batteria sfrutta il processo di ‘bio-ossidazione catalitica’: un biofilm di batteri viene assemblato intorno agli elettrodi di carbonio, e i microrganismi degradando gli elettrodi producono elettroni che generano una corrente. Per cercare di migliorare i prototipi precedenti i ricercatori hanno selezionato 75 diversi batteri raccolti vicino al fiume Wear, testandone le proprieta’ alla ricerca del giusto ‘mix’ per la produzione di energia. Nel ‘cocktail’ risultante il maggior contributo viene dal Bacillus stratosphericus, un batterio che vive abitualmente a 30 km di altezza e che viene portato a terra dalle correnti atmosferiche. La batteria risultante ha mostrato una potenza di 200 Watt per metro cubo, doppia rispetto ai tentativi precedenti e sufficiente ad accendere una lampadina: ”E’ la prima volta che dei singoli microbi sono studiati in questo modo – spiega Grant Burgess, uno degli autori – con questo studio abbiamo dimostrato il potenziale di questa ricerca: ci sono miliardi di microbi sul pianeta che possono essere sfruttati per produrre energia”.

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Trovati nel deserto di Atacama batteri «quasi marziani»

Nel luogo più arido della Terra come il deserto di Atacama in Cile, a tre metri sotto il suolo, hanno trovato immersa nel sale un’oasi di microrganismi. Sono archeobatteri, cioè batteri primitivi, individuati grazie a un nuovo microscopico strumento, un biochip, realizzato al Centro di astrobiologia di Madrid che, su questo fronte, lavora in stretto contatto con il centro Ames della Nasa in California.

Lo strumento è stato concepito proprio per cercare la vita su altri pianeti, in primo luogo su Marte, ovviamente. E intanto nel suo collaudo l’ha trovata… sul pianeta Terra, però nel luogo più simile al Pianeta Rosso tanto che qui si conducono sperimentazioni di vario genere legate alla futura esplorazione marziana. In uno spessore ipersalino tra i due e tre metri di profondità vive dunque questa colonia della vita «che abbiamo chiamato ‘oasi microbica’», spiega sulla rivista Astrobiology Victor Palo del centro madrileno, «perché i microrganismi hanno creato un habitat ricco di alite (salgemma) e altri composti altamente igroscopici come anidrite e perclorato che assorbono acqua».

I substrati in cui prospera l’oasi favoriscono l’acquisizione del vapore acqueo che si condensa sulla superficie in cristalli di sale diventando una risorsa per la vita nascosta. Condensa di acqua in superficie è stata fotografata anche dalla sonda Phoenix della Nasa sbarcata nel polo Nord marziano. Gli archeobatteri trovati non sono diversi da altre specie già rinvenute sulla Terra, ma questi hanno la peculiarità di sopravvivere in profondità senza ossigeno e senza luce. Il loro ambiente è molto simile ad alcune zone individuate dai robot marziani della Nasa Spirit e Opportunity in due aree diverse del Pianeta Rosso.

Il tipo di microorganismi dell’oasi cilena è quello che finora si avvicina di più – dicono gli astrobiologi – alle possibili forme di vita che si potrebbero scoprire proprio nei primi strati del suolo marziano. Tra l’altro – sottolineano – in quelle condizioni le molecole biologiche si preservano al meglio e quindi è possibile anche trovare prodotti biologici magari lasciati da microorganismi vissuti milioni di anni fa. Il nuovo strumento autore della scoperta e battezzato Solid (Signs of Life Detector) è formato da un biochip nel quale sono stivati 450 anticorpi in grado di identificare materiale biologico come zucchero, Dna, proteine. I campioni sono raccolti e processati automaticamente mostrando alla fine la presenza dei vari composti e degli eventuali microrganismi. Solid sarà imbarcato su una delle future spedizioni su Marte sperando che sia altrettanto fortunato come lo è stato sulla Terra.

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Scoperto il fungo che mangia la plastica

Si chiama Pestalotiopsis microspora, è una nuova scoperta che potrebbe essere parecchio utile nel campo dell’ecologia, soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento della plastica. Questo particolare tipo di fungo, infatti, sarebbe capace di mangiarla, letteralmente. La Pestalotiopsis microspora è in grado di mangiare il poliuretano, un materiale versatile ed economico e pertanto molto diffuso, che però è davvero molto difficile da smaltire, è impossibile da riciclare. Alcuni studenti dell’Università di Yale avrebbero scoperto questa particolare specie di fungo durante una spedizione nella foresta amazzonica. La scoperta ha dimostrato che la Pestalotiopsis microspora è in grado di sopravvivere con un’alimentazione basata solamente sulla plastica e perfino in un ambiente privo di ossigeno. Si tratta di una scoperta davvero molto importante, che potrebbe rivoluzionare le sorti del biorisanamento ed essere utile in ambienti che, come le discariche, sono privi di ossigeno, ma in cui è presente un alto tasso di plastica che non può essere riciclata. Questo nuovo fungo, quindi, potrebbe essere una scoperta da diffondere e rivoluzionaria nel campo dello sviluppo sostenibile, gli esperti hanno deciso di tenere d’occhio questa particolare specie di biodiversità e studiarne le proprietà metaboliche. Non è da escludere, infatti, che grazie a questo fungo non possano essere trovate anche nuove strade per smaltire i rifiuti. Ad esempio, per quanto possa sembrare surreale, non è totalmente da escludere l’idea di un campo di funghi di questo genere per smaltire le plastiche, anche se prima sono da valutare tutte le conseguenze che questo particolare tipo di alimentazione dei funghi non abbia altri tipi di conseguenze sul nostro ambiente. Quello dello smaltimento della plastica rimane un problema piuttosto diffuso, infatti si cercano continuamente nuove soluzioni, alla ricerca soprattutto di un modo per riciclarla e riutilizzarla in modo tale che non sia nociva per l’ambiente e si possa invece rivelare utile per chiunque sappia farne buon uso.

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