CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

PORTALE DI DIVULGAZIONE E INFORMAZIONE UFOLOGICA, MISTERI SPAZIALI, STORICI E PALEONTOLOGICI

Incidenti Aerei: GermanWings e Malaysian Airlines

Nota CUT: Pubblichiamo questo articolo alla luce di un nuovo mistero aereo, il volo GermanWings sulla tratta Barcellona-Dusseldorf. Vi raccomandiamo di prendere questo articolo con le pinze. Di questo nuovo incidente, al momento, sappiamo ben poco. Solo che il co-pilota, dopo aver chiuso fuori il pilota (fuori per essere andato in bagno), con oltre 600 ore di volo e 10 anni di esperienza, e con quello che il procuratore ha definito “respiro regolare” (segno che era pienamente cosciente di se) ha effettuato una rapida discesa fino allo schianto fatale che è costato la vita a 148 persone, più pilota e copilota (fonte: huffingtonpost.it). Purtroppo non possiamo che rivolgere un pensiero alle vittime, perchè come al solito, quando ci sono di mezzo segreti (civili o militari che siano) sono sempre gli innocenti ad andarci di mezzo. Buona lettura.

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Lo Stato della Malesia ha annunciato di aver interrotto le ricerche del volo MH370 della Malaysia Airlines, scomparso nell’oceano Indiano lo scorso 8 marzo: il velivolo, che viaggiava da Kuala Lumpur a Pechino, aveva a bordo 239 persone.

Lo riferisce la BBC secondo cui il governo malese ha classificato la vicenda come un incidente. Basandosi sulle analisi dei satelliti, i resti del volo MH370 dovrebbero trovarsi nel mare a largo di Perth, in Australia.

Ma se davvero l’aereo fosse caduto in quella zona di mare dell’Australia si sarebbero trovati i rottami, soprattutto quelli che si staccano per primi la coda e le ali, poi si sarebbe trovata la scia di carburante in mare ed i corpi dei passeggeri e invece non è stato trovato nulla di questo. Neppure è stato trovato alcun rottame, alcuna scatola nera, alcuna pista radar, come sarebbe logico e come è sempre avvenuto tutte le volte in cui un aereo è precipitato in mare.

Questa versione ufficiale dell’immersione dell’aereo in profondità, rimasto intatto, ci sembra assolutamente fantasiosa.

Peraltro l’ultimo segnale partito dall’aereo è quello che proviene da un’area in cui si trova questo atollo di Diego Garcia, nelle isole Chagos dove c’è una base militare della Marina degli Stati Uniti e quindi un aeroporto militare. Gli abitanti delle isole Chagos lo hanno visto, era un aereo con la livrea malesiana e hanno detto che volava in direzione della base militare di Diego Garcia. Ma poi sono stati zittiti e smentiti.

Diego Garcia è la stessa base, concessa in affitto dalla Gran Bretagna agli Usa fino al 2016, da cui decollavano i jet carichi di soldati e di bombe diretti in Iraq e in Afghanistan. E dove atterravano i voli segreti delle «rendition», le discusse operazioni forzate di estradizione dei terroristi islamici finiti a Guantanamo. Dunque un luogo fortemente condizionato dai servizi segreti americani, presumibilmente direttamente in contatto proprio con il presidente degli Stati Uniti Barak Obama e con il suo entourage, il quale, per quel che diremo poi, sembrerebbe non essere stato del tutto informato di ciò che si andava compiendo e di non essere affatto d’accordo con il preambolo di tutta la storia che di qui a poco racconteremo.

La base navale di Diego Garcia in questa vicenda entra in gioco anche per un’altra straordinaria rivelazione. In un villino di Shah Alam, alla periferia di Kuala Lumpur, dove viveva con moglie e figli Zaharie uno dei piloti del B777, la polizia malese scopre che il pilota possedeva un simulatore di volo che si era costruito in salotto assemblando tre computer. L’hard disk rivela che egli si esercitava ad atterrare, proprio con il B777, sulla pista di Diego Garcia e su altre due piste una in India, l’altro nello Sri Lanka, dove presumibilmente l’aereo ha fatto rifornimento. Quindi il dirottamento era programmato da tempo e almeno uno dei due piloti, ma più probabilmente tutti e due, avevano dato la loro adesione al progetto.

Ma le stranezze di quel volo non finiscono qui. A bordo dell’aereo dirottato viaggiavano con passaporti falsi (acquistati sul mercato clandestino thailandese) due agenti segreti iraniani di cui si conoscono anche i nomi: Pouria Nourmohammadi Mehradad e Delavar Seyedmohammarderza, un agente segreto australiano che sapeva che cosa si stava facendo (diremo perché;) e quattro agenti segreti cinesi segno di una collaborazione almeno trilaterale fra segmenti dell’intelligence degli Stati Uniti, segmenti dell’intelligence dell’Iran e segmenti dell’intelligence della Cina, evidentemente maturata a seguito della volontà dell’Iran di rinunciare al programma nucleare, collaborazione trilaterale che certamente non avrà fatto piacere a qualcuno, il quale infatti – a suo modo – si è ribellato.

Inoltre si scopre che sull’aereo c’erano anche 20 funzionari del Pentagono specialisti in guerra elettronica, forse anche dipendenti di un’impresa di Rothschild oppure no. Di questi comunque dodici sono di origine malese e otto sono di origine cinese. In più ci sono i quattro ingegneri cinesi soci del banchiere Jacob Rothschild (alta elite finanziaria) insieme al quale avevano realizzato questo brevetto miliardario sui semiconduttori, che consentiva a chi lo acquistava di realizzare apparecchiature militari che sfuggivano ai controlli dei radar. Ricordiamo che proprio sui semiconduttori si basa oggi il conflitto globale nell’era elettronica.

Questo brevetto, dopo la misteriosa scomparsa del velivolo, sarebbe rimasto interamente nelle mani del quinto socio, l’unico che non era a bordo di quell’aereo: il finanziere anglo-israeliano Jacob Rothschild il quale lo avrebbe registrato appena quattro giorni dopo la scomparsa dell’aereo in cui si trovavano i suoi soci. Ma allora perché questa missione di tutte queste persone prima a Kuala Lumpur e poi a Pechino? Perché questa missione era così protetta? Forse perché se gli scienziati cinesi già finanziati nella ricerca dal banchiere inglese Jacop Rothschild erano contitolari del brevetto evidentemente potevano venderlo a chiunque e partecipando Rothschild – evidentemente – avevano in animo di venderlo con la supervisione e il permesso della massime autorità americane alla Cina e alla Malesia. Ma Cina e Malesia sono impegnate nella campagna di distacco delle loro monete dal dollaro e nell’appoggio allo Stato dell‘Iran per cui in una seconda fase Cina e Malesia avrebbero potuto cedere questo brevetto all’Iran, mentre però il banchiere Rothschild quinto socio del brevetto, ne avrebbe potuto assicurare l’uso ai paesi occidentali Insomma vendi tu che vendo io e insieme guadagniamo alla faccia dei fessi che si fanno le guerre!

Quindi questo brevetto, stava per essere ceduto alle massime autorità della Repubblica popolare cinese dopo che – forse – era stato evidentemente ceduto anche alle massime autorità della Repubblica Malese (e tanto giustificava la nazionalità cinese e malese dei venti ingegneri del Pentagono, colleghi degli ingegneri cinesi titolari del brevetto). Quindi in origine c’era presumibilmente una sinergia fra Cina Malesia e Stati Uniti almeno per la gestione del brevetto. Poi però – evidentemente – questa sinergia si è brutalmente interrotta.

E qui dobbiamo registrare l’ennesimo mistero che caratterizza questa storia del B777 malese scomparso. I poliziotti malesi hanno accertato che nella stiva del B777 c’era, tra le merci, un carico di mangosteen. I mangosteen sono dei frutti tropicali che maturano a giugno. Si tratta di un albero tropicale che può crescere solo in condizioni di calore costante. L’esposizione a temperature inferiori a 4 ° C uccide una pianta matura.

A causa di restrizioni sulle importazioni, il mangosteen non è comunemente disponibile al grande pubblico. Viene esportato dalle regioni del sud-est asiatico (Vietnam) ed è disponibile solo in alcuni mercati di nicchia del Nord America, dell’ Europa e -forse – dei paesi arabi. Non risulta che sia commercializzato in Malesia o in Cina. Peraltro l’8 marzo, quando il volo MH370 è decollato, i mangosteen non erano neppure sulla pianta. Quindi nel pacco c’era sicuramente qualcosa di strano.

Gli 007 russi del Gru (Glavnoye Razvedyvatel’noye Upravleniye) pare avessero segnalato al Ministero della Sicurezza cinese la presenza di un carico «altamente sospetto» per esempio una bomba batteriologica che poteva provocare una epidemia di peste bubbonica a Pechino e – forse – una bomba tradizionale. Questo carico era sbarcato il 17 febbraio 2014 (quindi circa un mese prima) alle isole Seychelles portato da un container trasportato dalla imbarcazione americana Maersk Alabama (Stati Uniti) società che svolge solitamente operazioni coperte per conto del Pentagono. Senonchè, quando il carico si trovava ancora sulla Maersk Alabama le due guardie giurate che lo sorvegliavano, Mark Daniel Kennedy e Jeffrey Keith Reynolds, sono state assassinate in circostanze misteriose. Ciò è avvenuto il 24 febbraio 2014, quindi pochi giorni prima del volo da Kuala Lumpur (Malesia) per Pechino (Cina) (8 marzo). Entrambe le guardie giurate lavoravano per la Trident Group, società di sicurezza privata che ha scortato varie volte materiale atomico e batteriologico per conto del Pentagono. Quindi presumibilmente si trattava di una fornitura di armi a paesi arabi amici, che poi è stata dirottata su Kuala Lumpur. Infatti il carico era decollato, con un volo della Emirates, verso Kuala Lumpur in Malesia dopo una sosta a Dubai, negli Emirati Arabi. Domanda: perché doveva andare a Kuala Lumpur? E perché doveva andare poi a Pechino ricongiungendosi a quella strana missione?

A seguito della segnalazione russa, la Cina «per sicurezza» voleva fare atterrare il volo MH 370 sull’isola di Hainan, evidentemente perché a Pechino c’era qualcuno che lo attendeva con qualche telecomando a distanza e comunque per limitare i danni se danni l’aereo portava con sé. Ma l’aereo lì non ci è mai arrivato. Secondo il Gru il volo MH 370 sarebbe stato dirottato sulla base americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano perché anche Barak Obama voleva dare una sbirciatina al pacco misterioso nel quale la merce evidentemente era stata sostituita. Come dire che nemmeno Barak Obama il presidente della repubblica degli Stati Uniti era stato informato di questa operazione e tanto meno il presidente della Repubblica popolare cinese.

La prova di questo è l’arrivo sullo sperduto atollo di Diego Garcia dopo l’atterraggio del Boeing degli esperti medici del Center for Disease Control and Prevention americano e del Centro di Prevenzione delle Malattie del Ministero della Sanità cinese nel quadro – evidentemente – di una collaborazione cino-americana ad altissimo livello (ma non anche a livelli più bassi) per prevenire qualcosa di molto grave che taluni all’insaputa anche dei presidenti americano e cinese stavano tramando alle loro spalle. Perché taluni evidentemente non solo volevano dare avvio al conflitto regionale Israele-Iran, ma volevano dare avvio anche al terzo conflitto planetario, facendo apparire tutta la vicenda come un’operazione di intelligence, voluta a tradimento dalle massime autorità americane e dal presidente Barak Obama ai danni della Cina.

Dalla base di Diego Garcia il Boeing sarebbe poi volato negli Usa, dove tuttora si troverebbe. E il carico pericoloso sarebbe stato trasportato anch’esso negli Usa dove sarebbe stato distrutto il 19 marzo 2014 nel Nuovo Messico. Qui infatti è stata registrata un’esplosione con un pennacchio di fumo rilevato persino dai satelliti.

Ma da oggi la versione ufficiale è che l’aereo è scomparso per un incidente.

Fonte || Link

Eclissi di Sole Totale il 20 Marzo

Sarà il ‘Sole nero’ a salutare l’arrivo della primavera il prossimo venerdì 20 marzo, giorno dell’equinozio. Grazie alla complicità della terza super Luna del 2015, l’eclisse sarà totale per i fortunati che potranno ammirarla dall’Atlantico settentrionale, dalle Isole Faeroer e dalle Isole Svalbard; nel resto d’Europa, Italia compresa, l’eclisse sarà parziale, ma superiore al 50%. Lo spettacolo sarà alla portata di tutti: sì a fotocamere, telescopi e binocoli, purchè dotati degli appositi filtri a protezione della vista.

Proprio come un bel film, l’eclisse durerà all’incirca un paio d’ore, dalle 9:20 alle 11:30. Gli esperti dell’Unione astrofili italiani (Uai) ricordano che il clou si avrà alle 10:32 a Milano, alle 10:31 a Roma e alle 10:26 a Palermo. La copertura del disco solare varierà da un minimo del 50% nel sud Italia ad oltre il 70% al Nord.
Per chi volesse alzare lo sguardo al cielo, la raccomandazione è quella di non farlo mai ad occhio nudo: meglio munirsi di un paio di occhiali da saldatore con indice di protezione numero 14, oppure di occhialini che usano materiali (mylar o astrosolar) in grado di proteggere la vista. La stessa raccomandazione vale anche per chi ha intenzione di usare binocoli e telescopi. L’eclisse sarà un’occasione per chi desiderasse fotografare il disco solare: dopo aver coperto l’obiettivo con il filtro più adeguato, potrà impostare la più grande lunghezza focale possibile, usando alte velocità di scatto per evitare foto mosse.

Grande mobilitazione per l’attesa eclissi di Sole del 20 marzo: dalle decine di Sun Party organizzati dall’Unione Astrofili Italiani (Uai) fino ai mini-satelliti Proba mobilitati dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per seguire l’evento dallo spazio. In diretta web sul sito di ANSA Scienza e Tecnica sarà possibile seguire le immagini trasmesse in diretta dal Virtual Telescope dal parco dell’Appia Antica.

Il ‘bacio’ tra Sole e Luna inizierà alle 10,31 a Roma, pochi secondi dopo anche a Milano, e durerà complessivamente un’ora. Dal Nord Italia si potrà vedere la Luna coprire più del 70% del disco solare, dal Sud circa il 50%, mentre sarà totale solo dalle remote isole Svalbard. Saranno decine gli eventi organizzati in tutta Italia per seguire lo spettacolo in compagnia di astrofili ‘armati’ di telescopi e in completa sicurezza. La Uai organizza Sun Party dalla Sicilia al Piemonte, la lista completa è sul sito web della rete astrofili, mentre il canale ANSA Scienza e Tecnica trasmetterà le immagini del Virtual Telescope dal suggestivo parco dell’Appia Antica. Anche l’Esa punterà gli ‘occhi’ al Sole con i minisatelliti Proba che riprenderanno l’eclissi da 800 chilometri di altezza. Le immagini verranno trasmesse a Terra nella sede di Noordwijk nei Paesi Bassi che rimarrà aperta al pubblico.

Fonte || Link

Segui la diretta dal sito del Consiglio Nazionale Ricerche: http://media.src.cnr.it/direttastreaming/6

Obama e gli Alieni

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Qualche giorno fa il presidente americano Barack Obama è stato intervistato dal noto conduttore Jimmy Kimmel, che conduce il suo “Jimmy Kimmel’s Live”. Durante la sessione di domande -che come prevede questo tipo di talk show “alla mano” è stata, come per tutti gli ospiti, incentrata sull’ironia- il presentatore chiede: “Se io fossi presidente, una delle cose che farei sarebbe di richiedere i file sugli UFO e l’ Area 51 e scoprire cosa c’è dietro .. Lei l’ha fatto?”, e la risposta di Obama: “Questo è il motivo per cui non sarai mai presidente” e sotto le risate del pubblico, il presidente aggiunge battute come “Gli alieni non lo permetterebbero!”, ed in un momento di serietà, un laconico “Non posso parlare di queste cose”, per tornare a qualche frecciata. A voi il video ed i commenti.

Dall’ Inghilterra: Lo Yeti Non Esiste

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

E’ confermato. Lo Yeti non esiste. E’ la teoria avanzata da alcuni ricercatori britannici, secondo cui a dar vita alla popolare leggenda dell’abominevole uomo delle nevi sia stato un ibrido tra orso polare e orso bruno sull’Himalaya. Lo rivela l’analisi del Dna, condotta dal biologo venezuelano Eliecer Gutierrez, della Smithsonian Institution. Dallo studio si evince che i peli che si riteneva potessero appartenere alla misteriosa creatura delle nevi appartengono in realtà al molto più familiare orso bruno himalayano, come si legge nello studio pubblicato sulla rivista Zookeys. Nel luglio 2014 Bryan Sykes e i suoi colleghi dell’università di Oxford avevano alimentato le fantasie di complottisti e amanti della leggenda dello Yeti sostenendo che, dopo aver analizzato 57 peli ‘sospetti’ inviati da tutto il mondo, due di questi campioni potessero appartenere ad una specie di orso sconosciuta, che combaciava col Dna di un orso polare preistorico ricavato da un fossile di 40.000 anni fa. Si immaginava, insomma, una sorta di ‘ibrido’ tra l’orso bruno e quello polare. Le analisi condotte Gutierrez hanno però smontato questa teoria, dimostrando che è impossibile collegare con certezza le caratteristiche genetiche presenti nei campioni forniti da Syke a quelle dell’orso bruno e dell’ polare. Potrebbero infatti appartenere a entrambe. Ma poiché l’orso bruno si trova nell’Himalaya, non c’è ragione, secondo Gutierrez, di credere che i campioni in questione appartengano ad una specie diversa dall’orso bruno himalayano.

Fonte !! Link

Vita ET su Europa ?

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Alieni in “Europa”? Sì ma su Giove. Europa infatti è uno dei satelliti naturali di Giove dove la presenza di forme di vita è ritenuta possibile al di sotto della sua crosta ghiacciata.

Quest’ultimo è considerato uno dei pochi satelliti conosciuti in grado di poter ospitare forme di vita extraterrestre. Gli alieni quindi potrebbero essere dietro l’angolo. Praticamente dei vicini di casa (o almeno di universo). Secondo gli esperti sarebbe plausibile pensare a dei microrganismi ‘palestrati’. La possibilità che ci sia vita aliena su Europa è stata infatti rilanciata dagli scienziati della Nasa.

La Nasa ha deciso di investire ben 2,1 miliardi di dollari per inviare una sonda sul satellite di Giove, che orbiterà intorno ad Europa nel 2025. Quest’ultima sarà programmata per eseguire una serie di 45 avvicinamenti chiamati in gergo “fly-by”.

Per questa missione dall’importanza decisiva è stato deciso di agire “a distanza”. Il capo di questa missione spaziale, John Grunsfeld, ha dichiarato: ” Il tempo corre e questa è un’opportunità che non possiamo sprecare”. Dovremo attendere almeno ancora qualche anno. Poi la missione ci rivelerà se esistono forme di vita extraterrestre così vicine al nostro pianeta. Secondo gli scienziati della Nasa le possibile forme extraterrestri non avrebbero nulla in comune con gli organismi presenti sul nostro pianeta.

Fonte || Link

Il Tempio-UFO dei Monaci Buddisti

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Makha Bucha è un’importante festività buddista, celebrata in Thailandia, Cambogia, Laos e Birmania durante la luna piena del terzo mese lunare del calendario buddista. Commemora l’ordinazione dei primi 1.250 monaci fatta da Buddha nove mesi dopo aver ricevuto l’Illuminazione, 2.558 anni fa: in quell’occasione Buddha insegnò anche i principali precetti della dottrina. Quest’anno la festa cade il 5 marzo: i fedeli lo passeranno cercando di compiere buone azioni e tenendosi lontano da quelle malvagie, cercando di purificare la mente e pregando nei templi. In Thailandia la sera prima di Makha Bucha i monaci hanno organizzato, come al solito, una veglia con candele, fiori e incensi. Uno dei posti più suggestivi in cui vederla – come mostrano bene queste foto – è il tempio di Wat Phra Dhammakaya, che si trova nella provincia di Pathum Thani ed è uno dei più prestigiosi del paese.

Il Wat Phra Dhammakaya è il tempio più importante del movimento Dhammakaya Movement, una setta buddista fondata negli anni Settanta: i lavori di costruzione dell’edificio sono iniziati nel 1977 e conclusi nel 1982. È famoso, tra le altre cose, per il progetto architettonico piuttosto innovativo: anziché assomigliare a un tempio buddista ricorda l’iconografia tradizionale con cui vengono raffigurati gli UFO.

Fonte || Link

<a href="

Anticipata La Nascita Dell’ Uomo

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Due mascelle fossili gettano nuova luce su uno dei più fitti misteri dell’evoluzione umana: la comparsa del genere Homo. I due fossili – uno rinvenuto di recente in Etiopia, l’altro un esemplare rinvenuto mezzo secolo fa e ora ricostruito – indicano l’Africa orientale come culla della nostra linea evolutiva.

Il nuovo fossile etiopico, descritto in uno studio appena pubblicato online da Science, porta indietro nel tempo di almeno mezzo milione di anni – a 2,8 milioni di anni fa – la comparsa del genere a cui apparteniamo. È una datazione che desta sorpresa in quanto differisce di poco da quella (circa 3 milioni di anni fa) dell’ultima presenza documentata di Australopithecus afarensis, il bipede noto soprattutto per il celebre fossile di nome Lucy, che secondo molti studiosi è un antenato diretto del genere Homo. La nuova mandibola, chiamata LD 350-1, è stata scoperta nel gennaio 2013 ad appena una ventina di chilometri dal sito in cui nel 1974 venne rivenuta Lucy.

“È una notizia entusiasmante”, ha commentato Donald Johanson, lo scopritore del celebre fossile.

La regione degli Afar, parte della Rift Valley dell’Africa Orientale, ha restituito molti preziosi fossili di ominidi, tra cui una mascella di Homo datata 2,3 milioni di anni fa e chiamata AL 666-1, che finora era ritenuta la testimonianza fossile più antica del genere cui apparteniamo.

I fossili attribuiti al genere Homo risalenti al periodo compreso tra due e tre milioni di anni fa sono estremamente rari. “Si possono mettere tutti un una scatola da scarpe e rimane ancora spazio per un bel paio di calzature”, disse una volta Bill Kimbel, direttore dell’Institute of Human Origins della Arizona State University, il quale nel1994 scoprì AL 666-1 e che di recente ha partecipato alle analisi del nuovo reperto.

Tra le caratteristiche che collocano il nuovo fossile in quella scatola ci sono un molare affusolato, una particolare disposizione delle cuspidi dentarie e la forma del corpo osseo della mandibola, tutti tratti tipici del genere Homo. Ma la parte anteriore della mandibola presenta una morfologia più primitiva, ossia un mento poco sviluppato caratteristico di A. afarensis.

“Ciò restringe lo spazio temporale in cui concentrare ora le nostre ricerche sulla comparsa della linea evolutiva umana”, dice Kimbel. “Quella che abbiamo davanti è una forma transizionale, esattamente ciò che ci si aspetterebbe in un fossile di quell’età. Il mento guarda al passato; ma la forma dei denti guarda al futuro”.

L’ultimo ritrovamento inoltre sembra smentire la teoria, sostenuta da altri ricercatori, che il diretto antenato del nostro genere ia un australopiteco sudafricano, Australopithecus sediba. Gli autori della ricerca di Science sottolineano infatti che l’unico esemplare fossile noto della specie ha circa un milione di anni in meno della mandibola fossile trovata in Etiopia a cui avrebbe dovuto dare origine.

Il luogo dove è stata ritrovata la nuova mandibola fossile, chiamato Ledi-Geraru, 2,8 milioni di anni fa ospitava un paesaggio misto di praterie e arbusti molto simile all’attuale Serengeti, afferma uno studio correlato condotto da Erin DiMaggio e altri ricercatori della Penn State University. Le specie animali presenti all’epoca del fossile suggeriscono un ambiente che stava diventando più aperto e arido, il che suggerirebbe l’ipotesi di un cambiamento climatico che avrebbe innescato un adattamento evolutivo in molte forme animali. Nonostante questo però, dice Kaye Reed, direttore del progetto Ledi-Geraru all’Institute of Human Origins, “è comunque troppo presto per affermare che l’origine del genere Homo sia stata causata da un cambiamento climatico”.

La mandibola etiopica basterebbe a giustificare l’entusiasmo dei paleoantropologi, ma la sua importanza è in qualche modo amplificata dalla nuova ricostruzione di un fossile di Homo che ha un milione di anni di meno, presentata in uno studio appena pubblicato dalla rivista Nature.

La mascella fossile è attribuita alla specie Homo habilis, così battezzata nel 1964 dagli scopritori Louis e Mary Leakey perché il reperto fu rinvenuto nella Gola di Olduvai, in Tanzania, un uno strato di sedimenti che conteneva anche i più antichi strumenti litici mai ritrovati fino ad allora. (In seguito in Etiopia sono stati rinvenuti strumenti più antichi, risalenti ad almeno 2,6 milioni di anni fa).

Louis Leakey e colleghi affermarono che H. habilis era con ogni probabilità l’antenato di tutte le specie successive del genere Homo, compresa Homo sapiens. Da allora H. habilis è rimasto appollaiato sul quel ramo dell’albero evolutivo umano, pur se in maniera abbastanza precaria anche a causa della frammentarietà dell’esemplare fossile che lo rappresentava: una mandibola fortemente distorta, vari pezzetti del cranio e di una mano.

Grazie alla TAC e a un avanzato sistema di imaging 3-D, un team guidato da Fred Spoor dell’University College di Londra e dell’Istituto di Antrolopogia Evolutiva Max Planck, in Germania, ha ricostruito digitalmente l’aspetto originario di quella mandibola. La sua forma allungata, con file di denti paralleli l’uno all’altro ricorda le australopitecine, antenati dell’uomo che precedono la comparsa del genere Homo.

Una nuova ricostruzione di questo cranio fossile di Homo Habilis, chiamato Olduvai Hominid 7, mostra una combinazione di tratti primitivi e altri più moderni, tra cui un cervello più grosso di quanto si pensasse in precedenza, segno che le varie specie di Homo potrebbero aver avuto un antenato comune già dotato di un cervello notevole.

Benché abbia mezzo milione di anni in meno della mascella AL 666-1, la mandibola appena ricostruita è più primitiva. Ciò fa ipotizzare l’esistenza di una linea evolutiva “fantasma” del genere Homo ben precedente a 2,3 milioni di anni fa, e che avrebbe dato origine a entrambe le discendenze.

E – rullo di tamburi – la nuova mandibola etiopica calza a pennello con questa ipotesi.

La mandibola di Ledi-Geraru, secondo Spoor, è arrivata come il cacio sui maccheroni a suggerire un plausibile legame evolutivo tra Australopithecus afarensis e Homo habilis.

Ma non è tutto. Spoor e colleghi hanno ricostruito digitalmente anche la scatola cranica del primo esemplare di H. habilis, la cui capienza cerebrale era stata stimata in precedenza attorno ai 700 centimetri cubici: più delle australopitecine, ma meno delle specie umane successive. Le loro analisi portano invece il volume a 800 centimetri cubici, il che pone H. habilis allo stesso livello di altre due specie di Homo che abitavano le savane dell’Africa orientale due milioni di anni fa, e cioè Homo rudolfensis e i primi Homo erectus.

“Quello che abbiamo di fronte è un animale con un muso molto primitivo, ma con un cervello grande”, ha detto Spoor presentando la nuova ricostruzione del fossile al Turkana Basin Institute in Kenya lo scorso agosto.

È assai improbabile che le tre specie coeve Homo habilis, H. rudolfensis e H. erectus abbiano evoluto un cervello grande in maniera indipendente, quindi si presume che il loro antenato comune viaggiasse già in quella direzione, e prima di quanto di pensasse finora. Se così fosse si ristabilirebbe il collegamento tra la comparsa di un cervello più grande negli ominidi e i primi strumenti in pietra.

Fonte || Link

Alla Scoperta Del Sistema Solare: Cerere

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Solo pochi giorni e la sonda Dawn entrerà in orbita intorno al pianeta nano. Nel frattempo, le immagini che ci invia di Cerere continuano a sorprendere gli scienziati. Gli ultimi scatti, infatti, effettuati da una distanza di circa 46.000 km, mostrano la già nota macchia bianca, in compagnia di una seconda macchia altrettanto chiara e ben visibile.

“Si può notare che ora la macchia bianca di Cerere ha una compagna di minore luminosità ma apparentemente nella stessa area. Si potrebbe pensare ad un’origine vulcanica ma dovremo attendere foto con risoluzione migliore prima di poter fare altre interpretazioni geologiche,” dichiara Chris Russell, a capo della missione Dawn, alla University of California, Los Angeles.

Cerere è l’asteroide più massiccio della fascia principale del sistema solare: fu il primo ad essere scoperto (il 1º gennaio 1801 da Giuseppe Piazzi) e per mezzo secolo è stato considerato l’ottavo pianeta. Dal 2006 è l’unico asteroide del sistema solare interno ad essere considerato un pianeta nano, come Plutone, Makemake, Haumea ed Eris. Il suo diametro è di circa 950 km e la sua massa è pari al 32% di quella dell’intera fascia principale. L’ingresso nell’orbita del pianeta è previsto per il 6 marzo 2015, e si tratta della prima volta in cui una sonda ha raggiunto due obiettivi: Dawn ha già fatto visita all’asteroide Vesta, esplorandolo per 14 mesi tra il 2011 e il 2012.

“Cerere è quasi un totale mistero per noi,” dichiara Christopher Russell, responsabile della missione Dawn presso l’Università della California. “A differenza di Vesta, Cerere non ha meteoriti che possano rivelarci i suoi segreti. Quello che possiamo predire con certezza è che ci sorprenderà.” La missione è unica nel suo genere perché sfrutta un nuovo sistema di propulsione a ioni, “orbitare attorno a Vesta e Cerere sarebbe davvero impossibile con un sistema di propulsione convenzionale,” spiega Marc Rayman, del JPL NASA. “grazie a questo tipo di propulsione, stiamo per fare la storia con la prima sonda in assoluto che orbiterà attorno a due mondi alieni inesplorati.”

Fonte || Link

Il Buco Nero Carnivoro

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

Sembra impossibile, ma esiste: è un gigantesco buco nero con una massa 12 miliardi di volte quella del Sole e nato all’alba dell’Universo, appena 900 milioni di anni dopo il Big Bang. A scovarlo è stato Xue-Bing Wu, dell’Università di Pechino, a capo del gruppo di ricerca internazionale che ha descritto su Nature questo enigmatico mostro cosmico, la cui esistenza spinge a rivedere le attuali conoscenze sulla crescita dei buchi neri.

“Il ‘mistero’ è come sia potuto diventare così grande in così poco tempo”, ha spiegato Adriano Fontana, dell’Osservatorio Astronomico di Roma dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e a capo del Large Binocular Telescope (Lbt), uno dei telescopi che ha reso possibile la scoperta del ‘mostro comico’, chiamato SDSS J0100 + 2802.

“I buchi neri – ha spiegato Fontana – crescono ‘mangiando’ i materiali che li circondano, polveri o stelle, e per essere così grande SDSS J0100 + 2802 deve aver mangiato tanto e molto in fretta. Non solo è uno dei più grandi buchi neri che conosciamo, ma è anche molto giovane”. Un rapidità di ‘ingrassare’ che mette in discussione molte teorie che spiegano la crescita di questi oggetti. Esistono infatti in queste teorie dei limiti ben precisi, superati i quali il buco nero ‘collassa': “una sorta di limite di ‘indigestione'”, ha proseguito il ricercatore italiano. Il quasar SDSS J0100 + 2802 è un vero gigante dell’universo: con una luminosità pari a 420.000 miliardi di volte quella del nostro Sole, questo nuovo quasar è 7 volte più luminoso di quello ad oggi più distante. “E pensare che finora la sua vera natura ci era sfuggita – ha precisato Fontana – invece di un buco nero supermassivo in piena attività, ai confini dell’universo, pensavamo che SDSS J0100 + 2802 fosse una ‘semplice’ stella”.

Fonte || Link

UFO: Consigliere di Obama: “Dobbiamo dire la Verità”

Scrivici all’indirizzo: centroufologicotaranto@gmail.com

John Podesta ha ricoperto alcune delle cariche politiche americane più illustri: è il consigliere uscente dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e Capo di gabinetto della Casa Bianca di Bill Clinton.
Allo scadere del suo mandato ha deciso di comunicare con un tweet i suoi 10 rimpianti del 2014.
Ma quello che sta facendo discutere, è l’ultima voce della lista, dove ammette che il suo più grande fallimento del 2014 è stato quello di non aver potuto diffondere i file sugli UFO e svelare la verità sull’esistenza degli alieni.
Non è la prima volta che il consigliere uscente lasci trapelare qualche informazione suigli “X-Files”.
Podesta ha chiesto pubblicamente il rilascio del materiale UFO durante un discorso al National Press Club nel 2002 e nel 2003.

“Penso che sia arrivato il momento di aprire i libri su questioni che sono rimaste al buio, sulle indagini governative degli UFO”, aveva dichiarato. “E’ tempo di scoprire che cosa sia in realtà la verità che è là fuori. Dobbiamo farlo perché è giusto e perché il popolo americano sia in grado di gestire la verità. E dobbiamo farlo perché è la legge”.

Un outing che si aggiunge alle molte dichiarazione rilasciate da alcune alte cariche del mondo, come l’ex premier russo Dmitri Medvedev, che invitò pubblicamente Barack Obama a rivelare la verità su UFO e alieni, o di Paul Hellyer, ex ministro della Difesa del Canada, che dichiarò di essere a conoscenza dell’esistenza extraterrestre, solo per citarne alcuni.
Fece discutere in particolare la dichiarazione di Boyd Bushman, scienziato che lavorò per anni nell’Area 51 e che prima di morire rilasciò l’estate scorsa, scottanti rivelazioni sugli alieni e i segreti della base militare, corredate anche da immagini.

Fonte || Link

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 150 follower