CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

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La medusa dal cuore di topo

Per fare una medusa ci vuole un ratto. Per la verità, nel meraviglioso mondo della biologia sintetica bastano solo alcune cellule cardiache del roditore, montate su un’impalcatura di silicone. Tutto qui: con questi pochi materiali di base un gruppo di ricerca congiunto tra il Caltech Biological Propulsion Lab e il Disease Biophysics Group di Harvard è riuscito a ricostruire in laboratorio una medusa artificiale che assomiglia moltissimo a una medusa vera.

L’idea è venuta qualche anno fa al bioingegnere Kit Parker, in visita al New England Aquarium di Boston. Di fronte alla vasca delle meduse Parker, che si occupa da tempo di ingegneria del tessuto cardiaco, ha pensato che questi animali potevano essere un ottimo modello semplificato di cuore,in fin dei conti, sia la medusa sia il cuore non sono altro che pompe. Così, ha chiesto una mano a John Dabiri, ingegnere aeronautico “prestato” allo studio della propulsione biologica. Per anni, i due (insieme a un bel gruppo di studenti, dottorandi e postdoc, ovvio) hanno cercato di capire esattamente come nuota una medusa e in particolare lo stadio giovanile di Aurelia aurita, la medusa quadrifoglio: come sono organizzati i muscoli (un singolo strato di fibre allineate intorno a un anello centrale), come si propaga l’onda di contrazione, come la dinamica dei fluidi influenza i movimenti. Una volta capiti i fondamentali, si sono messi al lavoro per creare una loro medusa o, meglio, un medusoide.

Come raccontato su Nature Biotechnology, il “corpo” di questo organismo artificiale è fatto di polidimetilsilossano, un polimero di silicone molto usato in applicazioni di bioingegneria e dall’aspetto “gelatinoso” davvero simile a quello di una medusa. Sul foglio di silicone, sagomato a forma di fiore con 8 petali, i ricercatori hanno stampato un reticolo di proteine che ha funzionato da guida per la crescita e l’organizzazione di cardiomiociti di ratto. Una volta staccata dal suo supporto e immersa in un acquario in cui era applicato un lieve campo elettrico, la “creatura” ha cominciato a contrarsi.

A parte la meraviglia per un foglietto di silicone che si contrae e si distende ritmicamente, a che cosa serve tutto ciò? Intanto a mostrare una via precisa alla bioingegneria e alla biomimetica, che secondo Dabiri e Parker dovrebbero concentrarsi meno sulle forme della natura e più sulle sue funzioni, da riprodurre con i materiali più disparati e, soprattutto, come primo passo verso la costruzione di un modello artificiale di cuore, da utilizzare per testare nuovi farmaci o per sviluppare, un giorno, pacemaker fatti esclusivamente di elementi biologici.

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Neve su Marte grande come globuli rossi

I fiocchi di neve su Marte hanno le dimensioni dei globuli rossi. E’ quanto ha calcolato un gruppo di ricerca americano del Massachusetts Institute of Technology (Mit) analizzando i dati raccolti da due sonde della Nasa, il Mars Global Surveyor (MGS) e il Mars Reconnaissance Orbiter (Mro). Il risultato è descritto sul Journal of Geophysical Research. Nel cuore dell’inverno marziano un manto di nuvole ricche di neve copre i poli del pianeta rosso ma, a differenza dei fiocchi di neve terrestri a base di acqua, le particelle di neve su Marte sono cristalli congelati di anidride carbonica. La maggior parte dell’atmosfera marziana, spiegano gli esperti, è composta da anidride carbonica, e durante l’inverno ai poli fa così freddo che l’anidride carbonica presente nell’atmosfera si condensa, formando minuscole particelle di neve.

Per avere un quadro preciso della condensazione dell’anidride carbonica su Marte, i ricercatori hanno analizzato una quantità immensa di dati, inclusi i profili di temperatura e pressione raccolti dalla sonda Mro ogni 30 secondi nel corso di cinque anni marziani (che corrispondono a più di nove anni sulla Terra). Esaminando i dati il gruppo ha calcolato che nel Sud i fiocchi di neve sono leggermente più piccole rispetto a quelli che si formano nel Nord, ma entrambe hanno le dimensioni simili a quelle di un globulo rosso. “Si tratta di particelle molto fini. Se cadessero depositandosi sulla superficie di Marte, è probabilmente che le vedremmo come una nebbia che cala”, ha osservato uno degli autori, Kerri Cahoy.

Conoscere la dimensione dei fiocchi di neve nelle nubi di anidride carbonica su Marte, secondo uno degli autori, Renyu Hu, potrebbe aiutare a comprendere proprietà e comportamento delle polveri nell’atmosfera del pianeta. Perchè la neve si formi, l’anidride carbonica deve condensarsi intorno a qualcosa, per esempio a una piccola particella di polvere o silicati. Ma si chiede il ricercatore “che tipo di polvere è richiesta perchè la CO2 si condensi?, c’è bisogno di minuscole particelle di polvere? O di un rivestimento d’acqua intorno alle polveri per facilitare la formazione di nubi?”. Proprio come la neve sulla Terra influenza il modo in cui è distribuito il calore attorno al pianeta, Hu sottolinea che le particelle di neve su Marte possono avere un effetto simile, riflettendo la luce solare in vari modi, a seconda della dimensione di ciascuna particella.

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Venti anni per l’immortalità

Lo scienziato Ray Kurzweil autore del libro “The Singularity is Near”, sostiene che tra venti anni saremo immortali, infatti dice: “Il sottoscritto, assieme ad altri scienziati, è convinto che entro 20 anni potremmo essere in grado di invertire l’invecchiamento riprogrammando l’età cellulare. Il tutto sarà possibile grazie all’uso delle nanotecnologie, saremo in grado di modificare anche il sangue”. Kurzweil afferma che riusciremo a nuotare sott’acqua per ore, senza aver bisogno delle bombole di ossigeno e che potremo scrivere scrivere libri in pochi minuti. Lo scienziato continua dicendo, che tutto questo dipende dal fatto che tra venti anni si raggiungerà, in ambito tecnologico, una nuova età dell’oro. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito alla nascita dell’informatica, di internet, dei telefonini cellulari…secondo lo scienziato, i progressi in costante crescita dell’ambito scientifico e tecnologico, ci porteranno, dunque, a raggiungere l’immortalità. Lo studioso pensa che stiamo ancora sfruttando poco l’intelligenza artificiale, che siamo solo all’inizio ma che questo è un settore destinato ad espandersi. Kurzweil conclude: “Possiamo guardare avanti in un mondo dove l’uomo diventa cyborg, con arti e organi artificiali”. In effetti è una teoria che potrebbe affascinare, l’uomo da sempre insegue l’immortalità e sicuramente in futuro ci saranno nuove scoperte scientifiche che oggi non siamo in grado di immaginare.

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Rilevati dati significativi sul Bosone di Higgs

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“Gli esperimenti lo diranno domani pero’ hanno un evidenza molto solida e non piu’ vaga. I dati sono compatibili con l’aver trovato un Higgs”. Insomma “gli indizi sono seri” che e’ stata trovata la particella di Dio. Nessun giro di parole da parte del fisico Sergio Bortolucci, capo della Ricerca e Computing del Cern, che, raggiunto telefonicamente a Ginevra dall’Adnkronos, alla vigilia dell’atteso annuncio di domani da parte dei fisici del Cern, e dopo cautela e fughe di notizie su media e blog di tutto il mondo, conferma cosi’ che quell’elusivo bosone di Higgs, che spiega come mai tutte le cose nell’universo abbiano una massa, davvero esiste. L’analisi dei dati intanto sta procedendo negli esperimenti Atlas e Cms del Large Hadron Collider (Lhc), ma il margine di dubbio si fatto sottilissimo. Al Cern di Ginevra come al Tevatron negli Usa, l’acceleratore di particelle in Illinois. La sicurezza degli scienziati del Tevatron e’ di ’3 sigma’, considerata un ottimo livello, pari al 90%, ma a Ginevra avrebbero una sicurezza del 99,999% che la particella di Dio e’ stata trovata. “Higgs pero’ e’ un meccanismo ed e’ quello che da’ la massa a tutti i costituenti della materia. Non basta aver trovato la particella ma capirne il meccanismo. E questo sara’ il nostro lavoro da domani in avanti” avverte Bertolucci. Poi il capo di tutte le ricerche del Cern aggiunge subito. “E’ un bel momento, comunque”.

Dunque, cosa e’ stato trovato. Bertolucci usa una metafora che rende tutto piu’ chiaro: le certezze ed i dubbi che si vogliono tenere ancora aperti. “Cercavamo un gatto, abbiamo trovato un animale che fa le fusa, che ha quattro zampe, che ha una coda ma non sappiamo se miagola o abbaia” dice il fisico italiano. “Quello che noi abbiamo visto -aggiunge- non possiamo ancora dire se miagola o abbaia ma e’ sicuramente qualcosa che e’ compatibile con un Higgs. Ora per dire che e’ proprio un gatto, che e’ proprio un Higgs, dobbiamo studiarlo ancora”. Insomma all’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, il piu’ grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, un fiore all’occhiello della scienza europea e mondiale, si continuano le ultime verifiche anche in queste ore prima dell’annuncio e resta un minimo margine di incertezza bassissimo. E, al tempo stesso, mentre si attende per domani l’annuncio del Cern, “forti indizi” che la particella di Dio esista vengono confermati anche dai fisici del Fermi National Accelerator Lab che, dopo dieci anni di lavoro con il Tevatron, a loro volta hanno annunciato di aver visto “il piu’ forte indizio” della particella di Dio in frammenti di collisioni nell’acceleratore dell’Illinois. E, se gli scienziati al di qua ed al di la’ dell’Oceano confermano quanto hanno fatto trapelare, si tratterebbe di una delle scoperte scientifiche piu’ importanti degli ultimi cento anni. Soprannominata “particella di Dio”, il bosone, o il “campo di Higgs” di cui e’ prodotto, e’ all’origine della massa e la conferma della sua esistenza potrebbe segnare un enorme passo avanti alla scienza.

Quindi c’e’ un’attesa da red carpet per questo annuncio di domani del Cern, per il quale c’e’ in collegamento anche il ministro italiano della Ricerca, Francesco Profumo. I responsabili dei due esperimenti, Fabiola Gianotti di Atlas e Joseph Incandela di Cms, hanno deciso di diffondere i dati per il congresso di fisica delle particelle che si apre proprio domani in Australia, a Melbourne, dove si svolgera’ fino all’11 luglio prossimo. Ma perche’ tanta attesa per questo Higgs la cui caccia, costata circa 8 mld di euro, e’ iniziata gia’ 50 anni fa. Il primo a mettere sotto i riflettori l’elusivo bosone e’ stato Peter Higgs che, nel 1964, ritenne che da qualche parte questa particelladoveva esserci. Il bosone di Higgs e’ un ipotetico bosone massivo e scalare previsto dal Modello standard ed e’ l’unica particella del modello la cui esistenza doveva essere ancora verificata sperimentalmente. Giocherebbe un ruolo fondamentale in quanto portatore di forza del campo di Higgs, che secondo la teoria permea l’universo e, mediante rottura spontanea di simmetria dei campi elettrodebole e fermionico, conferisce la massa alle particelle. Va fatta una distinzione fra meccanismo di Higgs e bosone di Higgs. Introdotti nel 1964, il meccanismo di Higgs fu teorizzato dal fisico scozzese Peter Higgs, insieme a François Englert e Robert Brout, lavorando su un’idea di Philip Anderson, e indipendentemente da G. S. Guralnik, C. R. Hagen, e T. W. B. Kibble, tutti questi fisici, rimasti relativamente in ombra rispetto a Peter Higgs, sono stati premiati nel 2010 per il loro contributo. Ma solo la pubblicazione di Higgs citava esplicitamente, in una nota finale, la possibile esistenza di un nuovo bosone. Egli aggiunse tale nota dopo che una prima stesura era stata rifiutata dalla rivista Physics Letters, prima di reinviare il lavoro a Physical Review Letters. Il bosone e il meccanismo di Higgs sono stati successivamente incorporati nel Modello standard, in una descrizione della forza debole come teoria di gauge, indipendentemente da Steven Weinberg e Abdus Salam nel 1967. Ed ora la caccia sembra davvero finita.
Sono ”molto significativi” i dati sulla cosiddetta ”particella di Dio”, il bosone di Higgs grazie al quale ogni cosa ha una massa. Tanto che il margine di errore sembra essere vicinissimo al livello oltre il quale si possa parlare di una scoperta. ”In questo momento c’e’ almeno una persona al mondo che conosce esattamente i risultati degli esperimenti, ma non c’e’ dubbio che i risultati che saranno presentati domani al Cern saranno molto significativi”, ha detto oggi all’ANSA il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), Fernando Ferroni. Nel seminario e nella conferenza stampa internazionale in programma domani al Cern saranno presentati i dati piu’ aggiornati raccolti dai due esperimenti che stanno dando la ‘caccia’ al bosone di Higgs: Atlas, diretto dall’italiana Fabiola Gianotti, e Cms, diretto da Joseph Incandela. Finora i due esperimenti hanno lavorato l’uno senza conoscere i risultati dell’altro e soltanto nelle ultime ore i risultati di entrambi sono stati messi a confronto. Come ha detto Ferroni, sono in pochissimi, ”forse una sola persona al mondo”, a conoscerli, ma si puo’ gia’ dire che ”sono coincidenti dal punto di vista qualitativo e quantitativo”, ha detto ancora il presidente dell’Infn. ”Immagino – ha aggiunto – che la direzione generale abbia discusso con entrambi gli esperimenti”. Tuttavia, ha aggiunto, ”e’ un miracolo che siamo arrivati cosi’ presto intorno a 5 deviazioni standard”.

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Der Spiegel: Italia presto spaccata

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Secondo l’analisi geologica del quotidiano tedesco Der Spiegel, il destino dell’Italia è segnato: i terremoti spaccheranno e lacereranno il Paese portandolo alla frantumazione. Il terremoto dell’Emilia ha messo in moto nuovamente sismologi e geologi (e anche qualche complottista), che hanno cercato di dare una spiegazione al sisma, di collegarlo entro il quadro di un’analisi geologica, per poter stabilire eventuali sviluppi del fenomeno e conseguenze. Qualcuno ha estremizzato ipotizzando che il terremoto dell’Emilia si potesse mettere in relazione con le eclissi, o addirittura che fosse stato creato artificialmente. Alle voci che si stanno levando in questi giorni, alcune autorevoli, altre soltanto “bufale”, si aggiunge quella del quotidiano tedesco “Der Spiegel”. Il giornale si è occupato del terremoto nel Nord Italia ed è giunto alla conclusione che il futuro geologico del nostro Paese dipende proprio dai terremoti. I movimenti tettonici porteranno alla lacerazione e alla frantumazione del Paese.
L’Italia è situata proprio nella zona di collisione tra due grandi placche tettoniche note con il nome di zolla Euro-Asiatica e zolla Africana, che la stringono come in una tenaglia. Inoltre, a est c’è la placca adriatica e ad ovest c’è la Corsica, che si trova sulla placca tettonica europea e che si sposta ogni anno di tre millimetri verso l’Italia. Il Belpaese risulta, in questo modo, come intrappolato. In questo mosaico geologico ogni placca pesa milioni di tonnellate e si spinge in profondità per chilimotetri: il movimento di una placca contro l’altra genere tensione, che si accumula tra le parti e che viene poi scaricata violentemente nei terremoti. Questi ultimi interessano gran parte del Paese e diventano più forti nella zona centrale e nella zona della pianura padana vicina a Bologna. I rilevatori GPS, che i geologi hanno messo su tutto il territorio, evidenziano come singoli pezzi del Paese vadano alla deriva in direzioni differenti. Il Sud si sposta verso la direzione dei Balcani, parti del Nord sobbalzano verso il Sudovest, Roma si sposta verso Nord, il centro Italia verso Est. L’ipotesi del quotidiano tedesco prevede, in un futuro lontano, zone dell’Italia legate alle Alpi, altre con i Balcani, e alcune regioni che diventeranno isole in mezzo al Mediterraneo.

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La Psicosi dei boati nel cielo

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Il “suono dell’ Apocalisse” dilaga su youtube. Dall’estate scorsa inquietanti boati sembrano scuotere i cieli del pianeta. Allarmate segnalazioni arrivano da Usa, Europa, Costa Rica, Russia, Australia. Ma cosa c’è di vero? E quale sarebbe la causa di questi fenomeni? “La fonte di una manifestazione così potente e immensa di onde acustiche a bassa frequenza – ha detto il geofisico russo Elchin Khalilov – non può che essere legata a processi energetici di larga scala, ad esempio alla ripresa dell’attività solare”. L’intervista, diffusa dall’agenzia Wosco, ha eccitato i catastrofisti e irritato la comunità scientifica. “Le onde acustiche gravitive (Acoustic Gravity Waves o AGW) -commenta Cesidio Bianchi, ricercatore dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – possono propagarsi nell’atmosfera in seguito a fenomeni di enorme potenza quali le eruzioni solari, che investono la Terra con grandi quantità di plasma. Una frazione di particelle ionizzate, le più energetiche, impattano la ionosfera polare e attraverso meccanismi elettrodinamici, generano AGW che si propagano fino alle nostre latitudini. Ma si tratta sopratutto di infrasuoni, quindi rilevabili dagli strumenti e non dall’uomo”. Le AGW potrebbero essere provocate anche da esplosioni atomiche o da forti eventi sismici e per questo lo stesso Khalilov ha fatto ulteriormente discutere, proponendo di utilizzarle per prevedere i terremoti. “Ma questo è assurdo – aggiunge Bianchi – visto che le AGW si manifestano simultaneamente all’evento sismico e mai prima”. E tuttavia Khalilov ha avanzato anche un’ipotesi alternativa per spiegare gli Sky Hum: “il 15 novembre 2011 tutte le stazioni geofisiche della rete “Atropatena” che registrano anche le variazioni del campo gravitazionale terrestre, hanno rilevato un forte picco”. Le stazioni sono collocate a notevole distanza: Istanbul, Kiev, Baku, Istamabad e Yogyarta, in Indonesia. “Dunque – secondo Khalivov – un evento di questa portata potrebbe aver avuto origine nel nucleo terrestre e, poichè i processi che avvengono nel nucleo regolano l’energia interna del pianeta, dovremo aspettarci per la fine del 2012 un aumento di terremoti, eruzioni, tsunami ed eventi climatici estremi, con un massimo nel 2013/2014, quando l’attività solare toccherà il picco”. Un’ulteriore allamer, che ha spinto la comunità scientifica a reagire di nuovo. Se è vero che il campo magnetico terresre, che si genera nel nucleo aoltre 3mila km di profondità, ha accelerato un po’ la sua consueta variazione secolare, “cio non implica alcuna relazione tra nucleo e atmosfera – chiarisce Antonio Meloni, ricercatore dell’ Ingv – e anche in merito all’ipotizzata connessione tra AGW, campo magnetico e nucleo si può dire che non esiste alcuna conferma”. Sugli Sky Hum lo scontro continua.

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Quando Tesla parlava con i marziani

Jean Echenoz lo chiama Gregor ma è Nikola Tesla, serbo di nascita (1856) e cittadino americano dal 1891 al 7 gennaio 1943, giorno della sua morte in una stanza del New Yorker Hotel di New York. Scienziato irregolare, inventore visionario, fantasioso millantatore, caso psichiatrico, personaggio romanzesco. Nulla di strano che Echenoz, a sua volta figlio di uno psichiatra, scrittore minimalista e simbolista, vincitore di un Premio Médicis e di un Goncourt, si sia ispirato a lui per scrivere “Lampi”, la sua ultima opera narrativa, presentata ora dall’editore Adelphi nella traduzione di Giorgio Pinotti.

Sia pure di striscio, due volte Tesla tocca l’astronomia. Quando annuncia di aver trovato un sistema per illuminare la Terra intera con un unico marchingegno elettrico e un solo interruttore e quando dichiara di avere stabilito un contatto radio con esseri alieni, probabilmente abitanti di Venere o di Marte.

Nel primo caso l’astronomia è chiamata in causa per negazione, nel senso che se mai l’idea di Tesla fosse stata attuabile, addio stelle. In realtà, poiché l’inquinamento luminoso in ogni caso ha quasi cancellato lo spettacolo del cielo notturno, forse c’è da rimpiangere che Tesla non abbia realizzato il suo progetto. Che non era del tutto destituito di fondamento scientifico.

Dobbiamo ricordare, infatti, che Tesla aveva realizzato un trasformatore in grado di creare correnti alternate ad alta frequenza e con esso dava spettacolo. Abile istrione, usava il trasformatore per produrre enormi scintille e – al sicuro grazie all’effetto pelle che fa passare solo in superficie le correnti elettriche ad alta frequenza – si esibiva in esperimenti apparentemente pericolosissimi. Uno di questi consisteva nell’accendere un tubo al neon senza fili impugnandolo come una spada. Semplicemente lo avvicinava a un trasformatore per generare correnti ad alto voltaggio, bassissima intensità e altissima frequenza. E’ un fenomeno che i radioamatori conoscono bene. La fluorescenza del tubo è un fenomeno analogo per certi aspetti delle aurore polari causate dall’attività solare nell’alta atmosfera. Tesla immaginò di scaricare nell’aria correnti al alta frequenza, così da produrre artificialmente un’aurora polare perenne su tutto l’emisfero buio della Terra. Non possiamo negare che lo spettacolo sarebbe stato suggestivo.

Quanto alla comunicazione con i marziani, Tesla ha certo avuto le sue responsabilità nel vantare il contatto con gli extraterrestri, ma i giornalisti ci misero del loro pur di sparare titoli d’effetto in prima pagina, e lo fanno ancora oggi, ogni tanto, con apparizioni di Ufo non più attendibili dei messaggi alieni captati da Tesla.

Il Gregor/Nikola Tesla di Echenoz è uno strano miscuglio di storia e invenzione. Ben disegnata è la sua competizione con Thomas Edison, uomo brutto, antipatico, sleale e sordastro, mitico inventore della lampadina e del fonografo, nonché leggendario titolare di altre millenovantuno invenzioni. All’alba dell’era elettrica, Edison puntava sulla corrente continua, e ne nacque la General Electric. Tesla aveva capito che sarebbe stato possibile distribuire a grande distanza soltanto la corrente alternata ad alto voltaggio e per questo aveva inventato il trasformatore: di qui nacque la Western Union di Westinghouse. Fu il colpo di genio della sua vita, quello che lo rese ricco (almeno fino a quando seppe amministrarsi).

Per dimostrare che la corrente alternata era pericolosa, Edison non esitò a usarla pubblicamente per uccidere un pazzo criminale, e così inventò la sedia elettrica. Ma Tesla (che invece pensava a usarla per indurre l’anestesia) aveva ragione. Il suo torto semmai era un altro, era un furto intellettuale: la prima distribuzione a distanza dell’elettricità deve essere attribuita al nostro Galileo Ferraris e al francese Lucien Gaulard, che la attuarono nel 1881 tra Torino e Lanzo. Non solo: Tesla defraudò Galileo Ferraris anche dell’invenzione del motore a induzione funzionante a corrente alternata. Lo scienziato piemontese non aveva voluto brevettarlo per metterlo a disposizione dell’intera umanità. Tesla se ne appropriò e lo tutelò con cinque brevetti. Un personaggio così ebbe peraltro la faccia tosta di accusare di plagio molti dei suoi rivali, incluso Guglielmo Marconi.

La vicenda del furto intellettuale a Galileo Ferraris, storia tutt’altro che trascurabile, non la troverete nel romanzo di Echenoz.. Troverete invece il Tesla maniacale, con l’ossessione dell’igiene per difendersi dai batteri, il Tesla che si sedeva a tavola e usava 21 tovaglioli per pulire posate e stoviglie e che contava ogni boccone cercando di arrivare sempre a multipli di tre, il Tesla che in contrasto con la sua disperata ricerca di asetticità, nutriva e curava colombi nella sua stanza d’albergo, il Tesla che, pur essendo forse attratto almeno da una donna, Ethel, moglie del banchiere John Pierpont Morgan, vive come asessuato e muore vergine. Di stenti, dopo aver dissipato una fortuna.

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Gestire il presente per cambiare un evento passato

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Un gruppo di fisici ha appena ottenuto ciò che sembrava impossibile: il cambiamento di un evento rispetto a quello che era successo prima. L’impresa è stata realizzata sfruttando una strana abilità di particelle subatomiche che era stata prevista, ma mai fino ad ora era stata stabilita. La straordinaria scoperta è pubblicata su Nature Physics. Un lungo elenco di straordinarie proprietà delle particelle subatomiche aggiunte, ora avranno la capacità di influenzare il passato. Oppure, detto in altro modo, di cambiare gli eventi già avvenuti. Il concetto chiave che permette questo nuovo comportamento sorprendente è una vecchia conoscenza della fisica: l’intreccio quantistico, un fenomeno non ancora pienamente compreso ed è una sorta di “unione” tra due particelle subatomiche, che non importa quanto lontano sono tra loro. Quando le particelle sono due “intrecci”, eventuali modifiche che effettuano una immediatamente viene riflessa nell’altra , anche se questo è all’altra estremità della galassia. Ora, per la prima volta un gruppo di ricercatori è riuscito a intrappolare le particelle dopo esser state misurate, cioè, a posteriori in un momento in cui alcuni di esse possono non esistere più. Gli autori dell’esperimento denominato “radicale” appaiono nel documento questa settimana su Nature Physics. “Il fatto che queste particelle siano impigliate o meno è qualcosa che è stato deciso dopo che sono state misurate”, afferma Ma Xiao-song dell’Istituto di ottica quantistica all’Università di Vienna, e risulta esserne il primo autore. In sostanza, i ricercatori sono riusciti a dimostrare che le azioni intraprese in futuro possono influenzare gli eventi passati. A condizione, ovviamente, di limitare l’evento nel campo della fisica quantistica.

Lì, nello strano mondo delle particelle subatomiche, le cose accadono in modo molto diverso di quanto non facciano nel mondo “reale” e al macroscopico possiamo vedere e toccare con mano ogni giorno tutto intorno a noi. Infatti, quando l’intreccio quantistico è stato innanzitutto previsto, lo stesso Albert Einstein ha definito l’idea “azione spettrale a distanza”. Poi, negli ultimi decenni, l’intreccio è stato testato centinaia di volte in laboratorio, ma fino ad oggi i fisici sono riusciti a trovare il modo di causare questo tipo di “comunicazione istantanea” tra due particelle che non sono in contatto fisico. Ora il team dell’Università di Vienna, ha compiuto un ulteriore passo verso questo intreccio, e ha ottenuto ciò che nessuno era stato in grado di fare.

Per il loro esperimento, i fisici hanno iniziato da due coppie di particelle di luce, cioè due “pacchetti” di due fotoni ciascuno. Ciascuna delle due particelle e ciascuna coppia di fotoni sono intrecciate tra loro. Più tardi, un fotone di ogni coppia è stato inviato ad una persona ipotetica di nome Victor. E delle due particelle (uno per ogni coppia) sono state date a Bob e l’altra ad Alice. (Bob e Alice sono nomi comunemente usati per illustrare gli esperimenti di fisica quantistica). Victor, con un fotone di ogni coppia intrecciata, possedeva il pieno controllo sulle particelle di Bob e Alice. Ma cosa succede se Victor decide di trasformare il loro intreccio in due particelle? In tal modo, anche i fotoni Alice e Bob (e intrecciate con ciascuna dei due fotoni in possesso di Victor) si intrecciano con l’altro. La buona notizia è che Victor può decidere di effettuare questa operazione ogni volta che vuole, anche dopo che Bob e Alice aveva misurato, modificato o addirittura distrutto i loro propri fotoni. “Ciò che è veramente fantastico, dice Anton Zellinger, dell’Università di Vienna e co-autore dell’esperimento, è che la decisione di intrecciare i due fotoni può essere assunta molto più tardi. Anche in un fotone che altri avrebbe potuto fermare”.

La possibilità di effettuare questo esperimento era stato previsto nel 2000, ma nessuno era riuscito a portarlo avanti. “Il modo in cui si intrecciano le particelle spiega Zeilinger, li sta inviando in un cristallo il cui mezzo è uno specchio. Il vetro riflette la metà dei fotoni e passa per l’altra metà. Se si inviano due fotoni, uno a sinistra e uno a destra, ciascuna di esse dimenticano la loro provenienza e perdono la loro identità e entrambe si intrecciano”. Zeilinger afferma che la tecnica potrebbe un giorno venir utilizzata per la comunicazione tra due computer ultraveloci e l’intreccio quantistico può essere utilizzata per memorizzare le informazioni. Naturalmente, una macchina del genere non esiste ancora, anche se gli esperimenti descritti rappresentano un grande passo verso questo obiettivo. “L’idea, dice Zeilinger, è di creare due coppie di particelle, e inviarle una a un computer e una all’altro. Quindi, se queste particelle si intrecciano (come nell’esperimento), i due computer possono essere utilizzati per scambiare informazioni”.

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Fusione fredda: il punto della situazione

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Di fusione fredda e LENR si parla incessantemente dal lontano 1989 e, con qualche punta d’orgoglio sciovinistico, l’Italia ha sempre fatto di tutto per far parte del novero dei paesi più all’avanguardia in termini di ricerca su questa tecnologia. Noi abbiamo più volte affrontato l’argomento soprattutto perchè la dimostrazione da parte di Rossi e Focardi presso l’Università di Bologna dell’E-Cat (un catalizzatore di energia che sarebbe in grado di fondere nuclei di idrogeno ed atomi di nichel), aveva fatto sperare in un 2012 pieno di novità riguardo la realizzazione pratica di quello che invece sta sempre più diventando un mito cui anche la maggior parte della comunità scientifica ha smesso di credere.

Si perchè, a parte gli indubbi vantaggi della fusione fredda, le vicende che l’hanno accompagnata non ne hanno certo favorito gli sviluppi pratici. Prima il divorzio dell’ingegner Rossi dalla ditta greca che avrebbe dovuto produrre l’E-Cat, la Defkalion, poi a gennaio 2012 la rescissione da parte dell’Università di Bologna del contratto di sperimentazione del congegno per il non pagamento di 500 mila Euro dovuti dalla società di Andrea Rossi all’istituzione bolognese; infine la notoria indisponibilità a sottoporre l’E-Cat al vaglio della comunità scientifica perché ne possa certificare le funzionalità finora solo dichiarate.

Cosa è successo da allora? L’ingegner Rossi va avanti sulla sua strada e, meno di una mese fa, nel corso di un’intervista ad Oilprice.com, ha affermato che sta lavorando insieme a Siemens per trasformare il calore generato dall’E-Cat in elettricità e che i modelli da 1MW sono in fase di sviluppo e saranno presto pronti per gli USA.

Nel frattempo, dalle ultime notizie emerge che la concorrenza sembra farsi sempre più agguerrita e, nel corso del Workshop Internazionale dell’ International Society for Condensed Matter Nuclear Science, tenutosi a Siena nei giorni scorsi, l’ingegner Francesco Piantelli (ex collega di Rossi e Focardi) ha annunciato la nascita di un reattore a fusione fredda. Il reattore sarebbe in grado di produrre 91 Watt dai 20 necessari (71 Watt di guadagno netto) per sostenere la reazione tra il nichel e l’idrogeno (la stessa utilizzata da Rossi), anche se il ricercatore senese afferma con sicurezza di poterne incrementare la produttività energetica e di poter progettare un reattore auto-sostenibile.

Come lungo tutta la storia della fusione fredda, non fanno altro che alternarsi periodi di incombente silenzio e proclami altisonanti. La speranza è sempre che presto si possa arrivare alla commercializzazione di una tecnologia domestica, ma i continui rinvii e la mancanza di conferme scientifiche non fanno altro che innalzare il livello dello scetticismo intorno al “mito”.

Fonte: YesLife.it – di Luigi Gaudio

DNA Artificiale: XNA

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Arriva l’Xna, il primo Dna creato dall’uomo, chiamato Xna (ossia Acido Xeno-Nucleico, a sottolineare la sua origine non naturale). E’ una sorta di “strano cugino” del Dna, capace di immagazzinare informazione e di evolversi come il Dna naturale, ma modificato in modo da avere un aspetto diverso. Descritto sulla rivista Science, il Dna artificiale è stato messo a punto da un gruppo internazionale guidato dal britannico Medical Research Council, lo stesso laboratorio in cui nel 1952 Watson e Crick avevano scoperto la doppia elica del Dna. A differenza della cellula artificiale ottenuta nel 2010 dall’americano Craig Venter, nella quale il Dna era costruito in laboratorio ma era comunque una copia fedele del Dna naturale, l’Xna conserva le stesse lettere ma ha una struttura diversa, al punto che i viventi non lo riconoscono come Dna. E’ una forma molecolare nuova, non esistente in natura. Per questo gli esperti dicono che questo risultato apre l’era della biologia alternativa, come l’ha definita Gerald Joyce, dell’istituto americano Scripps, nello stesso numero di Science. “E’ il primo vero Dna sintetico”, ha detto Giovanni Murtas, esperto di biologia sintetica e ricercatore all’Istituto di Farmacolgia Translazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ift-Cnr). “A differenza degli esperimenti precedenti – ha spiegato – è stata realizzata una nuova molecola con le caratteristiche del Dna, ma con una struttura molecolare diversa”. L’Xna viene definito dagli stessi ricercatori come uno ‘strano’ cugino molecolare di Dna e Rna, le catene considerate la chiave della vita. Tutti gli organismi viventi noti sfruttano infatti le proprietà di queste due molecole, costituite a loro volta da molecole più piccole chiamate “basi”, ossia le lettere che costituiscono il genoma e le istruzioni per realizzare un organismo. Le lunghe catene di basi hanno la caratteristica di immagazzinare le informazioni genetiche, di trasmetterle e di adattarsi attraverso processi evolutivi. Nel produrre l’Xna, “i ricercatori hanno realizzato nuove catene: hanno mantenuto le molecole che preservano le informazioni, modificando però l’impalcatura che le sostiene”, ha spiegato Murtas. In sostanza, l’Xna è un nuovo formato (artificiale) per immagazzinare le informazioni genetiche che si affianca a Dna e Rna. Il nucleo delle informazioni, le basi, resta lo stesso e nella stessa forma, ciò che cambia è il ‘supporto’ dove vengono scritte (nel Dna il desossiribosio, nel Rna il ribosio). L’Xna è stato realizzato in sei varianti con altrettante distinte ‘impalcature’. “Lo studio aiuta a capire come siano nate in natura le molecole di Rna, che si pensa sia all’origine della vita, ma può avere importantissime ricadute in ambito medico”, ha rilevato Murtas. Poiché il Dna artificiale è sconosciuto al sistema immunitario, potrebbe essere utilizzato “per ‘spegnere’ alcuni geni, come geni quelli che controllano lo sviluppo di tumori o la resistenza ai farmaci”, ha detto ancora l’esperto. Lo stesso gruppo di ricerca ha realizzato complessi di polimeri in grado di trascrivere l’informazione da un supporto e l’altro, ossia di passare da Xna a Dna e viceversa. Meccanismo che, come ha concluso Murtas, “é alla base delle cellule della trascrizione da Dna, dove si conserva l’informazione, a Rna, che usa l’informazione per sintetizzare proteine ed enzimi necessari alla cellula”.

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