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Homo Naledi, Un Nuovo Gradino Nell’ Evoluzione

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Una scoperta senza precedenti nella storia della paleontologia. Un cugino lontano dell’uomo. Fratello, se guardiamo i suoi piedi che hanno meravigliato i ricercatori: sono quasi identici ai nostri. Un ritrovamento che potrebbe far riscrivere la storia dell’evoluzione della nostra specie.

Homo naledi. Si chiama così questo ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso. Non molto alto, piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell’Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni.

National Geographic. I resti dell’Homo naledi sono stati rinvenuti in Sudafrica e hanno convinto gli studiosi a inserirlo nel genere di cui noi stessi facciamo parte. L’annuncio dell’incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic.

Senza età. È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1.500 frammenti di ossa, ancora da datare. Erano in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci, e addirittura solo con le braccia alzate sopra la testa. Era una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità”, vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti.

Un gruppo. I frammenti di questa nuova specie recuperati finora appartengono ad almeno 15 individui, tutti Homo naledi, e si pensa che ce ne siano molti altri da recuperare. “Abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo”, dice il paleontologo Lee Berger, della National Geographic Society, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero. “Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell’uomo”, ha detto Berger.

Cugino dell’uomo. “Complessivamente, Homo naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo”, spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell’articolo che descrive la nuova specie, “ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un’arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello”. Secondo i ricercatori, Homo naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili.

Mani e piedi. Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come Homo habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: “Le mani appaiono adatte all’utilizzo di utensili”, dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l’anatomia della nuova specie, “ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi”. Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché “sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno”, aggiunge William Harcourt-Smith del Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate. “La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo naledi da tutte le specie finora conosciute”, commenta Berger.

L’homo naledi “capovolge quello in cui i paleontologi credevano e cioè: l’uomo che camminava eretto aveva perso la capacità di arrampicarsi sugli alberi “, chiarisce Damiano Marchi, antropologo all’università di Pisa, il solo italiano nel team. “Abbiamo trovato una nuova specie umana che potremmo collocare alla base del nostro genere che aveva entrambe queste caratteristiche”

Scoperta nella scoperta. È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l’aspetto più straordinario della scoperta: Homo naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l’Homo sapiens). Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo. “Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie”, assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell’articolo che descrive il contesto della scoperta. “Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c’erano praticamente solo resti di Homo naledi”.

Defunti sepolti. Gli unici elementi fossili non appartenenti all’ominide (una dozzina di elementi su oltre 1.500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali. Le ossa di H. naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d’acqua. “Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi”, dice Lee Berger, il capo della spedizione: “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti” e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell’Homo sapiens.

Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. “Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti”, conclude Berger. “Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù”.

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Addio Venezia e Miami: Arriverà il nuovo diluvio

Di ritorno dal Polo Sud e di passaggio a Roma per il Festival delle Scienze il professor PeterWard, star della paleontologia, riassume le sue idee sulla Terra con una metafora immobiliare: «Se dovessi comprare casa, non lo farei mai a Venezia e tanto meno in Bangladesh ed escluderei anche tutte le “terre basse”». Di catastrofi nemastica, perché è considerato uno dei grandi esperti di estinzioni e i suoi ultimi saggi sono come un pendolo che oscilla tra il passato remoto del Pianeta, antico almeno 4 miliardi e mezzo di anni, e il futuro prossimo. In poche parole, se ciò che ci sta alle spalle fa venire i brividi – almeno 5 cancellazioni di massa che hanno ridotto ogni volta la vita al lumicino – quello che ci aspetta è perlomeno problematico.

Professore, lei ha scritto «The Flooded Earth», la Terra sommersa, e prevede niente meno che un secondo diluvio: nella sua distopia immagina, tra l’altro, una Miami del 2120 diventata un’isola senza legge e le ultime terre fertili del Midwest trasferite nel 2515 in una repubblica chiamata «Antarctic Freehold State». A meno che non si prendano misure drastiche, aggiunge lei. Ma i critici sostengono che la lettura del saggio sia deprimente, forse troppo.
«Posso dirle che ho lavorato nell’Antartico negli ultimi 3 anni e tra 3 settimane ci tornerò. Cerco di capire la velocità con cui lo strato dei ghiacci si sta sciogliendo e allo stesso tempo le varie fasi di riscaldamento globale che si sono verificate nel passato, quelle che ho raccontato in un altro libro, “Under a Green Sky”».
E qual è la sua conclusione?
«Molte zone dei cinque continenti che si trovano vicino alle coste sono in pericolo, comprese quelle che ospitano grandi aeroporti, come a San Francisco. Mi impressiona che nella mia città, Seattle, sia stato costruito un tunnel per il traffico basato sulla previsione di una crescita massima del mare di mezzo metro nel prossimo secolo, ma se il livello dovesse salire di un metro e mezzo…».
E’ questo lo scenario più vicino alla realtà?
«E’ proprio il “near term” – il breve periodo – a essere problematico: se la popolazione mondiale si avvicina ai 6.5 miliardi e se nei prossimi 50 anni salirà fino a 9 e se, nello stesso periodo, i mari saliranno di mezzo metro e poi di 1 e mezzo entro il 2100, da dove arriverà il cibo?».
Dovremo dire addio a tante pianure che ci garantiscono mercati e supermarket pieni?
«E’ incredibile quanto cibo sia prodotto nelle “terre basse”, come in Asia: la maggior parte del riso proviene dai delta, dove i fiumi si gettano nell’oceano. Ma non appena i mari si alzeranno, quelle zone verranno cancellate. La mia equazione è quindi la seguente: “Troppi esseri umani più acqua in veloce ascesa uguale scarsità di cibo”. Il mio libro cerca di capire quanto rapidamente questo avverrà».
Lei descrive una catastrofe quasi inevitabile, ma le contromisure? Può spiegarle?
«Penso che i problemimaggiori siano oggi in Cina e in India e siano legati alle loro emissioni inquinanti e gli effetti si vedono proprio nell’Antartico, con enormi distese di “icesheets” che stanno svanendo. Sono loro che custodiscono il destino dell’umanità: che cosa succederà, per esempio, se dovremo trasferire strade, aeroporti e tante altre infrastrutture? Ci vorranno spaventose quantità di denaro, eppure il metro e mezzo in più del livello dei mari potrebbe non essere l’ultimo scenario. Anzi. Ci potrebbe essere un’accelerazione a 3 metri entro il 2200, fino a un massimo di 5-10. Allora tutte le città costiere sarebbero a rischio».
E i famosi Protocolli anti-emissioni, da Kyoto a Copenhagen? Servono a qualcosa?
«In realtà non funzionano. Come posso dirlo in modo diplomatico? Negli Usa i repubblicani – che si rivelano “brainless”, senza cervello – non permettono di fare nulla di efficace contro il riscaldamento globale. Il buon senso rimane all’Europa, che ora – credo – ha in mano i destini del mondo».
Quante probabilità abbiamo di scongiurare il «diluvio»?
«Sono pessimista sulla possibilità di fermare l’innalzamento dei mari nel prossimo secolo, ma sono ottimista sull’intelligenza della nostra specie
e sulla capacità di affrontare il problema. L’aumento dei mari è così graduale che, di per sé, non uccide
nessuno, la fame, invece, sì. Che cosa succederà quando il Bangladesh, con il doppio della popolazione attuale, perderà un terzo del territorio? Dove andrà tutta quella gente? Sono quindi immaginabili giganteschi esodi, con una fuga nelle zone
dove ci siano ancora acqua potabile e terre da coltivare».
Lei studia le estinzioni dimassa che hanno segnato la Terra: si preannuncia una sesta, provocata non più dalla naturama dall’uomo?
«In realtà è diverso. L’umanità si sta costringendo a quella che definisco una “mortalità di massa”. Ci aspettano tempi duri: negli Anni 70 molti studiosi e organizzazioni sollevavano la questione del boom della popolazione: spiegavano che eravamo troppi ed eravamo “solo” 4 miliardi. Eppure, adesso che ci avviciniamo al doppio, non si sente più alcun allarme, anche se non c’è dramma peggiore». Boom della popolazione, scioglimento dei ghiacci, accelerazione del riscaldamento globale: secondo le sue ricerche sulla Terra prima dell’uomo, ogni impennata delle temperature è stata segnata dalla brusca crescita di un gas tossico – il solfuro di idrogeno – che ha asfissiato la maggior parte delle creature.
E’ una prospettiva che si ripeterà sul lungo termine? Siamo seduti su una bomba a orologeria?
«Certo che la bomba a orologeria esiste. Naturalmente non mi riferisco alle profezie che vanno per la maggiore e che sono stupidaggini, come quelle dell’asteroide che ci annichilirà. Il pericolo finale – che ho descritto nel saggio “Under a Green Sky” – è invece rappresentato dalle conseguenze dell’effetto serra: se l’equilibrio energetico della Terra muta, con l’Artico e l’Antartico che si riscaldano più velocemente rispetto all’ Equatore, si riduce progressivamente la circolazione delle correnti oceaniche, finché queste si bloccano irrimediabilmente. E’ allora che ha inizio il processo che scatena la produzione di solfuro di idrogeno e distrugge l’ossigeno indispensabile alla vita. Questo è il punto, anche se fortunatamente si tratta di una prospettiva in là nel tempo, tra 5-10mila anni o forse 100mila. Il pericolo imminente e che riguarda il prossimo secolo – ripeto – è piuttosto la crescita dei mari indotta dall’umanità: ciascuno di noi è diventato un piccolo vulcano artificiale che getta nell’atmosfera troppa CO2.»
Se questi sono gli allarmi, perché gli scienziati non riescono a intercettare l’attenzione dell’opinione pubblica? In che cosa sbagliano?
«Hanno il peso di una grande responsabilità e hanno fallito nel parlare all’opinione pubblica. Noi scienziati siamo colpevoli di parte del male che sta accadendo. Faccio un esempio: nelle università americane esiste il meccanismo del “tenure”, che prevede la valutazione del lavoro di un professore dopo un periodo di 7 anni. E’ incredibile che si venga giudicati solo per gli articoli “tecnici”: quelli divulgativi rivolti al grande pubblico non contano nulla. »

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Così la fine dei dinosauri creò i super-mammiferi

C’è un mistero che riguarda un momento dell’evoluzione dei mammiferi terrestri, dei quali fa parte anche l’uomo. Dopo circa 145 milioni di anni da quando comparvero sulla Terra essendo per tutto quel periodo rimasti di piccole dimensioni, improvvisamente, dopo una decina di milioni di anni dalla scomparsa dei dinosauri, divennero dei giganti. Ora, una ricerca condotta dalla National Science Foundation, ha scoperto come sia potuto avvenire ciò: una volta estinti i dinosauri e dopo che i mammiferi presero piede sul nostro pianeta, quelli che conquistarono territori freddi e con estensioni immense diventarono via via sempre più grandi fino a sviluppare forme ciclopiche. L’Indri-cotherium tran-souralicum ad esempio, un erbivoro che assomigliava ai rinoceronti dei nostri giorni, anche se non possedeva le corna, circa 34 milioni di anni fa arrivò al punto di raggiungere sei metri d’altezza, come una giraffa dei nostri giorni, e un peso di 17 tonnellate. L’eobasileo invece, aveva un corpo lungo tre metri e alto un metro e mezzo alla spalla e aveva un muso dotato di ben sei corna simili a mazze che venivano usate durante i combattimenti contro i predatori.

Basato su una enorme quantità di dati raccolti su tutto il pianeta, in particolari sui denti fossili che più di ogni altra parte del corpo è legata alle dimensioni dell’animale, la ricerca ha dimostrato come esista una stretta relazione tra ambienti ecologici ed evoluzione che influisce sulle specie indipendentemente dalla loro storia evolutiva precedente.

“I mammiferi passarono da poco più di dieci chili, quando vivevano con i dinosauri, fino a 17 tonnellate dopo alcuni milioni di anni e questa crescita è avvenuta quasi contemporaneamente su tutto il pianeta interessando tutti i mammiferi, indipendentemente dalla loro dieta”, ha spiegato Felisa Smith, della University of New Mexico, che ha coordinato i lavori. Secondo Smith i mammiferi iniziarono ad aumentare la loro stazza circa 55 milioni di anni fa per raggiungere dimensioni massime durante l’Oligocene (circa 34 milioni di anni fa) e questo avvenne soprattutto in Eurasia, ossia la regione del mondo che comprendeva l’attuale Europa e l’Asia.

E di nuovo ebbe un secondo picco nel Miocene, circa 10 milioni di anni fa, che interessò i mammiferi dell’Eurasia e dell’Africa. “Climi freddi e grandi aree su cui poter vivere furono i fattori vincenti per i mammiferi”, sottolinea Smith.

Questa nuova scoperta confermerebbe l’ipotesi avanzata un paio di anni fa, secondo la quale, contrariamente a quanto pensato fino ad allora, non fu la fine dei dinosauri in sé e per sé a permettere ai mammiferi di accrescersi, ma gli habitat dove essi andarono a vivere. John Gittleman, della Univeristy of Georgia infatti, aveva dimostrato con una pubblicazione apparsa su Nature, che dopo la scomparsa dei grandi rettili, avvenuta 65 milioni di anni fa, vi fu un lungo periodo di almeno una decina di milioni di anni, durante i quali i mammiferi rimasero con dimensioni simili a quelle che possedevano precedentemente. Furono gli uccelli infatti ad esplodere in dimensioni in quell’arco di tempo, tant’è che molti persero la capacità di volare.

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Da anticipare di tre milioni di anni l’inizio del cammino dell’uomo

La divergenza evolutiva tra esseri umani e scimpanzé dev’essere datata a 8 milioni di anni fa invece che a 5 milioni di anni fa, secondo un nuovo modello statistico elaborato da Robert D. Martin e colleghi del Field Museum i cui risultati sono riportati sulla rivista Systematic Biology.

La nuova stima, che secondo gli autori dovrebbe consentire di reinterpretare i passi salienti dell’evoluzione dell’essere umano, è stata ottenuta integrando studi di matematica, di antropologia e di biologia.

Il confronto dei DNA di diverse specie animali permette com’è noto di seguire l’evoluzione di particolari geni determinando in particolare in che modo si siano separati i diversi rami filogenetici. Ma l’informazione molecolare non fornisce una scala temporale di quando sono avvenute tali divergenze. L’analisi dei resti fossili, d’altra parte, è l’unica fonte d’informazione diretta sulle specie estinte da molto tempo, ma le lacune nelle registrazioni fossili possono rendere tali informazioni difficili da interpretare.

Per molto tempo, i paleontologi hanno stimato, sulla base delle prove fossili, che le origini dell’uomo fossero da collocare temporalmente tra 5 e 6 milioni di anni fa. Considerando tutte le specie di primati attuali, i resti fossili e le analisi genetiche, i modelli al computer suggeriscono un arco temporale più lungo per la nostra evoluzione. Grazie a questa nuova analisi, le lacune nelle registrazioni fossili potrebbero essere colmate con metodi statistici.

Un esempio di simili discrepanze è rappresentato da un cranio fossile scoperto in Ciad agli inizi degli anni 2000. Il reperto della specie Sahelanthropus tchadensis ha suscitato molto interesse per le sue caratteristiche umane ma è stato datato a 7 milioni di anni fa, prima quindi dell’inizio dell’evoluzione umana generalmente accettato.

Un’altra questione dibattuta riguarda il più antico antenato comune degli attuali primati, vissuto, secondo un risultato pubblicato su Nature nel 2002, circa 85 milioni di anni fa. Ciò implica che i proto-primati si siano evoluti per 20 milioni di anni circa prima dell’estinzione dei dinosauri, contro la nozione comune secondo cui i mammiferi non avrebbero ottenuto un successo evolutivo prima della scomparsa dei grandi rettili.

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Geoglifi Scoperti in Amazzonia

La nostra Terra non smette mai di sorprenderci. Tanti misteri sono ancora sepolti, e molti che nemmeno immaginiamo. Gli ultimi della serie vengono dalla grande Terra di Amazzonia, che nel meraviglioso e immane groviglio della foresta che la ricopre, nasconde a quanto pare tesori inimmaginabili. Non sono famosi ne’ belli come quelli di Nazca, ma i geoglifi (disegni sul terreno grandi centinaia di metri quadrati e visibili solo dal cielo) scoperti nello stato amazzonico di Rondonia, nel Brasile nordoccidentale, infatti, sono anch’essi un mistero. I cinque nuovi geoglifi sono stati individuati nei giorni scorsi durante la costruzione di una strada. I geoglifi appena scoperti, come in generale tutti quelli della Rondonia, sono forme geometriche perfette, solitamente trapezi, rettangoli, quadrati o cerchi (a volte concentrici), di un centinaio di metri o piu’ di lato, tracciate sul terreno attraverso fossi profondi anche due metri.

Molti sono stati scoperti solo quando il disboscamento della regione li ha fatti emergere dalla foresta che li aveva coperti. Altri erano usati dagli contadini locali come pascoli per il bestiame, gia’ perfettamente delimitati. A livello del terreno e’ difficile apprezzarne le caratteristiche, ma dall’alto sono forme estremamente affascinanti. Da quando sono stati identificati i primi, intorno al 1970, ne sono stati scoperti oltre 300, su una fascia di quasi 500 chilometri. Non si sa ancora assolutamente nulla della cultura che li ha prodotti, e non e’ stato trovato nessun altro indizio archeologico nella zona, il che rende impossibile anche datare le strutture.

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Paleontologia: il Leviatano è esistito per davvero

La tradizione biblica lo identifica come il mostro marino per antonomasia. Simbolicamente, rappresenta il caos primordiale, la potenza priva di controllo. Non a caso Thomas Hobbes lo scelse per il titolo della sua opera più famosa, nella quale il filosofo teorizza la necessità di uno Stato per mettere fine alla guerra senza fine per la sopravvivenza. Oggi, sappiamo che il Leviatano è esistito realmente. I suoi resti sono stati rinvenuti nel deserto del Perù.

La scoperta, pubblicata nel numero di “Nature” di luglio, è stata fatta da un team di ricercatori internazionali coordinati da Giovanni Bianucci, del dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Pisa, e da Olivier Lambert, del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi. Leviathan Melvillei il nome scientifico che è stato dato a questo animale, dedicando il ritrovamento a Herman Melville il quale, nel suo capolavoro Moby Dick, identificava più volte nel capodoglio il mostro di cui parla l’Antico Testamento. E Leviathan è effettivamente un parente alla lontana dell’attuale capodoglio (Physeter macrocephalus) con il quale condivide le dimensioni gigantesche, intorno ai 15 metri, e il grande spermaceto sopra la testa.

Il reperto è stato scoperto a 35 chilometri a sud est dalla città di Ica, in sedimenti di 12-13 milioni di anni fa. Sono stati trovati il cranio, lungo 3 metri, la mandibola e diversi denti lunghi quasi 40 centimetri. Diversamente dal capodoglio, Leviathan aveva una batteria di denti completa: 18 nella mascella superiore e 22 in quella inferiore: era pertanto un feroce predatore che afferrava e immobilizzava la preda con i grossi denti e ne stappava le carni a morsi, nello stesso modo dell’attuale orca. Niente a che vedere dunque col capodoglio, che ha perso i denti superiori e si nutre aspirando a bocca aperta polpi e calamari.

La scopera è il frutto di una lunga collaborazione internazionale, con ricerche sparse dall’Africa al Sud America. Per quanto riguarda il Perù, le investigazioni sono iniziate nel 2006 coinvolgendo, in diverse campagne di prospezione e scavo, ricercatori dei musei di storia naturale di Bruxelles, Parigi, Rotterdam e Lima.

Fonte: http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/07/01/news/in_per_i_resti_del_leviatano_il_mostro_esistito_veramente-5314308/

Paleontologia riscritta: vita multicellulare già 2 miliardi di anni fa

Certe scoperte non avvengono tutti i giorni. E quando si verificano, lasciano il segno. E’ il caso del ritrovamento in Gabon di più di 250 fossili in perfetto stato di conservazione che dimostrano, per la prima volta in assoluto, che la vita multicellulare era già presente sulla Terra 2,1 miliardi di anni fa. Questi esemplari sono stati scoperti da un team multidisciplinare di ricercatori coordinati da Abderrazak El Albani, della Universite de Poitiers, Francia. La scoperta rappresenta una pietra miliare nello studio dei processi evolutivi. Fino ad ora la forma di vita multicellulare più antica si faceva a risalire a circa 600 milioni di anni fa, ma il nuovo fossile dimostra che l’origine della vita complessa è molto più antica di quanto si pensasse in precedenza. Le prime tracce di vita apparvero sotto forma di procarioti, organismi senza un nucleo, circa 3,5 miliardi di anni fa. Ci fu poi la cosidetta “Esplosione Cambriana”, 600 milioni di anni fa, che segnò la proliferazione di molte specie viventi grazie all’aumento di ossigeno nell’atmosfera.
Ma fino ad oggi non era molto chiaro cosa fosse accaduto tra i 3,5 miliardi ed i 600 milioni di anni fa. Le informazioni erano poche su questa era, chiamata Proterozoica, ma si sapeva che durante questo periodo i procarioti divennero eucarioti (cellule con nucleo e patrimonio genetico), sia mono che pluricellulari. Un conto però è ipotizzarlo, un altro è dimostrarlo. E la dimostrazione è arrivata nel 2008, quando durante uno scavo vicino a Franceville, in Gabon, El Albani ed il suo team hanno scoperto inaspettatamente fossili risalenti a 2,1 miliardi di anni fa, perfettamente conservati.
Fino ad ora ne hanno studiati un centinaio sugli oltre 250 scoperti. La loro morfologia non può essere spiegata solo da meccanismi chimici o fisici: sono lunghi da 10 a 12 centimetri, troppo grossi e complessi per essere procarioti o eucarioti monocellulari; il che dimostra che già nell’era Proterozoica ci fossero diverse forme di vita, con differenti livelli di complessità. L’analisi degli esemplari fossili è stata effettuata attraverso una sonda ionica in grado di analizzare il contenuto degli isotopi di zolfo, dato che la materia organica di questi organismi si è trasformata in pirite (composta principalmente da disolfuro di ferro).
Utilizzando poi uno scanner 3D a raggi X, sono stati in grado di ricostruire il livello di organizzazione interna di questi organismi. Questi esemplari vivevano probabilmente in colonie, più di 40 per metro quadrato, in ambienti marini con una profondità variabile da 20 a 30 metri, per lo più in acque calme soggette a maree, onde e tempeste.
Per crescere e differenziarsi in modo così netto, queste creature devono aver goduto di un aumento di ossigeno nell’atmosfera avvenuto tra i 2,45 ed i 2 miliardi di anni. Fino ad ora si era sempre supposto che la differenziazione e lo sviluppo di organismi pluricellulari fosse avvenuto circa 600 milioni di anni fa, e che prima di allora la Terra fosse popolata da microbi, batteri e parassiti. Ma ora occorre spostare quel limite a 1,5 miliardi di anni prima.

Fonte: http://it.paperblog.com/vita-multicellulare-due-miliardi-di-anni-fa-ecco-le-prove-51612/

In apertura immagine organismo fossile multicellulare di 2 miliardi anni fa

Paleontologia: i primi uccelli non volavano, ma planavano

Gli uccelli più antichi fino ad ora rinvenuti nelle testimonianze fossili, Archaeopteryx e Confuciusornis, esibivano certamente sviluppati piumaggi, ma forse non erano in grado di volare attivamente. Questa è la tesi che emerge da un’analisi delle penne di queste due antiche specie, i cui risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero della rivista Science.

In particolare, le penne delle ali di questi antichi uccelli non sarebbero state abbastanza robuste da garantire loro la capacità di realizzare un volo battuto: al massimo, sostengono Robert Nudds and Gareth Dyke delle di Manchester e Dublino, Archaeopteryx e Confuciusornis potevono planare da un albero all’altro (ma dovevano salirci arrampicandosi con le unghie). Infatti, le analisi della struttura delle penne fossilizzate avrebbero indicato che l’asse centrale, chiamato rachide, la struttura che conferisce forza e robustezza alle penne, era molto più sottile e debole di quello degli uccelli odierni. Penne dotate di un rachide di tali dimensioni (relative alla taglia corporea) non avrebbero potuto produrre la forza propulsiva necessaria per innalzare il corpo di questi antichi uccelli e sostenerne il peso in aria, a meno che la sua struttura interna non fosse stata molto differente da quella delle specie di oggi. Solo un rachide privo di cavità centrale, tipica degli uccelli attuali, avrebbe quindi consentito il volo.

Dal momento che Archaeopteryx e Confuciusornis sono considerati diretti progenitori deglui uccelli di oggi è difficile, sebbene non impossibile, pensare che la struttura delle penne fosse così diversa. La spiegazione più parsimoniosa, conlcudono i ricercatori, è che queste famose specie estinte fossero solo planatori.

Questi risultati sono in linea con l’ipotesi molto accreditata che le penne si siano originate per funzioni diverse da quella attuale, come la termoregolazione o la comunicazione sessuale, e solo successivamente queste strutture sono state cooptate per il volo, conferendo agli uccelli la loro caratteristica più distintiva.

Fonte: http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?Code=Pikaia&IDLYT=425&ST=SQL&SQL=ID_Documento=5378

Sopra fossile e ricostruzione artistica di Archaepteryx

Sotto ricostruzione artistica di Confuciusornis

L’ibridazione fra Neandertal e Sapiens c’è stata

C’è un po’ di uomo di Neandertal in tutti noi. Letteralmente o, meglio, geneticamente parlando. Contrariamente a quanto si è pensato finora, l’Homo neandertalensis (scomparso 30 mila anni fa) e l’Homo sapiens (da cui ha origine l’uomo moderno) si sono incontrati e accoppiati, probabilmente nella zona della mezzaluna fertile in Medio Oriente, fra i 100 mila e i 50 mila anni fa. A dimostrarlo è il confronto della mappa genetica dell’ominide, il cui primo esemplare fu scoperto nel 1856 in Germania, nella valle di Neander (da qui il nome), con quella di cinque individui dei nostri giorni: un francese, un cinese, un abitante della Papua Nuova Guinea, uno dell’Africa del Sud e un altro dell’Africa occidentale. E qualcuno, come l’esperta di Dna antico dell’Università Tor Vergata di Roma Olga Rickards, sostiene che questa ricerca potrebbe mettere in dubbio alcune teorie sull’evoluzione dell’uomo.

 

POLVERE D’OSSA – «L’ibridazione fra Neandertal e Sapiens c’è stata – ha commentato l’ideatore del Progetto Genoma di Neandertal, Svante Paabo del Max Planck Institute di Lipsia, in Germania – ed è avvenuta dopo la loro fuoriuscita dall’Africa, dove sono nati da un progenitore comune. L’uomo moderno, europeo, asiatico o melanesiano condivide con l’uomo di Neandertal fra l’uno e il quattro per cento del suo patrimonio genetico. Nel Dna degli africani, invece, non c’è traccia di quello dell’ominide estinto». La ricerca è stata appena pubblicata sulla rivista Science dai tedeschi del Max Planck in collaborazione con un gruppo di ricercatori internazionali fra cui spagnoli e americani dell’University of California a Santa Cruz e dei National Institutes of Health. I ricercatori hanno ricostruito la sequenza genetica di Neandertal basandosi sull’analisi di polveri di ossa prelevati dai resti di tre donne trovati in Croazia, nella grotta di Vindija, ma anche da reperti rinvenuti in Russia e Spagna e da quelli «originali» tedeschi di Neader (anche in Italia è stata documentata la presenza dell’ominide in alcune aree come quella dei monti Lessini in Veneto , poi in Liguria, in Toscana, nel Lazio e in Puglia).

CAPELLI ROSSI – Analisi preliminari sul Dna, rese note l’anno scorso in occasione del meeting annuale dell’American Association for Advancement of Science a Chicago, avevano già documentato che l’uomo di Neandertal aveva i capelli rossi e la carnagione chiara, possedeva geni del linguaggio e dell’intolleranza al latte. Secondo altre ricostruzioni, basate sui reperti ossei, l’aspetto fisico era quello di un uomo di altezza media (circa 1,60 m), eretto e muscolarmente molto robusto, con uno spiccato prognatismo e un mento sfuggente. Adesso il sequenziamento del suo Dna (per il 60 per cento del totale) ha permesso non solo di stabilire le somiglianze con l’uomo moderno, ma anche di confrontare le caratteristiche di quest’ultimo con quelle dei suoi antenati, scimpanzé compreso. E di individuare un catalogo dei tratti genetici esclusivi dell’uomo contemporaneo.

GENI VANTAGGIOSI – Si tratta soprattutto di geni che hanno fornito vantaggi in termini evolutivi e riguardano, in particolare, le funzioni cognitive, il metabolismo energetico, lo sviluppo del cranio, della clavicola e delle costole, la capacità di guarire dalle ferite. E che, quando presentano alterazioni, possono rendersi responsabili di malattie tipiche dell’uomo come la schizofrenia o l’autismo. «Ma siamo soltanto all’inizio – ha commentato Richard Green dell’University of California a Santa Cruz, che ha partecipato alla ricerca .- Il genoma di Neandertal è una miniera di informazioni». Il lavoro dei ricercatori è stato un vero e proprio tour de force tecnologico: il problema principale è stato quello di ripulire il materiale da analizzare da tutte le contaminazioni successive soprattutto da parte dei microbi; l’analisi del Dna invece ha sfruttato tecniche di sequenziamento avanzatissime.

Fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_maggio_07/neandertal-genetica-bazzi_4cbac9cc-59aa-11df-8cbf-00144f02aabe.shtml

La scoperta di un nuovo ominide riscrive la storia della razza umana

(ASCA-AFP) – Parigi, 24 mar – Un ominide vissuto nel sud della Siberia circa 40 mila anni fa potrebbe ridisegnare l’albero di famiglia del genere umano, riscrivendo la storia del suo esodo dall’Africa e della sua conquista di tutta la Terra. Gli scienziati hanno analizzato tracce di DNA prelevate dalle ossa di una falange, probabilmente appartenuta ad un bambino, trovata in una caverna dei Monti Altai, la grotta di Denisova. L’ominide aveva caratteristiche genetiche diverse da quelle dell’uomo di Neanderthal e l’Homo Sapiens, che abitavano la zona nello stesso periodo, il che ne farebbe una distinta specie di razza umana. Lo studio, pubblicato sul settimanale Nature, e’ stato condotto dall’Istituto Max Planck in Germania e la scoperta, una volta confermata, potrebbe arricchire di un nuovo capitolo la storia dei nostri antenati. Le recenti convinzioni comuni erano arrivate a stabilire che 40 mila anni fa sulla Terra ci fossero solo Sapiens e Neanderthal. Il nuovo ominide potrebbe rappresentare una terza specie, proveniente sempre dalla migrazione avvenuta dall’est dell’Africa.

Fonte: http://www.asca.it/news-SCIENZA__LA_SCOPERTA_DI_UN_NUOVO_OMINIDE_RISCRIVE_STORIA_RAZZA_UMANA-904471-ORA-.html