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Marte Abitabile con uno Scudo Magnetico

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oceano_marte-300x168Nell’ottica di colonizzare Marte uno dei principali problemi che l’uomo dovrà affrontare è quello della sua atmosfera. Finora si sono susseguite moltissime idee, fra cui alcune spettacolari come le esplosioni termonucleari (l’ultimo in ordine di tempo ad averle proposte è Elon Musk, ma non è stato il primo), o creare un campo magnetico artificiale.

Prende spunto da quest’ultima ipotesi l’ultima idea degli scienziati NASA che è stata presentata all’ultimo Planetary Science Vision 2050 Workshop. Consiste nel lancio di un gigantesco scudo magnetico per proteggere Marte dai venti solari. Tutto parte dal presupposto che il deserto rosso che oggi vediamo nelle immagini dei rover e dei satelliti un tempo fosse una terra rigogliosa, protetta da una spessa atmosfera che consentisse l’esistenza di oceani, laghi e fiumi, e temperature in superficie più gradevoli di quelle attuali.

Che cosa sia accaduto esattamente non lo sappiamo; secondo le teorie più quotate, miliardi di anni fa il campo magnetico protettivo di Marte si sarebbe sgretolato e di conseguenza il vento solare – ricco di particelle ad alta energia – avrebbe eroso pesantemente l’atmosfera.

Gli scienziati NASA hanno creato delle nuove e sofisticate simulazioni al computer da cui risulta che ci potrebbe essere un modo per restituire a Marte la sua atmosfera in maniera pseudo-naturale, ossia senza bisogno di arrivare al bombardamento atomico. Anzi, l’idea parte da un assunto opposto alla distruzione: la costruzione di un potentissimo scudo magnetico attorno al pianeta, capace di fare le veci della magnetosfera marziana, e dando al pianeta la possibilità di ripristinare naturalmente la sua atmosfera.

I risultati di questa ricerca sono stati presentati al Planetary Science Vision 2050 Workshop la scorsa settimana da parte di Jim Green, direttore della Divisione Scienze planetarie della NASA, secondo cui creando una “magnetosfera artificiale” nello spazio tra Marte e il Sole si potrebbe ipoteticamente proteggere il Pianeta Rosso.

Dando un attimo per buona l’efficacia della teoria, lo scudo siffatto (posizionato nel punto di Lagrange L1 e in grado di generare un campo magnetico dipolare di 1 o 2 Tesla) dovrebbe essere capace di “eliminare molti dei processi di erosione da parte del vento solare, che si verificano a contatto con l’atmosfera e la ionosfera superiore di Marte, permettendo di conseguenza all’atmosfera marziana di tornare come un tempo”. Più nello specifico, gli scienziati si aspettano un effetto domino: la dispersione atmosferica di Marte si bloccherebbe e nel giro di pochi anni potrebbe riguadagnare la metà della pressione atmosferica della Terra. Questo a sua volta dovrebbe portare a un incremento della temperatura di circa 4 gradi Celsius, che basterebbero per sciogliere il ghiaccio di anidride carbonica sulla calotta polare settentrionale del Pianeta Rosso. Sempre che le premesse finora elencate reggano, il carbonio nell’atmosfera contribuirebbe a intrappolare il calore come avviene sulla Terra, innescando un effetto serra che potrebbe sciogliere il ghiaccio d’acqua di Marte, ridando al Pianeta Rosso l’acqua liquida sotto forma di fiumi e oceani.

Sempre che tutto funzioni, nel giro di un paio di generazioni Marte potrebbe offrire un’abitabilità simile alla Terra. E da notare che non si parlerebbe di terraformazione, come specifica Green, perché basterebbe lasciare che la natura faccia tutto da sé.

Sottolineiamo che si si tratta di un’ipotesi, e che i ricercatori stessi ammettono che l’idea possa sembrare “fantasiosa”. Se vi state chiedendo da dov’è saltata fuori, sappiate che sono in corso degli studi per proteggere astronauti e veicoli spaziali dalle radiazioni durante il viaggio verso Marte, e fra le tante ipotesi  si sta studiando l’eventualità di applicare una sorta di scudo magnetico all’astronave. Trasponendo l’idea su larga scala ecco lo scudo per Marte.

Per ora prendiamo questa proposta per quello che è, un modello teorico che deve ancora essere affinato persino nelle sue previsioni. L’idea però è affascinante, perché se davvero fosse praticabile potrebbe cambiare di molto le prospettive future per la colonizzazione di Marte.

Già che ci siamo aggiungiamo che quanto ai progressi per la protezione degli scienziati durante il viaggio verso Marte, gli astronauti che saliranno a bordo del volo di prova con la navicella spaziale Orion, e che faranno un’orbita attorno alla Luna, potrebbero indossare dei nuovi giubbotti anti radiazioni sviluppati dall’azienda israeliana StemRad. Si tratterebbe di un test per verificare l’efficacia di questa soluzione sviluppata per i viaggi nello Spazio profondo, e l’azienda coinvolta ha già prodotto e commercializzato in passato una cintura per proteggere i soccorritori dai raggi gamma emessi nei disastri nucleari, come quelli di Chernobyl e Fukushima.

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Il Buco Nero Anomalo al Centro Della Via Lattea

buco-nero-1.jpgL’enorme buco nero al centro della nostra galassia, dopo aver assorbito le stelle nelle vicinanze, proietta nello spazio enormi getti di materiale, dalle dimensioni pari ad un pianeta. A rivelarlo è una ricerca condotta dall’Università di Harvard. Secondo gli studiosi il buco nero, oltre ai gas ed alla polvere, attrae verso di sé anche una grande quantità di stelle. Le conseguenti esplosioni di questi enormi corpi celesti rilasciano nello spazio degli ammassi di materiale, dalle dimensioni davvero notevoli.

E’ davvero curioso notare, come spiegato dagli esperti, come le sostanze che fuoriescono dal buco nero si aggreghino, durante il percorso, formando una sorta di palla di materiale: un nuovo pianeta. Secondo i ricercatori per ogni stella assorbita dal buco nera sarebbero migliaia gli oggetti di questo tipo che vengono proiettati nello spazio. Le prime ricerche, intanto, hanno rilevato come queste palle abbiano dimensioni simili a Nettuno e che vengono lanciate ad una velocità di 10mila chilometri al secondo. La maggior parte di questi oggetti, pari al 95%, fuoriesce dalla Via Lattea disperdendosi nello spazio.

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Il “Pianeta 9” che modifica il Sistema Solare

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175-p9_kbo_orbits_labeled_smaller_white_revTorna a farsi il vivo il Pianeta 9. Dopo che Plutone è stato declassato a pianeta nano, dieci anni fa, il Sistema Solare è rimasto ufficialmente con soli otto pianeti, ma una serie di studi in questi ultimi anni ha portato a ipotizzare la presenza di un grande pianeta, finora invisibile.

Nuovi indizi 
Questa volta l’indizio della sua esistenza ai confini del Sistema Solare è un piccolo mondo ghiacciato chiamato L91, la cui orbita molto anomala potrebbe essere dovuta alla presenza di questo pianeta misterioso. Inoltre il pianeta 9 sarebbe così ‘impertinente’ che potrebbe addirittura essere il responsabile dell’insolita ‘inclinazione’ del Sole, come pensano i primi due ricercatori che ne hanno ipotizzato l’esistenza, Konstantin Batygin e Mike Brown del Caltech del California Institute of Technology (Caltech). Questi nuovi dettagli sono emersi da due studi presentati al convegno della Società di Astronomia Americana.

La strana orbita del pianeta L91
Secondo il gruppo coordinato dall’astrofisico Michele Bannister della Queen’s University di Belfastof, il pianeta 9 sarebbe il responsabile dell’orbita molto allungata del pianeta L91, un piccolo mondo ghiacciato che impiega 20.000 anni per ruotare intorno al Sole. Il corpo celeste, di cui ancora non sono state definite dimensione e massa, fa parte della famiglia di pianetini ghiacciati che si trovano al di là di Nettuno, in strane orbite che implicano disturbi gravitazionali dovuti alla presenza di altri corpi celesti. Come quelle molto irregolari dei sei pianetini che, all’inizio del 2016, avevano fatto ipotizzare a Batygin e Brown l’esistenza di un grande pianeta ai confini del Sistema Solare, con una massa dieci volte più grande di quella della Terra e un’orbita insolitamente allungata (impiegherebbe da 10.000 a 20.000 anni per completare una rotazione attorno al Sole).

L’inclinazione del Sole
Adesso sull’Astrophysical Journal, i due astronomi spiegano che il pianeta misterioso sarebbe addirittura responsabile dell’insolita inclinazione di sei gradi del piano su cui orbitano tutti i pianeti del Sistema Solare e che dà l’impressione che il Sole stesso sia inclinato. ”Matematicamente – ha detto Brown – data la dimensione ipotizzata e la distanza del pianeta 9, un’inclinazione di sei gradi si adatta perfettamente”

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Nota CUT: l’insolita notizia ANSA sembra adattarsi perfettamente a quanto ipotizzato da ricercatori indipendenti quali il compianto Zecharia Sitchin (uno fra tanti) che dichiaravano l’esistenza di un decimo pianeta del sistema solare. Nell’ormai lontano 2010 comparivano online questo tipo di notizie, dando la colpa dell’insolito comportamento di Plutone proprio ad un corpo celeste di massa pesante che starebbe influenzando il comportamento di diversi astri. Se Plutone tra l’altro fosse ancora il nono pianeta del sistema solare, ormai oggi degradato a planetoide, questa nuova scoperta sarebbe davvero il fantomatico Nibiru della mitologia sumera.

ExoMars: Cominciano i Test

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E’ cominciata la fase di test per la missione ExoMars. La sonda sta rispondendo ai comandi e se tutto procederà come previsto potrà entrare nella fase operativa per metà aprile. Lo rende noto l’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che ha organizzato la missione in collaborazione con l’agenzia spaziale russa Roscosmos. Il centro di controllo della missione che si trova in Germania, a Darmstadt, informa che la sonda è in ottime condizioni e perfettamente in rotta verso il pianeta rosso.
”L’industria europea che ha costruito ExoMars ha fatto un ottimo lavoro”, ha osservato il direttore di volo dell’Esa, Michel Denis.

E’ stato superato il problema che si era presentato alcune ore dopo la ricezione del segnale, quando la temperatura del motore principale della sonda Tgo (Trace Gas Orbiter) era salita più del previsto. In accordo con gli ingegneri dell’azienda che ha costruito il veicolo, la Thales Alenia Space, si è deciso di cambiare l’orientamento della sonda di pochi gradi, in modo che l’ugello del motore non fosse più di fronte al Sole, e la temperatura è tornata nella norma.

Conclusa la fase di test il prossimo controllo della sonda, con il “check-up” completo di tutti gli strumenti, è previsto in giugno, quando il veicolo sarà a metà del suo viaggio. La sonda Tgo, alla quale è agganciato il lander Schiaparelli, è uno dei più grandi veicoli ‘combinati’ mai inviate su Marte. L’Italia è in prima fila nella missione con l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), che è il principale contributore, e con l’industria, Finmeccanica e Thales Alenia Space (Thales-Finmeccanica).

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L’ Astronauta Guidoni: “C’è Vita, Ma Niente UFO”

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340x238_logo_asi “Probabilmente nello spazio c’è vita”. È l’opinione di Umberto Guidoni, il primo italiano ad aver volato nello spazio con lo Shuttle diciannove anni fa. L’astronauta ha partecipato ad un evento a Palermo e ha parlato della sua esperienza e dell’esplorazione del cosmo.

“Il fenomeno della formazione dei pianeti nell’universo è comunissimo, quindi – ha detto Guidoni – moltiplicando per miliardi di stelle il numero dei pianeti che vi orbitano attorno, è altissima la probabilità che esistano molti altri pianeti abitabili e probabilmente abitati”.

La presenza di vita non è però sinonimo di Ufo. “Detto questo non credo agli Ufo di cui parlano in tanti – ha proseguito – perché le distanze da coprire per un ipotetico avvicinamento da quei pianeti alla Terra sono enormi e comunque prima di vedere degli alieni avremmo dovuto vedere delle macchine. Un veicolo attrezzato per un viaggio interstellare lo vedremmo arrivare, non potrebbe sfuggire, e questo non è mai successo. Se succederà, segnerà uno straordinario cambio di civiltà per l’uomo”.

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Gli Emirati Arabi in Viaggio Verso Marte

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imageIl 6 maggio gli Emirati Arabi Uniti hanno illustrato al mondo la loro missione su Marte.
La sonda che sarà lanciata nel 2020 è stata battezzata “Al-Amal” (Speranza) e studierà l’atmosfera del pianeta rosso. La presentazione della missione è avvenuta a Dubai davanti ad una delegazione di governo dello stato arabo, guidata dal vice presidente ed Emiro di Dubai sceicco Mohammed bin Rashid, da parte del team che sta lavorando al suo sviluppo.

Si tratterà di un notevole balzo in avanti per l’esplorazione spaziale degli Emirati Arabi Uniti, che per adesso conta solo due piccoli satelliti terrestri.

Secondo lo sceicco “Questa sonda rappresenta la speranza per milioni di giovani arabi che cercano un futuro migliore. Non c’è futuro, non c’è conquista, non c’è vita senza speranza“. Sempre nelle intenzioni degli arabi la missione marziana dovrà essere un contributo alla conoscenza umana e “diventare una pietra miliare per la civiltà araba, un vero investimento per le generazioni future”

Gli obiettivi della missione saranno mappare il clima del pianeta rosso e studiarne l’atmosfera dalla sua orbita.

Gli strumenti scientifici a bordo della sonda saranno tre:

– EXI (Emirates eXploration Imager), una fotocamera digitale per riprendere immagini a colori ad alta risoluzione)
– EMUS (Emirates Mars Ultraviolet Spectrometer), uno spettrometro agli ultravioletti per studiare l’alta atmosfera e tracciare le “fughe” di ossigeno ed idrogeno fin nello spazio esterno
– EMIRS (Emirates Mars Infrared Spectrometer), uno spettrometro ad infrarossi che misurerà le variazioni di temperatura, ghiaccio, vapore acqueo e polvere nell’atmosfera

Nel team della missione ci sono diverse donne ai livelli apicali come Nour Al Teneiji che gestisce tutti gli aspetti finanziari della missione o Sarah Amiri la Project Manager.

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News da Rosetta: Scoperte Molecole Organiche

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Il modulo di atterraggio Philae, che mercoledì scorso è atterrato per la prima volta della storia su una cometa, ha trovato molecole organiche contenenti carbonio sulla superficie di 67P/Churyumov-Gerasimenko che rappresentano le «basi» per i componenti delle molecole della vita. «Abbiamo raccolto molti dati preziosi», ha detto Ekkehard Kuhrt, direttore scientifico dell’Agenzia spaziale tedesca (Dlr). I dati sono stati ricevuti prima che Philae si entrasse «in sonno» a causa dell’esaurimento della batteria a bordo.

Philae comunque non ha finito la sua missione. «Siamo riusciti a farlo ruotare, i pannelli fotovoltaici, progettati e costruiti in Italia, adesso sono orientati nel modo giusto e potranno caricare la batteria», assicura Franco Bernelli del dipartimento di ingegneria aerospaziale del Politecnico di Milano, in un articolo su Oggi in uscita il 19 novembre. Se tutto va bene, si potrà comunicare ancora con Philae nella prossima primavera, quando la cometa si avvicinerà di più al Sole e i pannelli solari riusciranno a produrre più energia.Philae comunque non ha finito la sua missione. «Siamo riusciti a farlo ruotare, i pannelli fotovoltaici, progettati e costruiti in Italia, adesso sono orientati nel modo giusto e potranno caricare la batteria», assicura Franco Bernelli del dipartimento di ingegneria aerospaziale del Politecnico di Milano, in un articolo su Oggi in uscita il 19 novembre. Se tutto va bene, si potrà comunicare ancora con Philae nella prossima primavera, quando la cometa si avvicinerà di più al Sole e i pannelli solari riusciranno a produrre più energia.

Kuhrt ha aggiunto che non è chiaro se le molecole organiche trovate sulla cometa inclusono anche quelle complesse che costituiscono le proteine. Questa scoperta, in ogni caso, è proprio uno dei principali risultati che gli scienziati si attendevano da Philae e dalla sua sonda madre Rosetta: cioè la verifica diretta «sul campo» della presenza di molecole organiche che ai primordi della Terra potrebbero essere state portate dalle comete sul nostro pianeta. Le molecole sono state scoperte nell’atmosfera della cometa dal gascromatografo Cosac a bordo di Philae. Il lander prima di bloccarsi è riuscito a utilizzare la trivella italiana Sd2 per perforare la superficie di 67/P, anche se non è ancora chiaro se i campioni sono riusciti a essere utilizzati dallo strumento Cosac, realizzato in Germania.Kuhrt ha aggiunto che non è chiaro se le molecole organiche trovate sulla cometa inclusono anche quelle complesse che costituiscono le proteine. Questa scoperta, in ogni caso, è proprio uno dei principali risultati che gli scienziati si attendevano da Philae e dalla sua sonda madre Rosetta: cioè la verifica diretta «sul campo» della presenza di molecole organiche che ai primordi della Terra potrebbero essere state portate dalle comete sul nostro pianeta. Le molecole sono state scoperte nell’atmosfera della cometa dal gascromatografo Cosac a bordo di Philae. Il lander prima di bloccarsi è riuscito a utilizzare la trivella italiana Sd2 per perforare la superficie di 67/P, anche se non è ancora chiaro se i campioni sono riusciti a essere utilizzati dallo strumento Cosac, realizzato in Germania.

Un altro apparecchio tedesco, il Mupus (Multi purpose Sensors for Surface and Subsurface Science) ha misurato la densità e le proprietà termiche e meccaniche della superficie trovando notevole differenza a quanto in precedenza ipotizzato. «La superficie è dura come il ghiaccio», ha detto Tilman Spohn, che dirige l’esperimento Mupus, «e non soffice come si pensava». «Dopo aver attraversato uno strato di 10-20 centimetri di polvere, il sensore ha “sentito” una superficie che possiamo considerare dura come il ghiaccio. Questa è una sorpresa: non pensavano di trovare uno strato così duro in una zona così superficiale».Un altro apparecchio tedesco, il Mupus (Multi purpose Sensors for Surface and Subsurface Science) ha misurato la densità e le proprietà termiche e meccaniche della superficie trovando notevole differenza a quanto in precedenza ipotizzato. «La superficie è dura come il ghiaccio», ha detto Tilman Spohn, che dirige l’esperimento Mupus, «e non soffice come si pensava». «Dopo aver attraversato uno strato di 10-20 centimetri di polvere, il sensore ha “sentito” una superficie che possiamo considerare dura come il ghiaccio. Questa è una sorpresa: non pensavano di trovare uno strato così duro in una zona così superficiale».

Fonte || Corriere.it

NASA in allerta causa brillamenti solari

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solar-flare88-May.-14-21.38Grande fermento sulla nostra Stella madre il Sole, che in meno di 24 ore ha generato 3 flares di grande dimensioni. Dalla macchia solare AR 1748 si sono infatti verificati tre brillamenti assai potenti in successione con conseguente emissione di radiazione verso la nostra Terra, foriera di possibili disturbi nelle telecomunicazioni, nella trasmissione dei GPS e garante di magnifiche aurore alle elevate latitudini. Come scritto in un precedente articolo, la prima si è verificata ieri alle 04:47 ( X-1,7), la seconda ancora più forte alle 18:09 ( X-2,8) mentre la terza alle 03:17 di stamani, di ben X-3,2.

Sono in successione i tre brillamenti solari più potenti dell’anno e stanno ad indicare un significante aumento dell’attività solare, tant’è che la NOAA ha stimato una probabilità del 40% che nelle prossime 24 ore ci possa essere uno o più X-flares.

Ricordiamo inoltre che le esplosioni sono state accompagnate da espulsione nello spazio di massa coronale (CME), tant’è che gli strumenti Coronagraphs a bordo del satellite Solar and Heliospheric Observatory hanno osservato una nube muoversi in direzione di Mercurio, che tuttavia non è stato interessato.

Finalmente il Sole inizia a fare sul serio. Finora questo 2013, che segna il picco nel suo ciclo di attività che si ripete ogni 11 anni, è stato relativamente tranquillo per la nostra stella, che non ha prodotto gli eventi violenti che gli esperti si aspettavano fino a qualche mese fa. Ma il 13 maggio, alle 18:05 ora italiana, ha prodotto un brillamento solare di classe X 2.8, preceduto 14 ore prima da uno di classe X 1.7. E’ stato il flare più potente di quest’anno, e il terzo più potente di questo ciclo, battuto solo dal flare di classe X 6.9 del 9 agosto 2011.

Entrambi i flare di questi giorni sono stati accompagnati da espulsioni di massa coronale, un altro tipo di evento solare che proietta grandi quantità di particelle dalla corona solare nello spazio. Sono proprio questi flussi di particelle che possono danneggiare il funzionamento di satelliti artificiali e sistemi di telecomunicazione sulla Terra. In questo caso l’espulsione di massa coronale non era rivolta verso la Terra. Tuttavia tre satelliti della NASA (STEREO-B, Messenger e Spitzer) erano sulla sua traiettoria. I loro team si sono attivati per mettere i satelliti in modalità “sicura”, per proteggere gli strumenti dal flusso di materia proveniente dal Sole.

I flare (potenti emissioni di radiazione dal Sole) di classe X sono in assoluto i più potenti: il numero che accompagna la lettera specifica ulteriormente la loro intensità: un flare di classe X 2 è due volte più potente di uno di classe X 1, uno di classe X 3 tre volte più intenso, e così via.

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Ex direttore NASA: città aliene nascoste sulla Luna

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Ken Johnston, ex direttore della National Aeronautics and Space Administration e supervisore delle fotografie del Dipartimento della NASA, che ha anche lavorato per la Lunar Receiving Laboratory durante l’organizzazione delle missioni Apollo, è stato licenziato solo per aver detto la verità. Ken Johnston (foto a sinistra) afferma che la NASA aveva scoperto sulla Luna antiche città aliene e resti di macchinari all’ avanguardia, anche attraverso alcuni racconti degli astronauti; parte di questa tecnologia, secondo loro, potrebbe essere in grado di manipolare la gravità. Egli afferma che l’agenzia gli aveva ordinato il cover-up costringendolo a fornire il suo assenso. Nel corso degli ultimi 40 anni, altri scienziati, ingegneri e tecnici avevano accusato la NASA di nascondere e oscurare i dati raccolti durante le missioni spaziali. Il numero crescente di accuse sono emerse dal fatto che la NASA aveva nascosto alcune informazioni su oggetti spaziali anomali e mentito sulla scoperta di manufatti individuati sulla Luna e su Marte, occultando le prove relative a tracce di vita riportate dal lander Viking nel 1970. Un altro ex dipendente della NASA, Donna Hare, aveva accusato la NASA di occultare e nascondere migliaia di foto nel corso degli anni. Secondo Johnston, gli astronauti delle missioni Apollo avevano riportato prove fotografiche di oggetti trovati durante l’attività extraveicolare sulla Luna. Johnston riferi’ che la NASA gli ordinò di distruggere queste immagini mentre si lavorava per il Jet Propulsion Laboratory (Jet Propulsion Laboratory JPL), ma egli rifiutò. Dopo aver divulgato le informazioni alla stampa, l’agenzia lo licenzio’. In un comunicato stampa, Kay Ferrari, del programma JPL nell’Africa sub-sahariana, aveva riferito che Johsnton era stato costretto a chiedere le dimissioni perché aveva pubblicamente criticato l’ azienda per cui lavorava. A quanto pare, alcune grandi strutture e anche una base lunare scoperte dall’altra parte della Luna sembrano sostenere le teorie di Johnston. Come accennato in precedenza, Ken Johsnton non era l’unica persona a denunciare le manovre d’ occultamento della NASA. Lo scienziato che aveva seguito l’esperienza a bordo della sonda Viking per rilevare tracce di vita su Marte nel 1976, continua ad attaccare l’agenzia spaziale statunitense. Gilbert Levin afferma che il suo esperimento biologico era riuscito a dimostrare l’esistenza della vita sul suolo marziano. Non sono solo gli ex-dipendenti della NASA ad accusare l’agenzia spaziale di nascondere le prove, ma decine se non centinaia di persone. Attraverso altre foto controverse della NASA l’ ex dipendente, Donna Hare, aveva accusato l’ agenzia di nascondere e oscurare migliaia di foto nel corso degli anni affermando che l’agenzia spaziale aveva rimosso le anomalie in alcune immagini inquietanti. Nel periodo che aveva lavorato presso la NASA, Donna Hare era una specialista come tecnico di diapositive fotografiche. I suoi servizi sono stati riconosciuti con il premio Award ( Apollo Skylab Achievement 1969) un premio e una medaglia per il servizio meritorio che aveva coinvolto la missione spaziale congiunta USA-Russia con la Soyuz-Apollo.

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Ipotesi di vita su Marte

Il suolo del pianeta rosso potrebbe essere abitato da microorganismi, come suggeriscono le ultimi analisi effettuate su dei campioni di suolo raccolti su Marte dalle sonde Viking nel 1976.

I ricercatori della Keck School of Medicine della University of Southern California hanno infatti compiuto una nuova analisi di tipo matematico sulla composizione del suolo marziano, e ritengono che le sostanze in esso presenti dimostrino la presenza di organismi viventi.

«Abbiamo riscontrato una complessità matematica e un grado di ordine nel suolo di Marte superiore a quella attesa, e più caratteristica dei processi biologici che di quelli inorganici», ha spiegato Joseph D. Miller, a capo dello studio pubblicato sull’International Journal of Aeronautical and Space Sciences.

I campioni raccolti dalle sonde Viking più di 35 anni fa sono stati spesso oggetto di analisi dai risultati contrastanti, e non presentano tracce inequivocabili di molecole organiche.

«Tuttavia, il suolo di Marte è più simile al nostro rispetto a quello di campioni extraterrestri non biologici – ha detto Miller – Questa scoperta non metterà la parola fine alla ricerca di vita su Marte, per quello servirebbero delle foto di veri e propri microorganismi. È tempo di rispedire le nostre sonde sul pianeta rosso alla ricerca di prove definitive».

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