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Colpa di un sale se i Viking non scoprirono i marziani

C’è un grande enigma marziano che le sonde «Viking» si trascinano da quando, per la prima volta, a metà Anni 70, cercarono su Marte forme elementari di vita. Tutto nasce dallo strumento GC-MS – un gascromatografo accoppiato con uno spettrometro di massa – che non riuscì a rilevare alcuna traccia di sostanze organiche, vale a dire a base di carbonio, nel terreno del pianeta. Il punto di partenza è che il materiale veniva scaldato fino a 500˚C per vaporizzare eventuali miscele di molecole carboniose complesse: questo avveniva perché potessero prima passare nel GC, dove essere separate individualmente, e poi entrare nell’MS per essere analizzate chimicamente. Ma l’unico risultato fu un debole sviluppo di CO2 e di H2O. Il risultato, però, apparve molto strano, e per almeno due ragioni. Innanzi tutto bisogna ricordare il risultato chiaramente positivo di uno dei tre esperimenti dei «Viking», quello denominato «Labeled Release» (LR), ossia esperimento di rilascio di anidride carbonica radioattiva. L’idea alla base del test è il fatto ben noto che i microorganismi terrestri metabolizzano le sostanze organiche, liberando CO2. Ovvio che microrganismi che si cibassero di sostanze organiche a base di carbonio radioattivo (14C) dovranno emettere 14CO2, ossia anidride carbonica radioattiva. Fu straordinario constatare che il terreno marziano emetteva davvero 14CO2, quando veniva irrorato da una soluzione acquosa di amminoacidi, e che la risposta si azzerava se il terreno veniva prima «sterilizzato» a 160˚C. In secondo luogo ci si aspettava comunque di trovare tracce di composti organici nel suolo di Marte e per una ragione molto semplice: se anche il pianeta non avesse mai prodotto forme di vita, il GC-MS dei «Viking» avrebbe comunque dovuto rivelare qualcuna delle molecole organiche che arrivano di continuo sulla superficie a bordo di comete e condriti carboniose. Un primo passo alla soluzione dell’enigma venne nel 2008 con la scoperta, da parte della sonda «Phoenix», della presenza di una percentuale tra lo 0,5 e l’1% di perclorato di Magnesio nelle sabbie della regione del Polo Nord di Marte. Il perclorato è un sale ossidante in grado di distruggere preventivamente qualunque composto organico (trasformandolo in CO2 e H2O), quando questo venga analizzato preriscaldandolo ad alta temperatura (come fece lo strumento GC-MS dei «Viking»). Quindi, l’eventuale presenza di perclorati nei terreni di Cryse e Utopia (dove scesero i «Viking») giustificherebbe il responso negativo dei GC-MS. Purtroppo si tratta di un’ipotesi apparentemente indimostrabile: gli strumenti delle sonde non erano in grado di analizzare perclorati e quindi di determinarne la presenza. Ma una ricerca pubblicata lo scorso dicembre sul «Journal of the Geophysical Research» da un folto gruppo di esobiologi, guidati da Christopher McKay dell’Ames Center della Nasa e Rafael Navarro-González dell’Università di Mexico City, ha clamorosamente dato una svolta al problema. Il team ha riesaminato da capo i risultati ottenuti: assieme al già ricordato sviluppo di H2O (0,1-1%) e di CO2 (fino a 0,1%) il GC-MS evidenziò anche 15 parti per miliardo di dicloro-metano nel sito del «Viking 1» e una quantità analoga di dicloro-metano in quello del «Viking 2». Il rapporto isotopico si era rivelato simile a quello terrestre e, all’epoca, aveva fatto pensare che si trattasse di una forma di inquinamento terrestre. Ma nel 2007 una ricerca aveva «rivisto» le caratteristiche di quel rapporto nei corpi solidi del Sistema Solare, rivelando che è sempre identico. Tenendo presente il dato, perciò, McKay e i colleghi hanno ipotizzato che sia dovuto proprio alla presenza di perclorati il Cloro sistematicamente trovato nelle sabbie marziane (0,5-1%) sia dai «Viking» nel ’76 sia da «Pathfinder» nel ‘97 e, di recente, da «Spirit» e «Opportunity». Se questo fosse vero, gli enigmatici risultati dei «Viking» troverebbero un’immediata spiegazione. Ma come dimostrare che c’erano perclorati nei luoghi di discesa dei «Viking»? McKay l’ha fatto con un sorprendente esperimento «sul campo», lavorando sul terreno più simile a quello marziano, il deserto cileno di Atacama. Alcuni campioni prelevati nella Yungay Valley – contenenti circa 50 parti per milione di sostanze organiche – sono stati addizionati con l’1% di perclorato di Magnesio e analizzati, scaldando il tutto a 500˚C, con uno strumento GC-MS simile a quello delle sonde americane. Risultato: c’è stato uno «svolgimento» di H2O e di CO2 (in seguito all’ossidazione termica delle sostanze organiche ad opera del perclorato), ma anche la formazione di cloro-metano, accanto a tracce di dicloro-metano. Questi due cloro-composti erano assenti, se il perclorato non veniva aggiunto o se il terreno veniva sterilizzato: se ne deduce che sono dei sottoprodotti del contatto termico tra organici e perclorati. E’ chiaro, quindi, che la loro presenza nei risultati dei «Viking» dimostrano sia che c’era del perclorato sia che c’erano sostanze organiche. I calcoli di McKay parlano di 5 parti per milione di organici per il «Viking 1» e di 2,5 per il «Viking 2», con una quantità di perclorati stimabile per entrambi attorno allo di 0,1%. Si deve comunque sottolineare che la presenza di materiale organico su Marte non vuole ancora dire esistenza di vita batterica: potrebbe – come si è detto – trattarsi di materiale carbonioso di origine meteorica. Toccherà quindi a «Curiosity» – il rover in partenza verso Marte a fine anno – togliere questo dubbio, effettuando analisi biochimiche anche a bassa temperatura, vale a dire in condizioni tali da impedire l’azione ossidante e distruttiva di eventuali perclorati.

Fonte: Link

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3 risposte a “Colpa di un sale se i Viking non scoprirono i marziani

  1. rick febbraio 8, 2011 alle 8:51 am

    i marziani sono gia tra noi

  2. francesco febbraio 8, 2011 alle 3:55 pm

    concordo con rick.

  3. Goldrake febbraio 8, 2011 alle 5:48 pm

    Per adesso, prove alla mano, i marziani sono soltanto nella testa di qualcuno…………

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