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Il mistero dell’uomo di Gristhorpe

untitledPer quant0 il rinvenimento risalga al 1834 (pur nella sua eccezionalità), se ne è è parlato poco e mai quanto si sarebbe dovuto. In realtà si tratta di una scoperta stupefacente inerente i resti scheletrici di un individuo alto 1,80 mt., di età compresa tra i 36 ed i 65 anni, vissuto in un’epoca calcolata intorno alla prima età del bronzo (circa 4500 anni fa). La scoperta fu casuale poiché il rinvenimento, effettuato da un ricco proprietario terriero dello Yorkshire con tre suoi amici, riguardava un tronco di quercia il cui interno risultava occupato da uno scheletro molto ben conservato e avvolto in triplice pelle di animale. Ricoverato nel Museo di Scarborough, i resti furono sottoposti ad una accurata analisi, senza risultati apprezzabili, poiché i mezzi scientifici dell’epoca erano molto limitati ed imprecisi. L’unica cosa certa rilevata fu la presenza del ricco corredo, indice di appartenenza aduna elevata classe sociale. La dentatura perfettamente conservata fa ritenere che l’uomo nell’arco della sua vita osservasse un’alimentazione varia. Grazie a dei recenti studi antropologici ed antropometrici, eseguiti nel 2008 dall’Università di Bradford, si è stabilito che l’uomo di Gristhorpe aveva utilizzato con molta frequenza armi da taglio. Infatti il braccio destro risulta più sviluppato di quello sinistro. Lo scheletro portava inequivocabili tagli sulla struttura ossea della braccia e dellemani oltre a delle fratture nella zona mandibolare dovute ad uno scontro fisico molto violento. L’eccezionalità, però, è dovuta al fatto che il guerriero in questione ha subito, immediatamente dopo il decesso, un processo di bollitura di 8 ore a fuoco lento (con fini di scarnificazione). Al momento non si hanno altri riscontri di questa procedura di sepoltura, molto usata nel medio evo ma molto rara prima dell’età del bronzo nell’area celtica. Il mistero si infittisce poiché a distanza di 270 anni dalla morte il corpo viene dissepolto e ornato con fronde depositate intorno al capo e sul sarcofago. Chi era dunque questo personaggio da meritare addirittura ad oltre due secoli dal la morte un rito sacro e propiziatorio che ne esaltava virtù be valori? Le ultimissime analisi, già citate, hanno permesso di stabilire che il guerriero presentava nel cervello una massa tumorale di tipo benigno che comunque provocava all’uomo emicranie, vomito ed afasia. L’importanza dell’ottima conservazione dell’individuo e dovuta alla presenza di tannino nella struttura del tronco di quercia, circostanza che ha colorato di nero lo scheletro ma ne ha permesso l’integrità ne tempo.

articolo di: Domenico Arco, Direttore Coordinatore Laboratorio di Restauro
Soprintendenza Archeologica di Taranto

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