Misteri tecnologici degli “Ori di Taranto”

Articolo scritto da Franco Pavone (Coordinatore Centro Ufologico Taranto)

taranto-antichi-gioielliNel panorama del Museo Archeologico di Taranto , sicuramente una parte preponderante di interesse è destata dai famosi Ori , che fanno ormai parte della storia sia antica che moderna della Magna Grecia , visto il grande interesse che suscitano nei visitatori del museo stesso e negli studiosi anche stranieri . Basti pensare che questi preziosi oggetti antichi sono stati presentati anche in mostra a Milano e Tokyo, con grande affluenza di pubblico , che ne ha ammirato le splendide lavorazioni fatte dagli orafi che artigianalmente ne forgiarono i metalli preziosi in età Ellenistica , nel periodo che va dal quarto secolo al primo secolo a.C. , periodo che nel mondo antico segnò uno sviluppo importante in campo sociale , economico e artistico , con lo stato Tarentino che dopo un grande apogeo sociale , vide in seguito il suo perigeo , inglobato fatalmente dall’Impero Romano . C’è da ricordare che la genesi della nostra città , l’antica Taras , si fonda su più di duemila anni di storia e questa la dice lunga sul materiale archeologico e le conseguenti documentazioni storiche in possesso degli studiosi . Secondo le fonti in mano ai ricercatori , la colonia greca di Taras fu fondata nel 706 a.C. da un gruppo di profughi provenienti da una delle regioni più importanti del mondo ellenico , la Laconia , regione in cui la città di Sparta sembrava ne avesse il predominio politico . La zona dove sorse l’antica città di Taranto pare fosse compresa tra una parte della attuale città vecchia e la zona marina dello Scoglio del Tonno sull’antico porto mercantile . Stabilito questo excursus storico torniamo all’argomento principe di questo approfondimento . Gli Ori di Taranto rappresentano forse la parte più lussuosa nel nostro panorama archeologico , visto che essi facevano parte del corredo funerario dei defunti ritrovati nelle tombe durante gli scavi archeologici e non solo delle famiglie benestanti , ma anche di quelle meno abbienti che potevano fregiarsi di ori riprodotti dagli originali e quindi meno costosi . Non si è molto a conoscenza di chi siano stati i primi maestri orafi che hanno tramandato le conoscenze ad altri allievi orafi e chi ha fabbricato e in base a quali ritrovati tecnici le prime attrezzature da lavorazione dei metalli preziosi . Queste conoscenze si perdono nella notte dei tempi e confermano in modo inequivocabile la cultura e la tecnologia avanzata delle antiche civiltà , comprese quelle delle nostre latitudini . Probabilmente i maestri orafi tarentini e i coroplasti sono stati indottrinati dai maestri orafi greci e macedoni . Il mistero da chiarire è invece quello di chi ha insegnato a sua volta ai greci e ai macedoni e chi ancora prima di questi . Senza stare a fare illazioni troppo eretiche , l’enigma pare sia ancora irrisolto anche dagli studiosi più esperti e addentrati nel problema . La perfezione di questi gioielli della antica oreficeria sarebbe difficile da eguagliare anche dalla oreficeria contemporanea , con tutti i mezzi tecnologici oggi a disposizione . Si pensi che alcuni di questi monili provenienti non solo da Taranto ma anche da altri siti archeologici della antica Apulia, sono conservati al British Museum di Londra , al Museo del Louvre di Parigi, al Metropolitan Museum di New York e all’ Antikitenmuseum di Berlino oltre alla maggior parte di essi presente nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto . Per osservarne la perfezione stilistica e la lavorazione miniaturizzata sicuramente effettuata con strumenti tecnici decisamente avanti per quei tempi , in molti casi si è dovuto utilizzare il microscopio elettronico . Sarebbe oltremodo affascinante scoprire chi sono stati i primi orafi a forgiare questo tipo di gioielli aurei . Lanciando una provocazione , potremmo azzardare una reminescenza atlantidea , matrice ramificata di queste perfette lavorazioni , che si sono poi estese successivamente alla scomparsa del mitico continente narrato da Platone , in tutto il mondo antico , comprese la Grecia , l’antica Macedonia e la Laconia . Chiariamo subito a scanso di equivoci che non stiamo affermando che gli Ori di Taranto provengono da Atlantide , ma solo che la loro matrice antica , fra le tante ipotesi , potrebbe essere questa , ma ripeto è solo una teoria anche se eretica . Come cita nel suo libro : Gli Ori di Taranto , lo studioso Enzo Lippolis : è tra i diademi che si raggiunge uno dei vertici della produzione , con lo splendido esemplare della tomba degli ori di Canosa , unico rimasto in Puglia tra quelli rinvenuti nell’antica città della Daunia . Il più significativo è senza dubbio proprio quello del Museo di Taranto , per perfezione tecnica e fantasia compositiva . Su un cavetto di lamina aurea è stata disposta una serie di fiori miniaturistici colorati con paste vitree o con la rara inserzione di pietre dure , come in una ghirlanda stretta da un nastro che si avvolge obliquamente . La lavorazione è avvenuta certamente sulla base di un progetto iniziale di massima . I vari elementi vegetali infatti sono stati eseguiti e smaltati separatamente e il montaggio sembra aver costituito solo la fase finale . Fin qui Enzo Lippolis . Come ho detto poc’anzi tecniche molto avanzate. Ma oltre ai diademi ci sono anche altri tipi di gioielli aurei molto importanti come : corone , orecchini , collane , pendenti , anelli , sigilli e bracciali oltre ai “ nucifrangibulum “ , una sorta di antichi schiaccianoci . Le conoscenze tecniche della loro lavorazione hanno subito attualmente un incremento col progredire degli studi di archeometria e l’analisi al microscopio elettronico ha consentito di osservare queste tecniche anche con l’ausilio delle tracce lasciate sugli ori dagli strumenti utilizzati come : scalpelli , lime da taglio , punzoni e punte da incisione . Codeste tecniche principali erano : la laminatura che consisteva nell’ottenere fogli di lamina sottili , la lavorazione a sbalzo che era ottenuta con l’uso di martelli e punzoni , la lavorazione a stampo ottenuta con pressione diretta , i fili d’oro ottenuti a mano con sottili foglie d’oro tagliate a strisce , le catene ottenute con anelli che inseriti l’un l’altro venivano saldati al momento , la filigrana dove sottili fili d’oro venivano saldati ad una lamina di fondo e la granulazione che consisteva in minuscole sferette auree saldate alle lamine per formare motivi ornamentali . Dopo la descrizione del diadema esposto al Museo di Taranto , rinvenuto nella tomba di Canosa , che serviva ad nereides0011adornare l’eleganza delle matrone dell’epoca , un altro antico gioiello aureo che più mi ha incuriosito è la Nereide sul Ketos , con una figura femminile seduta sul dorso di un animale , raffigurata all’interno di un gioiello a forma di conchiglia che si può riconoscere come Pecten Jacobaeus ( cozza San Giacomo ) . La figura femminile seduta sul dorso dell’animale è vista di spalle con il corpo nudo avvolto in un mantello dorato . Essa regge un ventaglio a forma di cuore con la mano sinistra , mentre con la destra stringe il collo dell’animale che si raffigura in mostro marino con la testa crestata , canina e ringhiante , zampe da palmipede , corpo serpentiforme coperto di scaglie e si vede mentre solca le onde tremolanti del mare . Questo strano essere ricorda le ancestrali figure dei mitici serpenti di mare o del famoso kraken e dei noti calamari giganti Architeutis , essenze dell’affascinante cripto zoologia . Più comunemente questi oggetti a conchiglia servivano come contenitori per cosmetici utili alla bellezza delle donne della seconda metà del terzo secolo a.C. , ma la misteriosa raffigurazione di questo mostro marino sulla valva del gioiello in questione , danno un alone di leggenda a questi monili aurei e argentei già di per se molto affascinanti ed esposti con evidente interesse nel Museo Archeologico di Taranto .

Foto d’apertura, un esempio di “Oro di Taranto”

Nella seconda immagine, Nereide che cavalca un “Ketos”, un mostro di mare

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