CENTRO UFOLOGICO TARANTO MAGAZINE

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Gli scheletri umani “impossibili” di Guadalupa

0a_00aa_030aguadalupa_1Gli scheletri della Guadalupa sono resti umani ritrovati in quest’ isola delle Indie Occidentali, la loro particolarità è che sono stati trovati lungo una formazione di calcare che secondo la datazione geologica moderna, è di 28 milioni di anni cioè è uno strato del Miocene, molti millenni prima di quando l’uomo moderno apparve sulla terra. Questo ha fatto si che molti studiosi non accettino la datazione di questi scheletri sebbene il dibattito sia ancora aperto. Gli scheletri sono attualmente alloggiati nelle collezioni del British Museum of Natural History.

Proprio al largo della Guadalupa, a est del villaggio di Moule, nelle Indie Occidentali, si trova una formazione  lunga un chilometro di calcare del Miocene, di circa 25 milioni di anni. Ciò è del tutto normale. Tuttavia, la storia ricorda che alla fine dal 1700 molti scheletri umani – tutti indistinguibili da uomo moderno – sono state trovati in questa formazione calcarea. Uno dei campioni estratti,  in una lastra 2-ton, è stato spedito al British Museum nel 1812 ed è stato mostrto al pubblico, ma con l’arrivo della teoria di Darwin, lo scheletro fossile è stato messo nel seminterrato. Questi esemplari sono stati  recentemente riportati all’attenzione dal creazionista di Bill Cooper del libro ( “Fossili umani e il diluvio di Noè”, vol. 5, no. 3, 1983, pp. 6-9).
Tuttavia, la scoperta di questi resti umani è stato ben documentato nella letteratura scientifica e tutt’ora tali fossili sono visibili. Questo però presenterebbe un problema  per la teoria evoluzionistica poichè sarebbe innegabile che un essere umano moderno sia in un “terreno” di 25 milioni di anni prima! Non solo, ma l’uomo non sarebbe nato in Africa, ma bensì nelle Americhe una ventina di migliaia di anni fa.
Anche se pertinenti geologhi datano la formazione di calcare del Miocene , questa si trova 2-3 metri al di sotto di una vecchia barriera corallina di almeno un milione di anni, l’unico modo di comprendere questa grave anomalia geologico o archeologico può essere cercare di capire se veramente la formazione di calcare da cui provengono questi resti è stato veramente così.

Fonte: http://www.oopart.it

Sotto foto di scheletri umani “anomali”

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Barumini: ancora un enigma misterioso

3955-barumini0Barùmini (siamo in provincia di Cagliari) non finisce di stupire. Già il suo nome e il suo territorio sono noti e stranoti in tutto il mondo, sia per il suo monumento plurimillenario della civiltà nuragica, sia per le molteplici impronte del periodo romano (è del settembre scorso l’ultima scoperta di un grande frontale di sarcofago del II secolo d.C. con scritta perfettamente leggibile: due genitori che dedicano l’urna funeraria alla diletta Valeria) e sia per le pagine storiche e artistiche tardo-medioevali legate alla nobiltà dei marchesi Çapata, che accompagneranno Barumini fino al secolo ventesimo. Tutti elementi che stratificano sul già famoso paese della Trexenta un plusvalore di notorietà e di interesse turistico di grande spessore (anche se non sfruttato appieno, purtroppo…). Eppure lo scandaglio ancora non ha toccato il fondo in tema sorprese.

Era l’estate del 2003, quando un operaio edile, scavando nella roccia, con i denti della benna urtò e spaccò in due un sasso di trachite chiara. Il suo occhio fu subito attratto da una forma sferica, una metà della quale era rimasta in una parte del masso e l’altra metà nell’altro pezzo. Scalpellando le due parti della sfera dai due pezzi di pietra e ricomponendole, l’operaio notò che si trattava di una pallina pesante della grandezza di una palla da tennis, all’interno della quale stava un’altra sfera più piccola perfettamente centrata nella prima, dentro la quale si indovinava un’ulteriore sfera granulosa e iridescente, unita saldamente a quella mediana e alla prima esosfera. Una sorta di matrioska a tre strati, insomma.

Il dott. Marco Antognini (a cui il sottoscritto ha chiesto di esaminare il reperto), curatore della parte mineralogica del Museo di storia naturale di Lugano, geologo alla galleria del Gottardo, dopo un esame scientifico, anche se non approfondito, esprime un referto naturalistico, ossia che si tratta di un nodulo polimetallico di origine naturale proveniente da fondali oceanici, globuli che si formano per aggregazione principalmente di manganese, ferro, calcio, stronzio, rame, nichel… senza comunque un apporto antropico. Necessitano comunque altre informazioni per un responso definitivo: natura della roccia incassante, giacitura del reperto, presenza o meno in loco di altri oggetti simili e soprattutto una particolare indagine pedologica della zona. L’età di questo reperto è logicamente la stessa della formazione geologica del 3955-barumini1masso che lo ingloba, in un contesto che racchiude anche numerosissimi fossili marini. Io stesso ne ho trovati molti sia nel comprensorio di Barumini che nei “tacchi” calcarei di Ísili. In particolare un pectinide di oltre 30 cm di larghezza e un bivalve di circa dieci centimetri ai margini della strada per Bau Perdu. Ísili, in provincia di Núoro, si trova attualmente a 523 m/sm, ma nel periodo miocenico dell’era cenozoica o terziaria, 24-14 milioni di anni fa, il mare forgiava quei “tacchi”, e la melma dei fondali, solidificando, incassava per sempre crostacei e bivalvi di vario genere. Barumini e anche Isili, in quel remoto periodo geologico erano ricoperte dal mare. Alla fine dell’ultima era glaciale, dai 7 ai diecimila anni fa, sotto l’effetto dello scioglimento dei ghiacci, il territorio giaceva sotto una coltre di 100 metri d’acqua.

Già l’origine naturale di questo oggetto sferico è affascinante: tutta la Marmilla era mare. Ma restano tuttavia alcuni dubbi sulla sua vera natura, originati dal fatto che sia un esemplare unico e soprattutto che esso mostri come un rigagnolo di metallo solidificato che fuoriesce da un “polo” e corre su un lato, dando l’idea di un versamento di sovraccolmo dall’interno, di fattura non naturale. Esso è inoltre un esemplare unico, incassato in un masso di trachite. Questi particolari accendono una spia importante: e se si trattasse di un manufatto di origine antropica?

Se fosse valida questa ipotesi, si tratterebbe evidentemente di un prodotto artificiale, legittimando le più azzardate fantasie. Per la fabbricazione della sua forma sferica è necessaria una matrice e nozioni fusorie e metallurgiche avanzate, non certo da primitivi. Ma come si concilia la sua età di varie migliaia di anni con l’esistenza dell’uomo nella zona? Chi, quando, come ha potuto costruire questa cosa misteriosa? A che cosa serviva un oggetto del genere? Forse a una misteriosa civiltà che non conosciamo? Da dove sono importati metalli qui inesistenti? Quali mezzi ha dovuto necessariamente usare un ipotetico essere umano per elaborare un tale oggetto? Sono quesiti enigmatici che proiettano violentemente la fantasia fino ai reperti archeologici tuttora inspiegati dalla scienza e addirittura al limitare della mitologia: quale civiltà può aver raggiunto la capacità di produrre un tale manufatto? In quei tempi remoti il continente, la Sicilia con le sue isole e Malta erano terre unite tra loro. Così pure la Sardegna con la Toscana. A Malta, la moderna archeologia subacquea ha scoperto i segni di una civiltà preistorica di cui non si conosce il nome e che non ha lasciato tracce sul terreno. C’è stata pure qui qualche relazione col mondo preistorico sardo? E’ un residuato di qualche ipotetico ciclo di superciviltà umana pre-Genesi? Sono note le fantasie scatenatesi su tale argomento – Nell’Irak e in Egitto sono state trovate lenti di un cristallo molato che solo oggi, a distanza di migliaia di anni, possiamo ottenere usando l’ossido di cesio, il quale si prepara per via elettronica. – All’inizio del XVIII secolo sono state trovate a Istanbul le famose carte geografiche di Piri Reis, comandante delle flotte ottomane: erano copie di altre molto più antiche di oltre diecimila anni, secondo i glaciologi. Sono nella Biblioteca nazionale di Berlino. La topografia dell’interno del continente antartico e perfino l’altitudine delle sue montagne sono esatte. Notare che i monti dell’Antartide furono scoperti e studiati solo nel 1952 e i rilievi possono essere mappati solo da mezzi aerei. – Nel museo di Bagdad sono esposte batterie di pile elettriche a secco, datate a migliaia di anni fa, funzionanti secondo il moderno principio di Galvani. – Sugli altipiani peruviani sono stati trovati monili di platino, e il platino fonde e si lavora solo a 1800° gradi, cosa possibile solo con tecniche moderne. – La prova del carbonio 14 assegna ai ciottoli di Lussac-le-Châteaux del Museo dell’Uomo a Parigi, la data di 15.000 anni. Siamo quindi nel periodo magdaleniano, eppure essi indossano abiti e scarpe di foggia moderna. – A 4.000 metri di altitudine nelle Ande peruviane esiste un calendario intagliato in un masso vulcanico, nel quale è indicata la durata dell’anno fino a quattro simboliche cifre decimali, con gli equinozi, le stagioni astronomiche e i movimenti della Luna. – Nel 1900 sono stati ripescati vicino all’isola di Antikytera misteriosi frammenti meccanici anteriori alle civiltà finora conosciute, frammenti che secondo gli esperti sarebbero pezzi di un calcolatore scientifico (cfr. Nous ne sommes pas les premiers, Andrew Thomas, ed. Albin Michel). Aggiungiamo i misteri delle piramidi, dei giganteschi disegni sulla superficie del deserto di Nazca, degli atlantidi di Platone… Un quadro ipotetico in cui, cadendo le risposte di carattere scientifico-naturalistico, si potrebbe collocare anche questo “enigma”. E la “leggenda” di Barumini continua.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com/news.asp?ID=3955

La pietra circolare dell’Arizona che lascia perplessi gli archeologi

3793-aaaaarizona1Sierra Vista – Un altro misterioso disco di pietra è stato dissotterrato in questa città dell’Arizona.

L’oggetto, trovato da Jim Kidd, non sembrerebbe avere valore archeologico o paleontologico. Può essere una ruota pietrificata, lasciata dagli UFO? Lo scopritore sfida gli esperti a scoprirlo. Kim abita nei pressi di un villaggio preistorico, recentemente scoperto nel deserto, tra la Golf Link Road ed il Buffalo Soldier Trail.

Il 21 dicembre scorso, Kim ha letto sull’Herald Review che era stato scoperto, tra le pietre di quel villaggio, un disco perfetto, sicuramente realizzato a mano. La maggior parte degli archeologi lo classifica come “oggetto rituale”, senza riuscire però a spiegarne l’uso.

Allora Kidd ha mostrato al giornale un altro disco simile, in suo possesso sin dal 1982, quando l’aveva trovato a Tombstone, dove aveva comprato una casa, insieme alla moglie (oggi defunta). “Nelle fondazioni di quella casa, trovai quest’oggetto misterioso”, ha dichiarato Kidd in un’intervista dell’8 gennaio scorso. “Lo usavamo come fermaporta e non ho la minima idea di quali fossero le sue origini”.

Nel 1996, un professore di geologia del Mount Holyoke College, a South Valley, nel Massachussets, vide le foto dell’oggetto e scrisse a Kidd: “Sono sicuro che non si tratti d’un fossile. Mi sembra piuttosto una ruota di gomma, o comunque una composizione circolare di gomma, che sia rimasta al sole troppo a lungo”.

Kidd riconosce che l’oggetto somiglia ad una ruota d’un giocattolo, anche per i ssegni che reca incisi. Inoltre dice che l’oggetto ha la classica forma che si attribuisce ai dischi volanti, anche se non crede a tale ipotesi.

I paleontologhi del Museo del Nord Arizona gli hanno confermato che non si tratta d’un fossile.

Un vulcanologo dell’Università del Nord Arizona non gli ha saputo dare ulteriori chiarimenti.

Ha parlato con altri esperti e altri professori, portando loro anche frammenti da esaminare, sempre senza ottenere risposte.

“Né io né mia moglie abbiamo mai trovato qualcuno che sapesse spiegarci la natura dell’oggetto”, dice Kidd.

L’oggetto è strano: molto pesante, per le sue dimensioni. Un vecchio minatore di Tombstone voleva romperlo a metà, per vedere se caso mai contenesse una pepita d’oro. “Pesa circa nove chili ed ha 25 cm di diametro, ma dicono che non contiene nessun metallo”, dice Kidd, “Ci sono alcune macchiette verdi, devono essere caduti quando ho ridipinto la casa”.

Kidd, che oggi ha 82 anni, è un fotografo. Si arruolò in Marina a 17 anni, fu combattente durante la seconda Guerra Mondiale, in Corea e nel Vietnam, e si è ritirato in pensione dal 1973.

Fonte http://www.laportadeltempo.com/news.asp?ID=3793

La decodifica dei cieli: la soluzione del mistero del primo calcolatore al mondo

14681473784573f62859f3e978912666_orig1Le scoperte archeologiche sorprendenti, quelle che trasmettono persino all’archivista più noioso fantasticherie circa gli astronauti e gli antichi viaggiatori del tempo, sono purtroppo molto rare. C’è una colonna di ferro a Delhi eretta intorno al 900 a.C., che si è arrugginita solo pochissimo; la cosiddetta “batteria di Bagdad„ – un vasetto del periodo Sassanide che può essere (o no?) una pila elettrochimica, benchè sia difficile da sostenere, poiché non ha in nessun posto i contatti a cui attaccarsi. Ma ci sono alcuni piccoli appigli.

L’unico oggetto con una fama rispettabile per avere rovesciato le conoscenze stabilite è il meccanismo di Antikythera, un pezzo di bronzo corroso di 2.000 anni che è la parte più impressionante d’un movimento a orologeria, precedente al sec. XVIII, che possediamo.

Nel 1901, una squadra di subacquei greci, pescatori di spugne stava studiando un antico relitto fuori dal litorale di Antikythera. Insieme a statue di bronzo e ad altri oggetti che risultarono utili per la datazione della nave, si trovarono alcuni bei pezzi di calcare verdastro incrostato, da cui, in modo intrigante, spuntavano delle specie d’ingranaggi.

Ciò avrebbe dovuto, per così dire, far suonare i campanelli di allarme: sino a quel momento si era pensato che l’intera tradizione dell’orologeria europea provenisse dall’Arabia del sec. X; la fioritura di quest’arte nel XV secolo aveva ispirato le idee meccanicistiche di Cartesio e di Laplace, che, a loro volta, gettarono le basi per i trionfi tecnologici dei secoli seguenti. In altre parole, quei pochi denti avrebbero potuto causare un ribaltamento importante nella storia del pensiero.

Invece, quei bei pezzi furono lasciati per parecchi anni in una cassa fuori del Museo Archeologico nazionale di Atene. A contatto con l’aria, l’acido cloridrico ha cominciato a formarsi intorno ai frammenti rimasti, mangiando via i loro meccanismi. Per il momento in cui chiunque avesse voluto controllare il dispositivo, avrebbe visto con molta difficoltà che cosa potesse essere stato. La storia di come è stato trattato questo reperto, nel corso degli ultimi 50 anni, è il tema principale del libro divertente di Jo Marchant.

La scelta di mettere a fuoco quest’aspetto del soggetto potrebbe essere un errore, ma comunque il racconto scorre molto bene, come potrete indovinare. Tutto è cambiato con i miglioramenti della tecnologia dell’immagine 3D – essenzialmente le cosidette Cat scans, “scansioni di gatto” – unite con l’intuizione degli eruditi relative al meccanismo ad orologeria. Non ci sono molte possibilità di alleggerire l’esposizione, benchè Marchant ci provi con una certa abilità. Michael Wright, uno studioso britannico, ha distrutto la propria salute, il proprio matrimonio ed il lavoro provando a ricostruire il dispositivo con la sua intelligenza meccanica. Quando si è trovato battuto da un produttore cinematografico di documentari, che ha utilizzato l’apparecchiatura di flash-tomografia, si è rivolto dalla parte del suo rivale per esprimerequella che un testimone ha definito: “mezz’ora di collera continuamente controllata„. Sapendo ciò che ha passato, non so dargli colpa.

Tuttavia, malgrado tali intense passioni, i partecipanti al dramma di Marchant rimangono per lo più anonimi. Una breve citazione per suggerire il tono di voce ed il carattere abbozzato attraverso un cliché: “Field era un erudito attento, ferocemente fiero del suo PhD„; “Agamemnon è… un grande ma dolce orso di un uomo„ ecc. Si ricava un’impressione di tenera e voluttuosa ansia, come se Marchant avesse pensato che i suoi intervistati si potessero rivoltare, a meno che fossero ritratti come eroi.

Nulla di questo distrae dall’interesse principale: il dispositivo. Marchant lo chiama un computer, il che sembra un’esagerazione, poiché non era in alcun senso programmabile, ma era senz’ombra di dubbio un oggetto incredibilmente brillante. Un calendario meccanico, che forniva le posizioni delle stelle, molto possibilmente le previsioni delle eclissi e potrebbe, in modo piuttosto non convenzionale per il tempo, porre il sole anziché la terra al centro dell’universo.

Michael Wright crede che il dispositivo originale possedesse 72 ingranaggi. Quelli che sopravvivono sono così piccoli e perfettamente modellati, per non dire che sono organizzati in un così elegante un meccanismo, da suggerire una tradizione matura nei lavori di orologeria, che non è sopravvissuta. Il bronzo era un prodotto limitato, spesso riciclato. Gli scrivani medioevali hanno teso a copiare soltanto quei trattati degli antichi che riuscivano a capire. In questo modo, i vertici di ingegnosità umana retrocedono. Qualsiasi altra cosa potessero aver detto gli antichi creatori, il meccanismo di Antikythera ci offre un messaggio di chiarezza e di conforto, per la nostra età tecnologica.

Articolo (in inglese) su http://www.telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/4174865/Decoding-the-Heavens-Solving-the-Mystery-of-the-Worlds-First-Computer-by-Jo-Marchant—review.html

Trovata una roccia del Paleozoico con all’interno delle…viti?

Nel mese di Agosto del 2003, è stata trovata al di fuori della città di Mosca (Russia) un pezzo di roccia che sembrava avere due oggetti incorporati, che avevano l’aspetto di viti. Il pezzo è stato parzialmente esaminato. Si suppone appartenga all’Era Paleozoica (da 570 a 246 milioni di anni fa), per cui la presenza di questi strani oggetti è impossibile datarli in ordine cronologico, a meno che non si accetti la natura stravagante come origine (speculando, ad esempio, che siano alcuni gusci di molluschi). La scoperta è stata segnalata dalla edizione russa del giornale “La Vita”, dal quale la notizia è balzata negli elenchi internazionali degli OOPARTs, finora identificati come tali.  E’ stato ipotizzato che la

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roccia fosse di origine extraterrestre, un meteorite che è arrivato sulla Terra, ma non vi è alcuna prova conclusiva che questo oggetto sia di origine cosmica. Alcune fonti hanno incominciato a dubitare sulla autenticità di questo OOPART, anche se attualmente ci sono scarse informazioni su di esso.

Fonte: http://galeriaooparts.blogspot.com/

Sotto ingrandimento del presunto OOPART

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Nota Redazione CUT (Centro Ufologico Taranto), la notizia può sembrare davvero interessante, vista la foto. Ma l’immagine non è molto definita e può quindi riferirsi a qualcosa di più naturale. Ebbene si, nell’Era Paleozoica (è questa l’età del presunto OOPART) esistevano degli animali che avevano la forma caratteristica di…viti. Erano dei Briozoi che venivano denominati “Archimedes”. Erano colonie ramificate in cui si trovavano gli animali, con rami collegati fra loro da barre trasverse. La caratteristica forma a vite rende (tutt’oggi) questo genere di fossili ben riconoscibile. Quindi misteri svelato? Può darsi.

Ecco sotto il fossile dello “Archimedes”

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Uno scienziato accende il computer inventato dai Greci 2000 anni fa

MILANO – Un misterioso congegno meccanico simile ad un orologio. Venne scoperto nel 1901 da alcuni pescatori nelle acque vicino a Antikythera, un’isolotto sperduto nel Mar Ionio della Grecia. Sembrava soltanto un blocco di ruggine agli occhi degli archeologi, che non diedero tanta importanza allo strano reperto ripescato da un veliero affondato. Quando però lo strano oggetto si ruppe nelle stanze degli archivi del Museo di Atene dov’era custodito vennero alla luce delle ruote dentate – gli scienziati si accorsero subito di essere di fronte a qualcosa di molto particolare. Era stato trovato il più vecchio “elaboratore” del mondo. Secondo gli scienziati del tempo il meccanismo di Antikythera era stato costruito per effettuare complicati calcoli astronomici: dal moto del Sole e della Luna nello Zodiaco a quello dei pianeti, ma anche per determinare le eclissi.

COPIA ESATTA – Si calcola che il meccanismo sia stato costruito 150 anni prima della nascita di Cristo. E’ composto da una trentina di ingranaggi in bronzo con una sottile dentatura. Gli archeologi parlarono di un capolavoro dell’ingegneria, uno straordinario reperto di tecnologia antica. Poi per un secolo più nulla. Ora, Michael Wright, ex curatore della sezione di Ingegneria Meccanica del Museo delle Scienze di Londra, ha ricostruito l’antico apparecchio. Una copia esatta: con le stesse dimensioni, gli stessi materiali riciclati. Insomma, quasi come l’originale. E la cosa incredibile è che questa copia – teoricamente – funziona nello stesso modo dell’originale. In un video pubblicato su YouTube nei giorni scorsi, ripreso dai maggiori blog e riviste tecnologiche, il ricercatore spiega il funzionamento del computer Antikythera.

PREVISIONI – I comandi, dice Wright, sono relativamente semplici: girando una manopola, posta sul lato dell’oggetto, è possibile scorrere i quadranti sovrapposti e, dalla combinazione di questi, prevedere i vari eventi astronomici. Basandosi sui modelli dell’antica Grecia si possono anche raffigurare le posizioni dei vari corpi celesti. Sulla parte davanti di questo blocco di bronzo era possibile notare delle iscrizioni del calendario greco ed egizio mentre le lancette mostravano le posizioni della Luna e degli allora cinque pianeti conosciuti. Sul retro, invece, due indicatori: uno mostrava un calendario di 19 anni e le Olimpiadi e il secondo quando ci sarebbero state eclissi di Luna e solari.

ZONE D’OMBRA – Da decenni il meccanismo di Antikythera non ha mancato di suscitare impressione ed interrogativi presso molti studiosi. La sua reale funzione è rimasta sconosciuta per lungo tempo, il suo utilizzo e fino ad oggi stato chiarito solo in parte. Infatti, ci sono ancora molte zone d’ombra sul funzionamento di questo strumento. Nel frattempo si sa che le poche incisioni decifrate sono una sorta di guida pratica.

Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_dicembre_18/Antikythera_grecia_elmar_burchia_cb3dca1c-ccf0-11dd-95df-00144f02aabc.shtml

Sotto alcune immagini del computer di Antikythera

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Sopra il meccanismo originale

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Sopra il meccanismo ricostruito dagli scienziati

OOPART: trovato un orologio in una tomba cinese di…400 anni fa?

1462087Premessa doverosa, quello che vi mostriamo è solo un articolo apparso sull’agenzia di stampa “Ananova”. Il CUT è molto prudente su questa presunta scoperta e la prende per le pinze. Viene mostrata solo per dovere di cronaca.

Archeologi in Cina sono perplessi dopo aver riscontrato un orologio svizzero in una tomba vecchia di 400 anni. L’orologio anello è stato scoperto quando gli archeologi, assieme a due giornalisti, erano intenti a girare un documentario nella città di Shangsi. “Quando abbiamo tentato di rimuovere il terreno attorno alla bara, un pezzo di roccia è caduto di colpo fuori e ha colpito il terreno con un suono metallico”, afferma Jiang Yanyu, ex curatore del Guangxi Autonomous Region Museum. “Abbiamo raccolto l’oggetto e si è trovato un anello. Dopo aver rimosso la copertura del suolo ed esaminato ulteriormente, ci siamo sconvolti nel vedere che era un orologio.” Il tempo era fermo alle ore 10:06 antimeridiane e sul retro è incisa la parola “Swiss” (Svizzera). Esperti locali dicono che sono confusi in quanto credono che il sepolcro è rimasto indisturbato fino a quel momento ed è stato creato durante la dinastia Ming circa 400 anni fa. Essi hanno sospeso gli scavi, in attesa di esperti che arriveranno da Beijing e aiuteranno loro a svelare il mistero.

Fonte (in inglese) http://www.ananova.com/news/story/sm_3122542.html

Un clamoroso “OOPART” in una rivista scientifica del 1836!

ESCLUSIVA NAZIONALE

L’affascinante tema degli OOPARTs (Manufatti fuori tempo e luogo) attrae molti cultori e appassionati del mistero delle origini e delle conoscenze scientifiche delle antiche civiltà. Ci sono reperti che ancora non hanno una spiegazione. E’ il caso di una iscrizione su un blocco di marmo, rinvenuto a Filadelfia nel 1830. In breve il racconto del ritrovamento, come viene descritto da Michael Cremo, nel suo libro “Forbidden Archaeology”: “Un gruppo di operai mentre stavano segando un blocco di marmo, notarono una specie di incavo rettangolare lungo circa 4 centimetri e largo circa uno e mezzo, costituito a caratteri a sbalzo. Questo incavo rettangolare fu trovato a circa 18/20 metri di profondità. Parecchi gentiluomini rispettabili della vicina città di Norristown, Pennsylvania, furono chiamati sul posto ad esaminare l’oggetto”. Fin qui la descrizione sommaria di Cremo sul suo libro. Ma ci sono ulteriori novità che il CUT (Centro Ufologico Taranto) vi mostra in esclusiva nazionale. Dopo una attenta ricerca siamo riusciti a trovare che la scoperta è reale ed è stata inserita nel 1836, nella prestigiosa rivista accademica francese “Academie Des Sciences”, a pagina 205. Vi si leggono cose inedite. Primo, la scoperta è stata divulgata da un professore di Geologia, M. Brown; secondo, il reperto è stato scoperto all’interno di una cavità rivestita di materiale nero pulverulento, che ricorda il carbone primitivo (ndr il reperto ha circa 300 milioni di anni?), terzo, e non meno importante, i caratteri ritrovati sono molto simili a due lettere ebraiche! Davvero sensazionali e sconvolgenti queste dichiarazioni, per di più apparse in una rivista scientifica accademica francese del 1836. Quindi ciò dimostra come minimo che non sia un falso. Siamo lieti di riproporre qui l’articolo in francese dell’Accademia delle Scienze, con il disegno del reperto.

UNO STRANO PENDAGLIO CHE SOMIGLIA A UN…UOMO SPAZIALE

ESCLUSIVA NAZIONALE

La storia antica (e non solo) è piena di misteri, enigmi e bizzarrie. Queste anomalie hanno fatto nascere numerose branche del sapere “eretico”, che hanno accresciuto il diritto di sapere di molti appassionati e studiosi, i quali si domandano spesso “…ma è tutto merito dell’Homo Sapiens?“. Alcuni reperti affascinanti che fanno riflettere e dei quali si parla poco sono i cosidetti “OOPARTs”, acronimo di “Out of Place Artifacts”, manufatti fuori tempo e luogo, manufatti che “non dovrebbero esistere” per il cosidetto “Establishment” accademico, reperti che fanno presuppore che civiltà antiche avessero conoscenze tecnologiche evolute per l’epoca, conoscenze che, secondo alcuni ricercatori, è arrivata dall’aiuto di civiltà extraterrestri, le quali sarebbero (il condizionale è d’obbligo) i veri “padri” dell’Homo Sapiens. Il reperto che vi mostriamo in esclusiva nazionale e che non è stato (a quanto pare) divulgato da altro centro di studio ufologico nostrano è contenuto nel “The Metropolitan Museum of Art” di New York. Qui sono contenuti reperti di tutte le epoche storiche, per quanto concerne l’arte, l’architettura e la scultura. L’oggetto in questione (che notate sotto) è definito “Ciondolo Uccello” (Bird Pendant).

Risale al periodo storico che va dal 1° Secolo al 5° Secolo A.D. (Anno Domini). E’ stato rinvenuto tra Guanacaste e Nicoya (Costarica). Secondo i curatori del museo rappresenta un uccello stilizzato, ma cosi stilizzato che ha un solo occhio, uno strano copricapo (casco?), orecchie promimenti che invece che ad un volatile rassomiglia a un guerriero o astronauta. La parola astronauta (“spaceman“) è riportata anche nel particolare link del Museo che parla del reperto http://www.metmuseum.org/toah/ho/05/cac/ho_1993.114.htm . L’enigmatica statuina è alta 16,5 centimetri. Quanti misteri riservano ancora le Antiche Americhe, quanti misteri riserva il mondo delle civiltà antiche del globo in cui viviamo? Secondo tante leggende, tramandate di civiltà a civiltà, l’uomo è nato da un “Uovo Celeste” disceso dal cielo, dal cui interno sarebbero usciti i nostri Creatori. Solo leggende?

Antonio De Comite

Coordinatore CUT (Centro Ufologico Taranto)