CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

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Archivi Categorie: ARCHEOLOGIA

Importante Ritrovamento Archeologico in Egitto

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Statua Ramses III resti della statua di Ramses II ritrovati nella periferia del Cairo, a el-Matariya, appartengono a un colosso di circa otto metri. Una statua imponente, le cui parti sono state rinvenute da un team di archeologi tedeschi ed egiziani nel sobborgo della capitale egiziana, tra le rovine di Eliopoli. ”Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro – ha spiegato il ministro Khaled al Anani all’agenzia Reuters – Si tratta di una delle più importanti scoperte del Paese”.

Solo alcuni giorni fa, un altro tesoro aveva fatto battere il cuore dei ricercatori: 66 statue risalenti a 3.300 anni trovate nel tempio del nono faraone Amenofi III a Luxor. Secondo il Dipartimento delle Antichità Egizie le statue raffigurano la dea Sekhmet: ogni statua è di pietra diorite, un materiale utilizzato anche per la costruzione del tempio, che ha permesso ai reperti di resistere al tempo e al terremoto che distrusse la tomba di Amenofi III nel 2014.

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Maya: la piramide di El Castillo contiene altre due piramidi

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piramide_messico3_copiaLa piramide di El Castillo è una matrioska. La definizione degli esperti rende facilmente l’idea della struttura realizzata a Chicken Iza, nello Yucatan, dai Maya. La scoperta è stata realizzata dai ricercatori dell’Università Nazionale Autonoma del Messico ed è davvero clamorosa. In pratica una piramide di dieci metri di altezza è stata scoperta in una struttura, già conosciuta da tempo, e dalle dimensioni di venti metri che, a sua volta, è contenuta in una piramide di trenta metri, quella esterna che tutti ammirano. In sostanza sono tre le costruzioni che, al pari delle matrioske, si trovano una nell’altra.

Fossili di batteri di 3.7 miliardi di anni fa

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vita-terraPuò un fossile di un essere vivente avere 3,7 miliardi di anni? Evidentemente sì. La datazione di una colonia di batteri in Groenlandia risalirebbe ad un’epoca nella quale, secondo la classica ricostruzione della storia biologica del nostro pianeta, non sarebbe dovuta esistere nessuna forma di vita. Un passato lontano nel quale la colorazione del cielo era arancione, per la scarsa presenza di ossigeno, ed i continenti erano profondamente neri. Insomma un ambiente ostile alle forme di vita, ma che avrebbe visto l’esistenza di questi batteri,probabilmente collocati in un fondale di un antichissimo oceano. La scoperta, davvero eccezionale, è stata realizzata da un gruppo di scienziati dell’University of New South Wales che, sfruttando lo scioglimento dei ghiacci, ha prelevato un campione di stromatoliti. La scoperta consentirebbe di spostare la datazione della nascita della vita sulla Terra molto più indietro, visto che i batteri sarebbero vissuto “solo” mezzo miliardo dopo la formazione del nostro pianeta.

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Anomalie alle Piramidi di Giza

PiramidiUna scansione termica delle Piramidi di Giza, in Egitto, ha rivelato particolari anomalie sul lato orientale della Grande Piramide, nota anche come Piramide di Cheope. Lo ha annunciato il ministro dell’Antichità, Mamdouh el-Damaty – docente di egittologia e archeologo – definendo il risultato ”impressionante”. E’ il frutto del progetto realizzato da un team della facoltà di Ingegneria dell’Università del Cairo, in collaborazione con HIP Institute di Parigi (Heritage, Innovation and Preservation), basato su un mix di tecnologie, come la termografia a infrarossi, che ha permesso di osservare l’interno di quattro dei monumenti che risalgono a oltre 4500 anni anni fa. Si tratta di uno studio effettuato analizzando la velocità delle fasi di riscaldamento (all’alba) e raffreddamento (al tramonto), per verificare ipotesi di aree vuote dentro le piramidi, attraverso il rilevamento di correnti d’aria interne o differenti materiali di costruzione. Il risultato dell’analisi è sorprendente: le pietre della prima fila risultano uniformi, ma almeno tre hanno temperature più elevate. In corrispondenza di queste è stato notato qualcosa di simile a un piccolo passaggio che porta fino a una zona del terreno con una temperatura diversa. Il ministero lo definisce ”un mistero” la scoperta e il governo egiziano ha invitato tutti gli egittologi a unirsi nella ricerca per collaborare su quelle che potrebbero essere scoperte eccezionali sull’origine del sito archeologico.

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Trovati Testi In Georgia di 2700 Anni Fa

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georgia-archeologiaUna scoperta unica è stata recentemente fatta in Georgia, tanto importante da poter cambiare la storia del mondo.

Gli archeologi della spedizione archeologica organizzata dalla Università Statale della Georgia hanno rinvenuto a Graklini Hill, nella regione orientale del Kaspi, testi di una lingua utilizzata in territorio georgiano 2700 anni fa.

Come riporta l’articolo di agenda.ge, secondo i ricercatori, la scrittura non ha simili in tutto il pianeta, caratteristica che ne fa un ritrovamento unico ed estremamente interessante per gli studiosi di tutto il mondo.

Il testo si trova inciso sul muro di un tempo del 7° secolo a.C. dedicato ad una divinità della fertilità.

«La scoperta molto probabilmente cambierà la storia della Georgia e attirerà l’interesse della comunità scientifica internazionale», ha commentato il ministro georgiano della cultura Mikheil Giorgadze.

L’idea è quella di erigere una sorta di museo all’aperto, in modo da permettere ai visitatori di poter osservare i reperti appena scoperti.

«Si tratta di una scoperta eccellente», spiega Vakhtang Licheli, direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università Statale della Georgia. «Questo ritrovamento colloca la Georgia tra le antiche civiltà d’elite che hanno sviluppato una propria forma di scrittura».

Gli scritti si trovano su due altari del tempio e sono molto ben conservati. Sul primo altare è possibile vedere le scritte solo nelle sue parti d’argilla, mentre il secondo ne è interamente coperto.

Anche il luogo della scoperta è di notevole importanza per l’archeologia. Grakliani Hill, infatti, rappresenta un sito sul quale si sono insediati in maniera continuativa gruppi umani a partire dall’età della Pietra fino al periodo antico.

Finora, sul sito sono stati scavati dieci strati, dove sono state trovate armi antiche, icone decorative e cure farmacologiche.

Inoltre, è stato ritrovato un dispositivo per la stampa del 4° secolo a.C., considerato come una delle scoperte più importanti della zona, avendone trovato uno analogo nel sud della Mesopotamia.

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Homo Naledi, Un Nuovo Gradino Nell’ Evoluzione

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Una scoperta senza precedenti nella storia della paleontologia. Un cugino lontano dell’uomo. Fratello, se guardiamo i suoi piedi che hanno meravigliato i ricercatori: sono quasi identici ai nostri. Un ritrovamento che potrebbe far riscrivere la storia dell’evoluzione della nostra specie.

Homo naledi. Si chiama così questo ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso. Non molto alto, piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell’Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni.

National Geographic. I resti dell’Homo naledi sono stati rinvenuti in Sudafrica e hanno convinto gli studiosi a inserirlo nel genere di cui noi stessi facciamo parte. L’annuncio dell’incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic.

Senza età. È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1.500 frammenti di ossa, ancora da datare. Erano in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci, e addirittura solo con le braccia alzate sopra la testa. Era una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità”, vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti.

Un gruppo. I frammenti di questa nuova specie recuperati finora appartengono ad almeno 15 individui, tutti Homo naledi, e si pensa che ce ne siano molti altri da recuperare. “Abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo”, dice il paleontologo Lee Berger, della National Geographic Society, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero. “Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell’uomo”, ha detto Berger.

Cugino dell’uomo. “Complessivamente, Homo naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo”, spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell’articolo che descrive la nuova specie, “ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un’arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello”. Secondo i ricercatori, Homo naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili.

Mani e piedi. Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come Homo habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: “Le mani appaiono adatte all’utilizzo di utensili”, dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l’anatomia della nuova specie, “ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi”. Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché “sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno”, aggiunge William Harcourt-Smith del Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate. “La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo naledi da tutte le specie finora conosciute”, commenta Berger.

L’homo naledi “capovolge quello in cui i paleontologi credevano e cioè: l’uomo che camminava eretto aveva perso la capacità di arrampicarsi sugli alberi “, chiarisce Damiano Marchi, antropologo all’università di Pisa, il solo italiano nel team. “Abbiamo trovato una nuova specie umana che potremmo collocare alla base del nostro genere che aveva entrambe queste caratteristiche”

Scoperta nella scoperta. È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l’aspetto più straordinario della scoperta: Homo naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l’Homo sapiens). Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo. “Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie”, assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell’articolo che descrive il contesto della scoperta. “Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c’erano praticamente solo resti di Homo naledi”.

Defunti sepolti. Gli unici elementi fossili non appartenenti all’ominide (una dozzina di elementi su oltre 1.500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali. Le ossa di H. naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d’acqua. “Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi”, dice Lee Berger, il capo della spedizione: “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti” e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell’Homo sapiens.

Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. “Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti”, conclude Berger. “Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù”.

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I tanti australopitechi diversi del tempo di Lucy

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Il ramo evolutivo della famiglia dell’uomo ha un nuovo membro, è una specie vissuta nello stesso periodo e negli stessi luoghi di Lucy – la femmina di Australopithecus afarensis, scoperta nel 1974 dal paleontologo Donald Johanson nella regione etiopica dell’Afar, i cui resti dimostravano che camminava in posizione eretta. Per questo la nuova specie è stata battezzata Australopithecus deyiremeda: nella lingua degli abitanti della regione “deyiremeda” significa “parente stretto”. I resti di A. deyiremeda sono stati trovati nel sito di Woranso-Mille, ad appena 35 chilometri dal luogo in cui erano stati scoperti i fossili di Lucy, e la loro datazione riporta a un arco di tempo, tra 3,3 e 3,5 milioni di anni fa, sovrapponibile a quello di A. afarensis.

Si è a lungo pensato che i fossili di ominidi del Pliocene medio (3,6-2,6 milioni di anni fa circa) trovati negli anni settanta e ottanta in Etiopia e Tanzania appartenessero tutti alla specie A. afarensis. Poi, però, le scoperta nel 1996 di una mandibola parziale risalente a 3,6 milioni di anni fa, in Ciad, e, nel 2001 in Kenya di alcuni crani risalenti a 3,5- 3,3 milioni di anni fa, hanno riaperto il dibattito, portando alla definizione di due nuove specie: A. bahrelghazali e Kenyanthropus platyops.

I fossili di A. deyiremeda – una mascella superiore e due mandibole – mostrano alcuni tratti evoluti simili a quelli di K. platyops, ma la forma generale è più primitiva, soprattutto nella parte anteriore, ricorda quella di A. afarensis, escludendo con certezza che i resti trovati a Woranso-Mille appartenessero a un Kenyanthropus. A. deyiremeda appare anche differente da A. bahrelghazali, anche se la povertà delle testimonianze fossili di quest’ultimo non permettono di pronunciarsi con altrettanta sicurezza.

In ogni caso, dice Yohannes Haile-Selassie, curatore di antropologia al Cleveland Museum of Natural History e primo firmatario dell’articolo pubblicato su “Nature” in cui è descritta la scoperta, “la nuova specie è l’ennesima conferma che la specie di Lucy, Australopithecus afarensis, non era l’unica ad aggirarsi nella regione di Afar durante il Pliocene medio”.

Questo però solleva un nuovo interrogativo: come hanno fatto a convivere nella stessa zona due specie come A. afarensis e A. deyiremeda per un periodo così lungo e per di più caratterizzato da un ecosistema stabile? Probabilmente, osservano i ricercatori, grazie allo sfruttamento di nicchie ecologiche differenti e a preferenze alimentari e strategie di foraggiamento diverse.

La risposta potrà venire da esami ancora più accurati dei reperti. Le mascelle di A. deyiremeda, A. afarensis e K. platyops rimandano a differenze nella posizione dei muscoli masticatori e nelle dimensioni delle corone dei denti. Queste a loro volta offrono l’opportunità di studiare il comportamento alimentare e la dieta delle tre specie attraverso studi di biomeccanica, valutando l’usura dentale e misurando gli isotopi stabili presenti nei fossili.

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Anticipata La Nascita Dell’ Uomo

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Due mascelle fossili gettano nuova luce su uno dei più fitti misteri dell’evoluzione umana: la comparsa del genere Homo. I due fossili – uno rinvenuto di recente in Etiopia, l’altro un esemplare rinvenuto mezzo secolo fa e ora ricostruito – indicano l’Africa orientale come culla della nostra linea evolutiva.

Il nuovo fossile etiopico, descritto in uno studio appena pubblicato online da Science, porta indietro nel tempo di almeno mezzo milione di anni – a 2,8 milioni di anni fa – la comparsa del genere a cui apparteniamo. È una datazione che desta sorpresa in quanto differisce di poco da quella (circa 3 milioni di anni fa) dell’ultima presenza documentata di Australopithecus afarensis, il bipede noto soprattutto per il celebre fossile di nome Lucy, che secondo molti studiosi è un antenato diretto del genere Homo. La nuova mandibola, chiamata LD 350-1, è stata scoperta nel gennaio 2013 ad appena una ventina di chilometri dal sito in cui nel 1974 venne rivenuta Lucy.

“È una notizia entusiasmante”, ha commentato Donald Johanson, lo scopritore del celebre fossile.

La regione degli Afar, parte della Rift Valley dell’Africa Orientale, ha restituito molti preziosi fossili di ominidi, tra cui una mascella di Homo datata 2,3 milioni di anni fa e chiamata AL 666-1, che finora era ritenuta la testimonianza fossile più antica del genere cui apparteniamo.

I fossili attribuiti al genere Homo risalenti al periodo compreso tra due e tre milioni di anni fa sono estremamente rari. “Si possono mettere tutti un una scatola da scarpe e rimane ancora spazio per un bel paio di calzature”, disse una volta Bill Kimbel, direttore dell’Institute of Human Origins della Arizona State University, il quale nel1994 scoprì AL 666-1 e che di recente ha partecipato alle analisi del nuovo reperto.

Tra le caratteristiche che collocano il nuovo fossile in quella scatola ci sono un molare affusolato, una particolare disposizione delle cuspidi dentarie e la forma del corpo osseo della mandibola, tutti tratti tipici del genere Homo. Ma la parte anteriore della mandibola presenta una morfologia più primitiva, ossia un mento poco sviluppato caratteristico di A. afarensis.

“Ciò restringe lo spazio temporale in cui concentrare ora le nostre ricerche sulla comparsa della linea evolutiva umana”, dice Kimbel. “Quella che abbiamo davanti è una forma transizionale, esattamente ciò che ci si aspetterebbe in un fossile di quell’età. Il mento guarda al passato; ma la forma dei denti guarda al futuro”.

L’ultimo ritrovamento inoltre sembra smentire la teoria, sostenuta da altri ricercatori, che il diretto antenato del nostro genere ia un australopiteco sudafricano, Australopithecus sediba. Gli autori della ricerca di Science sottolineano infatti che l’unico esemplare fossile noto della specie ha circa un milione di anni in meno della mandibola fossile trovata in Etiopia a cui avrebbe dovuto dare origine.

Il luogo dove è stata ritrovata la nuova mandibola fossile, chiamato Ledi-Geraru, 2,8 milioni di anni fa ospitava un paesaggio misto di praterie e arbusti molto simile all’attuale Serengeti, afferma uno studio correlato condotto da Erin DiMaggio e altri ricercatori della Penn State University. Le specie animali presenti all’epoca del fossile suggeriscono un ambiente che stava diventando più aperto e arido, il che suggerirebbe l’ipotesi di un cambiamento climatico che avrebbe innescato un adattamento evolutivo in molte forme animali. Nonostante questo però, dice Kaye Reed, direttore del progetto Ledi-Geraru all’Institute of Human Origins, “è comunque troppo presto per affermare che l’origine del genere Homo sia stata causata da un cambiamento climatico”.

La mandibola etiopica basterebbe a giustificare l’entusiasmo dei paleoantropologi, ma la sua importanza è in qualche modo amplificata dalla nuova ricostruzione di un fossile di Homo che ha un milione di anni di meno, presentata in uno studio appena pubblicato dalla rivista Nature.

La mascella fossile è attribuita alla specie Homo habilis, così battezzata nel 1964 dagli scopritori Louis e Mary Leakey perché il reperto fu rinvenuto nella Gola di Olduvai, in Tanzania, un uno strato di sedimenti che conteneva anche i più antichi strumenti litici mai ritrovati fino ad allora. (In seguito in Etiopia sono stati rinvenuti strumenti più antichi, risalenti ad almeno 2,6 milioni di anni fa).

Louis Leakey e colleghi affermarono che H. habilis era con ogni probabilità l’antenato di tutte le specie successive del genere Homo, compresa Homo sapiens. Da allora H. habilis è rimasto appollaiato sul quel ramo dell’albero evolutivo umano, pur se in maniera abbastanza precaria anche a causa della frammentarietà dell’esemplare fossile che lo rappresentava: una mandibola fortemente distorta, vari pezzetti del cranio e di una mano.

Grazie alla TAC e a un avanzato sistema di imaging 3-D, un team guidato da Fred Spoor dell’University College di Londra e dell’Istituto di Antrolopogia Evolutiva Max Planck, in Germania, ha ricostruito digitalmente l’aspetto originario di quella mandibola. La sua forma allungata, con file di denti paralleli l’uno all’altro ricorda le australopitecine, antenati dell’uomo che precedono la comparsa del genere Homo.

Una nuova ricostruzione di questo cranio fossile di Homo Habilis, chiamato Olduvai Hominid 7, mostra una combinazione di tratti primitivi e altri più moderni, tra cui un cervello più grosso di quanto si pensasse in precedenza, segno che le varie specie di Homo potrebbero aver avuto un antenato comune già dotato di un cervello notevole.

Benché abbia mezzo milione di anni in meno della mascella AL 666-1, la mandibola appena ricostruita è più primitiva. Ciò fa ipotizzare l’esistenza di una linea evolutiva “fantasma” del genere Homo ben precedente a 2,3 milioni di anni fa, e che avrebbe dato origine a entrambe le discendenze.

E – rullo di tamburi – la nuova mandibola etiopica calza a pennello con questa ipotesi.

La mandibola di Ledi-Geraru, secondo Spoor, è arrivata come il cacio sui maccheroni a suggerire un plausibile legame evolutivo tra Australopithecus afarensis e Homo habilis.

Ma non è tutto. Spoor e colleghi hanno ricostruito digitalmente anche la scatola cranica del primo esemplare di H. habilis, la cui capienza cerebrale era stata stimata in precedenza attorno ai 700 centimetri cubici: più delle australopitecine, ma meno delle specie umane successive. Le loro analisi portano invece il volume a 800 centimetri cubici, il che pone H. habilis allo stesso livello di altre due specie di Homo che abitavano le savane dell’Africa orientale due milioni di anni fa, e cioè Homo rudolfensis e i primi Homo erectus.

“Quello che abbiamo di fronte è un animale con un muso molto primitivo, ma con un cervello grande”, ha detto Spoor presentando la nuova ricostruzione del fossile al Turkana Basin Institute in Kenya lo scorso agosto.

È assai improbabile che le tre specie coeve Homo habilis, H. rudolfensis e H. erectus abbiano evoluto un cervello grande in maniera indipendente, quindi si presume che il loro antenato comune viaggiasse già in quella direzione, e prima di quanto di pensasse finora. Se così fosse si ristabilirebbe il collegamento tra la comparsa di un cervello più grande negli ominidi e i primi strumenti in pietra.

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Alieni dalla Preistoria: il Dendogramma

Sono stati scoperti negli anni Ottanta, nelle profondità del mare al largo dell’Australia, ma per studiarli ci sono voluti quasi trent’anni. E ancora adesso questi misteriosi organismi a forma di fungo sfuggono a una classificazione precisa, tanto da non rientrare in nessun gruppo animale conosciuto, sebbene somiglino ad alcuni animali preistorici. Tanto che a una delle due specie gli scienziati hanno dato un nome significativo: Dendrogramma enigmatica (l’altra è D. discoides).

Leonid Moroz, neurobiologo del Whitney Laboratory for Marine Bioscience della University of Florida, sostiene che se dovesse essere acclarato che le nuove specie sono dirette discendenti di alcuni dei primi animali, la scoperta “potrebbe costringerci a ridisegnare l’intero albero della vita, e forse rivoluzionare le nostre conoscenze sull’evoluzione degli animali, dei sistemi nervosi, dei vari tessuti. Potremmo dover riscrivere interi manuali di zoologia”.

Descritti per la prima volta questa settimana sulla rivista scientifica PLOS ONE, i minuscoli animali sono trasparenti, lunghi meno di due centimetri e vagamente simili a funghi (in particolare finferli). Ma le somiglianze finiscono qui. Alla base di quello che sembra il gambo c’è una bocca, apertura di un canale digestivo molto elaborato, che si ramifica una volta raggiunto il disco, ossia l’apparente “cappello” del fungo.

Anche il modo di vivere di questi animali è avvolto nel mistero. Apparentemente conducono un’esistenza individuale, visto che su nessuno dei campioni raccolti appaiono segni che possano far pensare che siano stati staccati da una superficie o formino colonie di diversi individui. Ma allo stesso tempo sembrano incapaci di nuotare: il disco è rigido, e sul corpo non c’è nulla che somigli a un mezzo di propulsione. Poiché la bocca è piccola e semplice, i ricercatori ipotizzano che gli animali si nutrano intrappolando microbi nel muco secreto dai lobi che circondano la bocca.

Bizzarrie Evolutive:

È stato Jean Just, all’epoca specializzato in crostacei, a scoprire i bizzarri animali nel 1986, mentre esaminava campioni del fondo marino australiano. Da allora non ne ha mai trovate altre. Ha consultato molti esperti, ma nessuno aveva raccolto esemplari di creature anche vagamente simili, né ricordava di averne viste.

“È stupefacente che mai nessuno si sia fatto avanti e abbia detto: ‘Sì, ho visto qualcosa di simile’, anche senza pubblicarne la descrizione”, commenta Just, che è appena andato in pensione dal suo lavoro al Museo di Storia naturale della Danimarca.

L’analisi genetica degli animali è difficile se non del tutto impossibile, perché i campioni raccolti sul fondo dell’oceano furono preservati in formaldeide e poi in etanolo. Just e i suoi colleghi sperano di poter trovare altri esemplari da analizzare, ma un’altra spedizione nella stessa zona non ha dato risultati.

Senza informazioni sul loro patrimonio genetico, è difficile scoprire le relazioni tra le nuove specie e gli altri organismi animali. Basandosi sulla loro struttura fisica, Just sostiene che potrebbero costituire uno dei primissimi rami dell’albero genealogico degli animali.

Secondo la teoria più consolidata dal tempo, gli animali più antichi – o meglio, il primo gruppo animale a differenziarsi dalla base dell’albero – siano state le spugne, organismi formati da cellule non differenziate e prive di sistema nervoso. Un’ipotesi più recente attribuisce invece questo ruolo ai gelatinosi organismi marini detti Ctenofori. La struttura fisica di Dendrogramma presenta qualche generica somiglianza con quelle degli ctenofori e degli cnidari o celenterati, un altro phylum che comprende meduse, coralli e anemoni di mare. Come questi animali, anche le nuove specie sembrano avere un tratto digestivo dotato di un’unica apertura, da cui entra il cibo ed escono i rifiuti. Ma molte sono anche le differenze: Dendrogramma, ad esempio, non possiede le cellule urticanti degli cnidari.

Una possibilità è che i Dendrogramma siano ctenofori o cnidari molto modificati dall’evoluzione (esiste almeno uno cnidario parassita che all’apparenza somiglia a un verme), ma finora non ci sono abbastanza elementi per confermare l’ipotesi. Per Moroz potrebbe trattarsi di frammenti o di larve di animali più grande, ma lo studioso si dice comunque “davvero emozionato” dalla scoperta.

Antichissimi resti?

Ma se Dendrogramma non sembra imparentato con nessun animale vivente, esistono almeno tre specie fossili che gli somigliano molto: anche Albumares, Anfesta e Rugoconites possedevano un disco percorso da canali che si biforcavano e si irradiavano.

Si tratta di misteriosi organismi dalle forme bizzarre (vortici, foglie, arbusti), tanto che i biologi dibattono su come andrebbero classificati: animali o no? Si ritiene che queste forme di vita siano scomparse più di 540 milioni di anni fa, alla fine del periodo Ediacariano, subito prima della cosiddetta esplosione del Cambriano, un’epoca in cui l’evoluzione animali subì una forte accelerazione.

È possibile però anche che Dendrogramma abbia sviluppato strutture simili a quella delle tre specie estinte in maniera indipendente, per rispondere a condizioni ambientali simili: un fenomeno molto comune, detto convergenza evolutiva.

“Dendrogramma presenta queste somiglianze molto interessante con certe forme di vita ediacariane”, commenta Simon Conway Morris, esperto di evoluzione dei primi animali dell’Università di Cambridge, “ma penso che si tratti, appunto, solo di somiglianze. Sono interessanti ma non convincenti”.

Altri però ritengono che ci sia almeno una possibilità che i Dendrogramma discendano direttamente da specie ediacariane: sarebbe il primo caso di animali del genere giunti fino a noi in forma riconoscibile. “Se è vero”, dice Reinhardt Kristensen, zoologo degli invertebrati e coautore della ricerca, “vuol dire che abbiamo scoperto animali che pensavamo fossero estinti da almeno 500 milioni di anni”.

Fonte: Fonte || NationalGeographic.it

Marte: un oggetto metallico spunta dal sottosuolo?

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oggetto-metallico-marte-curiosity-01Tra i primi a rendersene conto sono stati i curatori del sito themeridianijournal.com, i quali hanno riportato una curiosa foto scattata da Curiosity nella quale si vede un oggetto metallico fuoriuscire da una roccia.

Secondo l’autore, si tratta di una formazione simile a quella già riscontrata dalle immagini del “Fiore Marziano” pubblicate qualche settimana fa [Spunta un fiore su Marte. Di cosa si tratta?] (ndr: la smentita qui)

A differenza del fiore, che presenta una colorazione chiara, molto più simile al corallo o ad una roccia di tipo calcarea, questo “oggetto” dà l’idea di qualcosa di metallico. Secondo i primi commenti della rete, l’oggetto somiglierebbe alla “testa di un martello”.

Effettivamente, nell’immagine della NASA, sembra vedersi un piccolo piedistallo conficcato nella roccia, con due pezzi lucidi verso l’alto. La parte superiore è a forma di martello, che si può notare anche per il tipo di ombra proiettata sul terreno.

Curiosity ci ha abituati a vedere un sacco di cose strane e ora siamo nuovamente qui a chiederci: ma che cos’è? Una formazione naturale? Un minerale particolare? Un oggetto di metallo? E se tale, di chi è? Chi lo ha messo lì?

Insomma, domande da far venire il mal di capo. E molto probabilmente dovremmo di nuovo sperimentare la frustrazione che sorgerà in noi quando gli “esperti” diranno, che sì, è una formazione particolare, un tipo di minerale, un metallo naturale… Dire tutto, per non dire niente.

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Foto Originale @Nasa: Link