CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

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Benvenuti su Marte

Sono centinaia le immagini scattate da Curiosity soltanto nella fase della discesa e di queste soltanto le prime sono arrivate finora a Terra, ritrasmesse dai satelliti che si trovano in orbita attorno a Marte. Come previsto, le prime immagini sono a bassa risoluzione, osserva la Nasa, e immagini a colori più grandi sono attese a giorni.

Quella che vedete è la prima immagine a colori inviata da Curiosity subito dopo l’arrivo sulla superficie marziana inquadra le pareti e i bordi del cratere Gale, l’area nella dove il rover è sceso, ed è stata ripresa con la camera Mahli (Mars Hand Lens Imager). Infine un’inquadratura del Monte Sharp, obiettivo dell’esplorazione di Curiosity. Nei sedimenti accumulati nella montagna il rover andrà a cercare indizi sul passato di Marte ed eventuali tracce di una vita passata.

Fonte: Link

Studio Aperto: Edgar Mitchell su Roswell

centroufologicotaranto@gmail.com – Il CUT su Facebook

Non è la prima volta che Mitchell esterna dichiarazioni di questo tipo, tra l’altro sono cose già risapute in ufologia, ma sentirle dire da Edgar Mitchell, astronauta classe 1930, sesto uomo a poggiare il suo piede sulla Luna durante la missione Apollo 14. Mitchell ha più volte sostenuto la realtà extraterrestre dell’origine degli oggetti volanti non identificati, sbilanciandosi sulla vita aliena. A questo indirizzo trovate un articolo de La Stampa a proposito di questo argomento, da cui estraiamo quanto segue:

« Gli alieni sono “amichevoli, piccoli e dai grandi occhi”, ha spiegato il 77enne Mitchell, sottolineando con logica inappuntabile come “se fossero ostili, no saremmo più qui”; “Avrete visto qualche disegno di queste piccole creature che ci paiono strane: da quel che so dalle mie fonti che sono state in contatto, sono abbastanza fedeli”.

Il fenomeno degli Ufo è reale, continua Mitchell, anche se “è stato tenuto segreto da tutti i nostri governi per gli ultimi sessant’anni, ma poco a poco le notizie sono filtrate e alcuni di noi hanno avuto il privilegio di essere informati”: l’ex astronauta ha spiegato infatti di essere venuto a conoscenza della questione nel corso della sua carriera alla Nasa. »

Famoso Astronauta NASA conferma la presenza di ET

Lo Space Shuttle Columbia portò un gruppo di cinque astronauti in una missione attorno alla Terra durata 17 giorni, 15 ore e 54 minuti, la più lunga nella storia di questo veicolo. Durante questo viaggio è accaduto un evento che neanche il capogruppo, il Dr. Story Musgrave, è riuscito a spiegarsi, mentre guardava dalla finestra dello Shuttle.

Un grosso oggetto di forma discoidale è apparso sotto il Columbia. Lo Shuttle era ad una altezza di circa 190 miglia.

Il disco è stato osservato apparire miracolosamente dal nulla, volare attraverso le nubi sottostanti e spostarsi da destra a sinistra, mentre gli astronauti fissavano con stupore. Il bordo esterno del mezzo sembrava ruotasse in senso antiorario. Sembrava molto grande (rispetto alla spazzatura spaziale o al ghiaccio staccatosi), approssimatamente tra i 50 ed i 150 piedi di diametro.

L’ Astronauta è stato intervistato dopo la missione, ed ha detto che non sa di cosa potesse trattarsi, forse di una rondella, di un pezzo di ghiaccio o di un detrito. Aveva caratteristiche simili a cose già viste, ma è apparso dal nulla. “Potreste pensare che se vi stesse mostrando il lato scuro o un altro lato, potreste pensare di poterci vedere qualcosa. E’ davvero impressionante.”

Durante una precedente intervista il Dr. Musgrave aveva comunicato d’aver tentato di comunicare con vite ET durante tutti e sei i suoi viaggi, dicendo di portarlo con loro. Sicuramente molto coraggioso. L’ astronauta è ormai in pensione. Da allora è un convinto sostenitore della vita ET, e quando ne parla una persona capisce che lui è realmente a conoscenza di ciò che afferma. Come per la diapositiva finale che mostrava un Grigio nella sua ultima conferenza, il Dr. Musgrave ha affermato “Questi tizi esistono, posso assicurarvelo”.

Fonte: LinkTraduzione ed adattamento a cura del CUT

Scoperto piccolo sistema solare con sei pianeti a duemila anni luce dalla Terra

Una stella molto simile al Sole ed intorno a lei 6 pianeti che ruotano, un vero e proprio Sistema solare. Ma non è certo il nostro, dato che sta a 2.000 anni luce dalla Terra, una distanza enorme su scala umana, ma molto piccola i termini astronomici.
La stella si chiama Kepler 11 e la scoperta del sistema di sei pianeti, tutti piccoli e alcuni con caratteristiche di tipo terrestre, è riportata nella rivista Nature del 3 febbraio.

Una scoperta certo importante per l’astronomia, e per la scienza in generale, ma quasi quasi ancor di più per il nostro immaginario: un altro piccolo forse ma significativo passo nel cammino per trovare quello che tutti noi in fondo ci aspettiamo, o temiamo: un’altra Terra.

Il primo pianeta orbitante attorno ad una stella diversa dal Sole fu scoperto nel 1995 e sono oramai più di 500 i casi noti e studiati di stelle con almeno un pianeta che gli orbita attorno. Tuttavia i casi di sistemi multipli di pianeti, confermati, sono pochissimi, meno delle dita di una mano, e nessuno è stato determinato con il livello di sicurezza e accuratezza di questo studio.

A studiare i dati presi dal satellite Kepler della Nasa, spedito in orbita proprio per scovare pianeti extrasolari in stelle a noi vicine, è stato un gruppo di una ventina di astrofisici europei e statunitensi guidati da Jack Lissauer della Nasa. E ci hanno messo molti mesi sia perché si tratta di misure delicatissime, in cui l’errore di interpretazione è in agguato ad ogni angolo e sia per l’eccezionalità del caso cui si sono trovati davanti.

I sei pianeti sono in realtà tutti molto vicini alla stella madre, il più distante sta a 70 milioni di chilometri la metà della nostra distanza dal Sole. I cinque più vicini alla stella sono relativamente piccoli, di massa e raggio comparabili, o leggermente maggiori a quelli terrestri. Il sesto invece rimane parecchio più distante dalla stella e probabilmente ha massa molto maggiore, un centinaio di volte.

I primi cinque ruotano attorno alla stella in un periodo piuttosto corto, da 10 a 47 giorni, il sesto invece in 118. I primi due sono probabilmente rocciosi mentre gli altri hanno senz’altro un’importante componente di ghiacci e un inviluppo gassoso esteso, come Saturno o Urano per fare un parallelo, anche se sono molto più piccoli. Il tutto porta a considerare che il sistema sia stabile e oramai, come il nostro Sistema solare, molto avanti nella sua evoluzione.

Come si scovino questi sistemi è in realtà semplice da descrivere: se una stella ha un pianeta che gli ruota attorno e se siamo fortunati, nel senso che questo si interpone fra noi e la stella ,avremo una sorta di periodica mini eclisse. Allora osservando costantemente la luminosità di quella stella dovremmo accorgerci se cala e ricresce con regolarità. In sostanza l’esempio che possiamo fare è quello di un lampione stradale che ci sarà capitato di vedere in lontananza magari d’estate. Se vediamo tremolare leggerissimamente la luce è possibile che una farfalla notturna, o un pipistrello, gli stiano girando attorno.

Quello che è logicamente semplice diventa tremendamente complicato nella pratica perché i segnali sono debolissimi, la diminuzione di luminosità della stella madre può essere di un millesimo solamente e, soprattutto, essere dovuta ad altre cause, come ad esempio il fatto che la stella varia la sua luminosità perché pulsa con regolarità o essere parte di un sistema di due o più stelle che ruotano attorno una all’altra, eclissandosi. Occorre quindi escludere tutte le “altre” cause per arrivare al dunque: si tratta di un pianeta che orbita attorno alla stella.

Figuriamoci quindi il caso cui si sono trovati davanti gli astrofisici: una matassa di segnali che stavano a segnalare la presenza di ben sei pianeti. Come detto il caso in cui ce ne sia più di uno in gioco è particolarmente importante dato che ci permette di calcolare le masse dei pianeti stessi, il loro diametro e la forma e inclinazione delle loro orbite. Una serie insomma di informazioni preziosissime quanto, finora, rare da avere.

La sonda Kepler ha un telescopio a bordo relativamente modesto, 0.95 metri di diametro, ma collegato a una fotocamera molto sensibile e continuerà a seguire questo sistema planetario. In effetti sta tenendo sotto osservazione già centinaia di stelle “candidate” ad avere attorno pianeti. Risultati ottimi quindi per questo affascinante campo di ricerca, ma nonostante questo la Nasa ha purtroppo recentemente cancellato la missione che doveva seguire Keplero, per i costi miliardari.

Si spera però che subentri un progetto europeo per un satellite che porti a bordo un telescopio dedicato a queste ricerche di mondi attorno ad altre stelle. Il suo nome è Plato. «L’Agenzia Spaziale Europea, Esa, ha dato finora il via libera a questo progetto – dice Giampaolo Piotto dell’Università di Padova, responsabile scientifico dell’impresa- che comunque avrà caratteristiche di maggior competitività. Cercherà in un area di cielo 400 volte maggiore di quella che sta scandagliando il satellite Nasa Kepler e avremo una rete di telescopi a terra per la conferma di quanto si osserva dallo spazio».

Alla scoperta della “Nuova Terra” potremmo quindi arrivare noi europei. Bilanci delle Agenzie spaziali permettendo.

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Stanley Fhulam: “Contatto agli inizi del 2011″

«Gli ufo sorvoleranno la piazza Rossa di Mosca e poi andranno su Londra una settimana dopo». Sono le parole di Stanley Fhulam un ufficiale in pensione del NORAD, che ha previsto per il 2011 l’apparizione sulla terra degli extraterrestri. Potrebbero sembrare i vaneggiamenti di unos cienziato in pensione, ma le parole di Fhulam vanno prese col giusto rispetto. Infatti fu proprio lui, nell’ottobre del 2010, a predirre l’apparizione di un ufo su New York, che poi avvenne sul serio. Quel giorno, il radar della FAA Westbury, individuò l’oggetto volante non identificato, bloccando tutti i voli del JFK, e creando molti disagi ai passeggeri in partenza dalla “Grande Mela”

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Nota CUT: Riportiamo questa notizia a puro titolo di cronaca, ovviamente non avverrà nessun contatto massivo come non è avvenuto alla scorsa previsione. Saremmo comunque felici di essere smentiti. Al solito, il tempo ci darà le risposte.

“Sette” intervista Paul Davies “L’invasione aliena è cominciata”

“Non sanno che noi siamo qui”, ecco perché gli alieni non ci stanno cercando. Se un giorno busseranno alle porte del pianeta Terra, Paul Davies però è pronto ad accoglierli. In gran segreto. Cosmologo e astrobiologo inglese, nonché professore all’Arizona State University, è l’uomo scelto per guidare il team di scienziati, avvocati e filosofi che gestirà il primo contatto. Si chiama Post-Detection Science and Technology Taskgroup ed è finanziato, come gran parte delle attività di Seti (Search for extraterrestrial intelligence), da uno che agli alieni ci crede da sempre: il cofondatore (miliardario) di Microsoft Paul Allen, che ha fornito pure i 25 milioni di dollari per l’Allen Telescope Array in California. Da tre anni i paraboloidi del mega radiotelescopio puntano verso gli “altri mondi” del cosmo per captare un segnale elettromagnetico. L’universo, per ora, tace. Davies spiega con pazienza (e un po’ di insofferenza) il mistero di questo silenzio lungo millenni: «La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, nel 1010, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi». Un’eternità. Che per Davies possiamo colmare iniziando a scandagliare, oltre all’universo, il nostro stesso pianeta e ciò che lo circonda più da vicino. Sì, perché il cosmologo sembra davvero convinto che l’“invasione”, seppur pacifica, sia già iniziata. Bisogna cercare segnali di un’esistenza aliena, presente o passata: «Discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, “messaggi in bottiglia” sotto forma di informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri e via dicendo. Magari, poi, dimostrare che la vita non è un incidente casuale e raro, che anche sulla Terra può essere avvenuta più di una genesi. E’ la tesi ultima, e forse più affascinante, di Davies. L’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. L’autore di The Eerie Silence (Il silenzio inquietante) ne parlerà al Festival di Genova il 31 ottobre.

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